Robert Smythe Hichens.
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IL GIARDINO DI ALLAH.
Parte 1.
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1932. A. Salani Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Pubblicato nel 1904 a Londra, il romanzo ebbe un immediato successo.
Da questo romanzo furono realizzati due film allepoca del muto, nel 1916 e nel 1927; infine nel 1936 fu girato The Garden of Allah, noto in Italia anche come Anime nel deserto o Il giardino delloblio, un film sonoro in Technicolor con Marlene Dietrich e Charles Boyer, entrambi allapice della loro carriera. 
Indubbiamente uno dei motivi che suscitano linteresse di lettrici e lettori  lambientazione esotica. Hichens comp nella sua vita numerosi viaggi in Africa e rimase affascinato dal deserto, dalla popolazione locale, dagli usi e costumi pi liberi, meno formali, meno cinici e ipocriti. Altro ingrediente che rende attraente il romanzo, ma, direi, i romanzi di Hichens,  la componente sentimentale, descritta con una meticolosit quasi psicoanalitica: tutte le fasi dellinnamoramento, del tentativo di resistere allamore, della lotta tra ragione e sentimento sono descritte come dallinterno della mente dei personaggi.
Infine la suspense: anche in questo romanzo si crea una continua condizione di ansia, di angoscia che lega i personaggi e spesso ne condiziona i comportamenti. Allora si capisce il senso del deserto ricercato con tenacia come luogo di assoluta pace, nel quale il contatto con dio, il dio di qualsiasi religione, permette ad ognuno di conoscere fino in fondo il proprio animo: Solo il Creatore ed io, Conosciamo il cuor mio.
La vicenda vede lincontro fortuito o voluto da dio, di una donna, Domina, e un uomo, Boris, due anime tormentate che cercano nel deserto la quiete e il silenzio pi puro. Accompagna Domina e Boris una umanit fatta di poveri arabi, bambini seminudi ma felici, danzatrici ebree, raffinati personaggi in cerca di un significato alla loro esistenza, missionari che sfidano ogni giorno la loro vocazione, su un palcoscenico mutevole tra oasi rigogliose, frondose di palme e di eucalipti, giardini ricolmi di fiori, montagne azzurre sullo sfondo di infinite distese di dune, citt ricolme di colori e suoni e voci.
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L'AUTORE.
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Robert Smythe Hichens nacque il 14 novembre 1864 nella canonica di Speldhurst, nel Kent. Era il primo dei cinque figli del Reverendo Frederick Harrison Hichens e di Abigail Elizabeth nata Smythe. Frequent dapprima la scuola preparatoria per ragazzi, quando la famiglia si trasfer a Bristol studi invece al Clifton College. In questo periodo Hichens prese consapevolezza del suo duplice talento per la musica e per la scrittura. Quando la famiglia torn nel Kent, nel 1884, Hichens colse lopportunit di andare a Londra per frequentare il Royal College of Music. Riusc discretamente come paroliere e poeta lirico, ma, come dice lui stesso, si rese rapidamente conto di non essere sufficientemente dotato di senso musicale.
Nel 1888 chiese a suo padre di garantirgli un posto alla scuola di giornalismo di Londra, poich il padre stesso era in amicizia con David Anderson che di quella scuola era direttore. Lasci la scuola dopo un solo anno e inizi a collaborare con diversi periodici.
Nel 1893 si ammal gravemente e rischi di morire a causa di una peritonite. Dopo il ricovero si rec in Egitto per completare la convalescenza. Proprio in Egitto fece conoscenza con Lord Alfred Douglas e Oscar Wilde e rimase colpito e affascinato dalle loro idee in fatto di estetica.  Durante il soggiorno in Egitto scrisse The Green Carnation, che nel 1894 fu pubblicato anonimo e fu un immediato successo, che Hichens stesso defin uno scandaloso successo.
Tornato a Londra continu a impegnarsi nel giornalismo e succedette a George Bernard Shaw come critico musicale per il giornale londinese World. In quel periodo scrisse numerose commedie, novelle e brevi racconti.
Del 1902  il racconto Felix, che tratta, forse primo caso nella storia della letteratura, della dipendenza da morfina.
Abbandon quindi il giornalismo per viaggiare allestero e dedicarsi alla stesura di romanzi. Si rec pi volte in Egitto e nel Nord Africa. Queste esperienze di viaggio suggerirono gli scenari per i suoi romanzi.
Il successo pi grosso lo raggiunse comunque con The Garden of Allah (1905), la storia damore tra una donna in cerca di conforto nello scenario del deserto e un monaco trappista in fuga dal suo monastero. 
The Garden of Allah ebbe tre versioni cinematografiche, la pi conosciuta delle quali  quella del 1936 che ebbe tra gli interpreti Marlene Dietrich e Basil Rathbone, diretta da Richard Boleslawski.
Hichens non si spos mai. Era probabilmente omosessuale. Mor a Zurigo il 20 luglio 1950.
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Indice di questa parte.
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LIBRO PRIMO. PRELUDIO.
LIBRO SECONDO. LA VOCE ORANTE.
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Fine Indice.
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IL GIARDINO DI ALLAH.
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"Solo il Creatore ed io, Conosciamo il cuor mio...."
Canto del Sahara.
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LIBRO PRIMO.
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PRELUDIO.
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Capitolo 1.
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La stanchezza cagionata da un tempestoso viaggio di mare, e anche, forse, il pensiero di esser pronta prima dell'alba per non perdere il treno di Beni-Mora, non fecero chiudere occhio a Domina Enfilden. L'Albergo del Mare a Robertville era immerso in un profondo silenzio: gli ufficiali francesi che vi stavano a pensione erano gi saliti alle caserme sulla collina di Adduna. I caff avevano chiuso le porte ai consumatori e ai giocatori di domino; i neghittosi ragazzi arabi avevano disertato l'arenosa piazza della Marina. Nei piccoli bazar polverosi gli ebrei, dopo aver contato l'incasso della giornata, giacevano avvolti nelle sgargianti coperte sui loro bassi divani. Nel Porto, dove, ormeggiato contro lo scalo, era il piroscafo Le Gnral Bertrand, su cui Domina era giunta quella sera da Marsiglia, non rimanevano alzati che due o tre gendarmi e pochi francesi e spagnuoli.
Nell'albergo, il biondo e grassoccio cameriere italiano che da Pisa era andato a cascare nell'Affrica settentrionale, aveva spazzolato i minuzzoli di sulle due lunghe tavole della sala da pranzo, poi fumato un sigaro sottile e bruno sopra il giornale la Dpche Algrienne; posato quel foglio, si era grattato il biondo capo irsuto guardando un momento fisso nel vuoto come chi  stanco e al tempo stesso indifferente e depresso, e aveva finito col buttarsi sul suo lettuccio, confinato nell'angolo polveroso della camerina sottoscala presso la porta d'ingresso. L'albergatrice s'era tolta il fintino di sulla fronte e aveva gi recitato le sue orazioni alla Vergine; l'albergatore aveva scagliato l'ultimo improperio agli ebrei e tracannato l'ultimo bicchierino di rum. Sonnecchiavano tutti come brava gente che ha bisogno di ritemprar le forze per il giorno dopo. Al numero due, Susanna Charpot, la cameriera di Domina, sognava di essere a Parigi, in via di Rivoli.
Ma Domina, con gli occhi spalancati, contemplava dall'ampio guanciale quadrato il pavimento a mattonelle rosse su cui stavano vari bauli contrassegnati dagli addetti alla dogana. Nella stanza vi erano due finestre che davano in piazza della Marina, sotto la quale si trovava la stazione, e che erano protette da persiane verdi scure screpolate. Una di quelle finestre era aperta, ma la candela sul comodino di Domina non agitava la sua fiamma: la notte era calda, senza un alito di vento.
Anche l stesa, Domina continuava a sentire il movimento del mare. La traversata era stata cattiva: il bastimento, stipato di reclute francesi, non aveva smesso un momento di beccheggiare e tempellare per oltre trenta ore, e Domina e la maggior parte delle reclute avevano sofferto il mal di mare. A Domina era toccata una cabina interna la quale prendeva aria da una lanterna che si apriva sul primo ponte, ed ella aveva udito, ancor pi del rumore delle onde e dei venti, brontolii e imprecazioni, aspre risate e colloqui fra timidi e diffidenti, mentre ella sussultava nella sua cuccetta. A Marsiglia li aveva veduti salire a bordo, a uno a uno, meschinamente vestiti nelle pi svariate maniere, guardandosi con ansia intorno per vedere com'erano gli altri, e ognuno provvisto di una modesta sacca gialla o nera o di un fagotto strettamente legato. Sullo scalo stava uno zuavo il cui fez e le rosse brache spiccavano fra grandi masse di coperte di lana scure. E mentre le reclute si avanzavano esitanti, egli le fermava con un'apostrofe, esaminava i biglietti che gli presentavano, dava a ciascuno una coperta e additava il pontile fra lo scalo e il bastimento. Allora Domina, spenzolandosi dal parapetto del secondo ponte, aveva osservato i vari modi con cui le reclute guardavano lo zuavo: per tutti quei soldatini egli era un fenomeno, un mistero dell'Affrica e della nuova vita per la quale s'imbarcavano. Egli se ne stava l impudentemente e con indifferenza fra le coperte ammucchiate, col fez rosso calcato all'indietro sui corti capelli neri tagliati a spazzola, la faccia bronzina atteggiata a una smorfia di superbo disprezzo, e con le braccia grosse e muscolose gettava una coperta dopo l'altra agli ansiosi campagnuoli che gli sfilavano dinanzi. Tutti gli guardavano le gambe con le rosse brache sgonfianti; alcuni sembravano bambini che guardassero un fantoccio scattato da una scatola a sorpresa, altri invece, gente ignorante e superstiziosa che si trovasse inaspettatamente per via dinanzi a un tabernacolo; uno o due parevano disposti a quel riso nervoso, a quel riso stupido mosso da una cosa vista per la prima volta; ma erano presi dalla paura, e si raffrenavano convulsamente e barcollavano sul pontile, guardando da tutte le parti come polli, e stringendosi le coperte al petto con le mani sudice e rosse.
Per Domina vi era qualche cosa di penoso nel vedere tutti quei ragazzi strappati al loro tetto, sgomenti e malfermi a bordo di quella nave che doveva condurli in Affrica. Essi si stringevano l'uno all'altro, accostando insieme i loro poveri fagotti e le sacche, e pestandosi fra loro con le loro sudice scarpe: eppure si sentivano spersi e solinghi; non ve n'erano nemmeno due, a quanto pareva, che si conoscessero. E tutti quei giovanotti, ciascuno a modo suo, stavano furtivamente guardinghi fantasticando con inquietudine se non dovesse venir loro qualche danno da uno degli ignoti vicini.
Alcune di quelle reclute, mentre salivano a bordo, avevano alzato lo sguardo su Domina appoggiata al parapetto; e in tutti gli occhi, di qualsiasi colore e forma, a lei era parso di leggere la stessa paura, e una nervosa speranza che le cose potessero cambiarsi in bene nella nuova vita che dovevano affrontare. Lo zuavo, incurante e inconscio del fatto di essere una incarnazione dell'Affrica per quei contadinotti che non si erano mai mossi dalla provincia dove nacquero, seguitava a prendere gli scontrini e a buttar le coperte ai giovani che via via passavano, e a tender l'indice al pontile. Verso la fine parve non poterne pi, e dimostr la sua stanchezza agli ultimi venuti buttando loro con violenza la coperta; e finalmente, quando lo scalo fu sgombro, egli vi sput, si strofin le mani tozze e bronzine lungo i fianchi della sua tunica turchina, e tutto impettito sal a bordo con l'aria di chi  costretto a fare il suo dovere ma rode il freno. Intanto il bastimento stava per salpare, e le reclute, schierate in fila sulla tolda, volgevano tacitamente lo sguardo verso Marsiglia che, col suo intrico di alte case, le sue selve di antenne, le lunghe e brutte officine e fabbriche, rappresentava per loro tutta la Francia. Il fischio stridente della sirena si alz minaccioso; a un tratto due arabi, con sudici burnus bianchi e i turbanti legati con cordicelle di pelo di cammello, vennero di corsa allo scalo. La sirena fischi di nuovo; gli arabi si precipitarono sul pontile, con faccia grave. Tutte le reclute si voltarono a guardarli con un misto di superiorit e di deferenza, quasi fanciulletti che stessero osservando l'agilit di una tigre. Le funi caddero pesantemente dai piuoli del molo nell'acqua, e furono ritirate su, sgocciolanti, dai marinari. Le Gnral Bertrand cominci a muoversi lentamente fra i bastimenti immobili.
Domina, volgendo alla terra lo sguardo vago e insieme investigatore di chi si spinge sul mare, aveva osservato la chiesa della Madonna della Guardia, appollaiata sulla sua alta collina e dominante la rumorosa citt, il porto, i freddi e grigi macigni allineati e il forte di Monte Cristo. In quel momento ella non ci aveva riflettuto, ma ora, mentre stava distesa sul letto nel silenzioso albergo, si ricordava che, con gli occhi fissi sulla chiesa, aveva mormorato una confusa preghiera alla Santissima Vergine per le reclute. Quale preghiera? Se ne ricordava poco: l'implorazione di una donna contro le tentazioni che avrebbero assalito quegli uomini abbandonati a se stessi in remote e pericolose contrade, il grido di una donna a una donna perch vegliasse sopra ogni creatura errante.
Quando, sparita al suo sguardo la terra, le si era presentato solo il mare bianco, altre considerazioni meno romantiche si erano impossessate di Domina. Ella aveva desiderato di dormire e aveva preso una bevanda soporifera; ma non ne risent pienamente l'effetto, e fu soltanto pervasa da un senso di torpore. Per tutto il tempo ella giacque nella buia cabina, guardando il fioco raggio che penetrava dalle lastre di vetro della lanterna. Le reclute mansuefatte e avvicinate fra loro dallo sgomento, cominciavano ad affiatarsi: il continuo mormorio delle loro voci scendeva a lei, col rumore delle onde e dei misteriosi scricchiolii che accompagnano il moto di un bastimento. E quei suoni le sembravano aspri e strazianti, perfino suggestivi di pericolo.
Quando furono giunti alla sponda affricana videro luccicar sulle colline i lumi delle case. Le pallide reclute furono scortate sulla bianca strada da alcuni zuavi venuti loro incontro dalle caserme di Robertville. Gi quei giovanotti parevano pi uomini che non al momento dell'imbarco. Domina li vide ascendere la collina, tenendosi stretti i fagotti o le sacche; alcuni di essi, alzando la voce malferma, cercavano di cantare in coro; ma uno degli zuavi li redargu aspramente e impose loro il silenzio; essi obbedirono e scomparvero pesantemente nell'ombra, guardando come trasecolati i boschetti di palme di quel nuovo e buio paese, e gli arabi ammantati che incontravano per via.
Ora pareva a Domina che il pavimento con le mattonelle rosse pendesse un po', ed ella si mise a fantasticare come la poltroncina di giunco presso il piccolo armadio potesse stare in piedi, e come mai non tentennasse con rumore la catinella incrinata nel lavamano di ferro. La sua borsetta da viaggio era aperta; e l'argento del dorso delle spazzole e quello dei tappi delle boccette col suo luccichio le riport il pensiero, senza ch'ella sapesse perch, all'Inghilterra. Ma in Inghilterra non vi sarebbe cos caldo: l, in autunno, da qualche finestra aperta, sarebbe venuta un po' d'aria fresca, probabilmente una ventata frizzante che farebbe sbatter le imposte.... si udirebbe forse il rumore della pioggia. E Domina si sent come mossa a compassione per l'Inghilterra e per la gente che v'era rintanata per passarvi l'inverno. Eppure, quanti inverni vi aveva passati, sognando la libert e occupata in aride cose.... in cose insipide, senza significato, di niun giovamento per il cervello e per l'anima. La sua testa era ancora sotto l'azione del narcotico da lei preso.
Domina era una donna forte e attiva, alta e complessa, abile schermitrice, infaticabile nuotatrice, elegante amazzone; ma in quella notte si sentiva quasi nevrotica, come una delle languide donnine per le quali furono inventate le case di cura e in cui vivono tanti medici compiacenti. Quel pavimento rosso che pendeva e ondeggiava le dava pi vivo il senso della sua debolezza presente, ed ella che detestava la debolezza, spense con un soffio la candela e, con una energia poco opportuna, cerc risolutamente di dormire; ma purtroppo ella non ottenne nulla, e continu in un'insonnia tetra e pesante fin che le tenebre non le divennero intollerabili: in esse ella vedeva di continuo la lunga processione delle pallide reclute che, simili a spettri in una via di sogno, ascendevano la collina di Adduna con le loro sacche e i loro fagotti. Finalmente ella risolvette di rassegnarsi a una notte insonne: riaccese la candela e vide che l'ammattonato non pendeva pi. Ella aveva a portata di mano due dei libri che soleva chiamare i "libri del letto": uno era Il sogno di Geronzio del Newman, l'altro un volume della Biblioteca Badminton: scelse il primo e cominci a leggere.
Verso le due ella ud un fruscio continuato. Sulle prime si figur che il suo cervello stanco le giocasse ancora qualche tiro; ma il fruscio continu e crebbe: pareva un rumore che venisse da qualche cosa di molto esteso, come un velo sopra un'immensa superficie. Ella si alz, attravers la stanza e and alla finestra aperta di cui spalanc le persiane. Cadeva una pioggia pesante; la notte era nera nera, piena di umida e greve fragranza, quasi recasse in braccio strane offerte, merce interamente esotica, tropicale e allettatrice. Mentre se ne stava l, dinanzi a una maraviglia ch'ella non poteva scorgere, Domina dimentic il Newman. Ella si sent animosa compagna del mistero. In esso ella indovinava il polso pulsante, il caldo, effervescente sangue della libert.
Ella anelava la libert, un ampio orizzonte, il vento aquilonare, il sole ardente, gli spazi terribili, il fulgore smagliante, abbarbagliante, i caldi meriggi che ipnotizzano, e le lussureggianti purpuree notti dell'Affrica. Ella anelava i fuochi dei nomadi e le aspre voci dei cani cabili; anelava il rullo del tamburo indigeno, il cozzo dei cembali, lo schiocco delle castagnette dei negri, il turbinante aspetto delle danzatrici dipinte. Ella anelava tutto ci, pi di quel che potesse esprimere, pi di quel che sapesse; quelle cose erano per lei un vero bisogno che le dava una pena al cuore mentre che ella aspirava quella strana e ricca atmosfera.
Quando Domina ritorn a letto, le fu impossibile leggere ancora il Newman; la pioggia e le fragranze uscenti dalla nascosta terra dell'Affrica avevano trasportato la sua mente come su un tappeto magico; ora ella era contenta di giacere l sveglia nel buio.
Domina aveva trentadue anni, era nubile e in una condizione singolarmente indipendente, che a molti poteva sembrar solinga. Suo padre, lord Rens, era morto da poco lasciando a Domina, sua unica figlia, un cospicuo patrimonio. La vita di lui era stata strana e tragica: lady Rens, madre di Domina, era stata una gran bellezza di tipo zingaresco, figlia di madre ungherese e di sir Enrico Arlworth, uno dei cattolici inglesi pi in vista e pi ardenti del suo tempo; un figlio di lui si fece prete, e fu un famoso predicatore e scrittore di argomenti religiosi; un'altra sua figlia prese il velo. Lady Rens, che non aveva un gran talento, bench per unanime consenso avesse il sembiante di una musa, condivideva l'ardore di famiglia per la sua religione, ma amava troppo il mondo per volerlo lasciare; da giovanissima ella incontr lord Rens, che era nelle guardie del corpo e aveva ventisei anni, di religione, a suo dire, protestante, ma che veramente faceva a meno di qualsiasi fede. Egli s'innamor perdutamente di lei e pass al cattolicismo per sposarla, divenendo anzi molto devoto, aiutando la chiesa di sua moglie quanto pi poteva, facendo cospicue elargizioni a istituti di beneficenza cattolici e adoprandosi con fervido zelo per la propagazione del cattolicismo in Inghilterra.
Disgraziatamente la sua nuova fede non era fondata che sull'amore di una creatura umana, e quando un bel giorno lady Rens, che era quanto mai ardente e impulsiva, gett ai quattro venti tutti i suoi principii e fugg con un celebre violinista ungherese che aveva fatto furore a Londra, suo marito, colpito nell'anima, e anche ferito quasi a morte nell'orgoglio, abbandon di repente la religione della donna che lo aveva convertito e tradito.
Domina aveva diciannove anni, ed era stata presentata da poco a corte quando lo scandalo della fuga di sua madre commosse la citt e in un giorno cambi suo padre da uno degli uomini pi felici in uno dei pi cinici, amareggiati e disperati. La fanciulla, che era stata educata cattolica da ambedue i genitori, che fin dai pi teneri anni aveva appreso le bellezze della religione, era adesso esposta ai quasi frenetici incitamenti di un padre che, odiando tutto quel che gi aveva amato, abbandonando tutto quello a cui s'era prima attaccato per l'influsso della sposa poi infedele, desiderava di trascinar sua figlia nella sua nuova e miseranda condizione di vita. Ma Domina, che insieme a molta della bruna bellezza di sua madre aveva ereditato molta della sua impulsivit e del suo ardore, era anche dotata di cervello, e di ampiezza di mente e di limpidit di criterio, cose che a lady Rens facevano difetto. Anche quando ella fremeva ancora per il colpo e per la vergogna della colpa di sua madre e rabbrividiva della propria solitudine, Domina era incapace di condividere l'apprezzamento addirittura egoistico che suo padre faceva della religione della colpevole: ella non poteva persuadersi che la fede in cui era cresciuta dovesse proprio essere un'impostura perch una persona fra quelle che la professavano, una persona alla quale ella aveva dato il pi grande amore e la pi gran fede, aveva messo in non cale gli ammaestramenti ricevuti, e sfidate le proprie credenze. Domina non volle stare in discordia col padre, ma rimase nella chiesa della madre che non le sarebbe pi dato di vedere, e ci, nonostante gli straordinari e pertinaci tentativi di suo padre per pervertirla al proprio ateismo. La mente di quell'uomo era cos sconvolta per l'angoscia del suo cuore, che egli era giunto a pensare che strappando la sua unica figlia dalla religione a cui egli era stato condotto dalla pi gran peccatrice da lui conosciuta, egli potrebbe in certo modo purificar la sua vita, insozzata dalla condotta di sua moglie, rialzando ancora un poco l'orgoglio ch'ella aveva vilipeso.
Lo zio della fanciulla, padre Arlworth, l'aiut col conforto e col consiglio in quel periodo difficile della sua vita, e lord Rens col tempo desist dal tentativo di aver sua figlia a compagna del tragico viaggio che avrebbe dovuto allontanarla con lui dall'amore e dalla fede, per condurla all'odio e all'apostasia; egli si volse alle violente distrazioni della disperazione, e gli ultimi anni della sua vita furono addirittura orrendi, come tutti sapevano e anche Domina talvolta sospettava; ma bench sua figlia gli avesse resistito, ella non mancava di piet per lui e non si sentiva indifferente alla diserzione di sua madre e all'effetto che aveva avuto sul padre suo. Domina rimase cattolica, ma a poco a poco cess di esser devota; bench avesse mostrato tanta fermezza, era tuttavia veramente scossa se non nelle sue credenze religiose, in una cosa ancor pi preziosa: nell'amor suo. Ella adempieva ai doveri della sua fede, ma poco ne sentiva la intima bellezza. Lo sforzo da lei fatto nel resistere all'assalto del padre per spengerla in lei, l'aveva esaurita. Bench momentaneamente ella avesse avuto la forza di trionfare, doveva poi scontar la sua vittoria con un parziale e segreto sgomento. Il padre Arlworth, che aveva un'acuta penetrazione della natura umana, osserv come Domina fosse cambiata e un tantino indurita dopo aver saputo della tragedia, e non fosse n sorpresa n scandalizzata. N egli si prov a ricondurne il carattere nella sua primiera via di bellezza: sapeva che il farlo sarebbe pericoloso, che l'indole di Domina richiedeva pace per poter ritornare addirittura normale dopo il colpo sofferto.
Quando Domina ebbe ventidue anni, lo zio mor, e venne cos a mancarle la pi sicura guida, la sola persona che la comprendesse. Gli anni passarono. Ella viveva col padre in spirito, e s'immergeva nella spensierata mondanit della vita della propria sfera. La sua casa era tutt'altro che piacevole, tuttavia ella non voleva maritarsi: il naufragio della vita domestica dei suoi genitori la rendeva sfiduciata quanto ai vincoli umani: ella aveva veduto ormai l'amore sotto un aspetto tremendo, e non poteva, come altre donne, riguardarlo come un porto di dolcezza; per cui lo elimin da s e si sforz di riempir la sua vita di tutte quelle cose minori a cui si attaccano uomini e donne, come i chinesi si attaccano alla pipa dell'oppio, di tutte quelle cose che cullano fino ad addormentarla la comprensione della realt.
Quando mor lord Rens, sempre bestemmiando e senza alcun conforto religioso, Domina sent la imperiosa necessit di un cambiamento. Ella non fece grandi dimostrazioni di cordoglio sul feretro paterno: negli ultimi anni avevano vissuto molto a parte, e la morte di suo padre la sollevava dalla perpetua contemplazione di una tragedia. Lord Rens era giunto a riguardar sua figlia quasi come una nemica, nella sua inimicizia per la religione della madre, ch'era pur quella di lei. Tuttavia il colpo fu forte per Domina. Quando prima di morire egli giacque per qualche tempo infermo senza poter parlare, sua figlia si ricord a un tratto con precisione quel ch'egli fosse prima della fuga di sua madre: il periodo successivo, per quanto lungo e brutto, ella volle cancellarlo dalla sua mente: pianse per la povera vita spezzata, ora al suo termine, ed ebbe paura per il futuro di lui nell'altro mondo. La dipartita di suo padre per l'ignoto le fece di repente comprendere con chiarezza quanto l'azione di lui e di sua madre avessero influito sul suo carattere. Mentre ella stava al letto dell'infermo, fantasticava che cosa ella avrebbe potuto essere se, fino alla fine, sua madre fosse stata fedele e suo padre felice. Indi ebbe paura di se stessa, riconoscendo parzialmente, e per la prima volta, come quegli anni avessero veduto la sua lunga indifferenza. Si sent anche conscia di s, ignara del vero significato della vita, e come se sempre fosse stata, e sempre rimanesse, piuttosto un complicato congegno che una donna. Un desolante abbattimento di spirito, una amara e pur tetra perplessit l'assalirono; incominci a fantasticare su ci ch'ella fosse, di che cosa fosse capace, cio quanto bene o male potesse fare, e a convincersi che non lo sapeva, che non aveva mai cercato d'indagarlo o di scoprirlo. In quello stato d'animo, ella and una volta a confessarsi, ma ne ritorn sentendo quasi di aver recitato una parte col sacerdote: come poteva una donna che non sa nulla di s fare altro che una indegna confessione? Cos ella pens. Dire che cosa uno ha fatto, non  sempre dire ci che uno sia; e solo quel che uno  importa eternamente.
Poi, sempre nella sua perplessit di spirito, ella lasci l'Inghilterra con la sola compagnia della cameriera. Dopo un breve giro nel mezzogiorno dell'Europa, che le era ormai familiare, ella fece la traversata per veder l'Affrica che non conosceva. La sua destinazione era Beni-Mora; aveva scelto quel luogo perch le piaceva il suo nome, perch aveva veduto sulla carta che era un'oasi del deserto di Sahara, perch lo sapeva piccolo, quieto, e tuttavia dinanzi a una immensit di cui ella aveva spesso sognato. Ella pensava blandamente che forse nella solitudine piena di sole di Beni-Mora, lungi da tutti gli amici e da tutte le reminiscenze del suo passato, avrebbe potuto imparare a comprender se stessa. Come? Ella non lo sapeva e non cercava di saperlo. Era quello un incerto pellegrinaggio, come se ne fanno tanti in questo mondo.... il viaggio di una donna che cercava.... non avrebbe potuto dir nemmeno lei che cosa. E cos ella se ne stava ora a giacere nel buio, ascoltando il fruscio della calda pioggia affricana, e aspirando i profumi che esalavano dalla terra, e sentiva che l'ignoto le era molto vicino.... l'ignoto con tutte le sue beate possibilit di cambiamento.
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Capitolo 2.
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Molto prima dell'alba, il cameriere italiano salt gi dalla branda, si mise il berretto, e buss alle porte di Domina e di Susanna Charpot.
Era sempre buio, e pioveva ancora, quando le due donne uscirono per salire nella carrozza che doveva portarle alla stazione. La piazza della Marina era tutta un pantano, bruno e appiccicoso come torrone. Presso la ferrovia, accanto a una desolata edicola tinta di verde e turchino, sgocciolavano umide palme. Il cielo era grigio e basso. La carrozza aveva le tendine di tela incerata calate, e il cocchiere, un maltese, a giudicarne dall'aspetto, con un berretto rotondo contornato di pelo giallo chiaro, era imbacuccato fino agli orecchi. Il viso rotondo e bianco di Susanna era bolso dalla stanchezza, e i suoi occhi scuri, di solito buoni e fiduciosi, erano aspretti e anche un po' torvi mentre ella guardava di sottecchi il cameriere italiano e poneva in carrozza la borsa da viaggio della sua padrona e la coperta. Il cameriere rimase sul logoro scalino spalancando la bocca allo sbadiglio; nemmeno la mancia poteva eccitarlo; prima che la carrozza si movesse, egli era entrato nell'albergo e aveva sbatacchiato l'uscio. I cavalli trottarono fra la mota e discesero la collina. Una delle tendine d'incerato che non era stata fermata dal cocchiere, sventolava; e quando svolazz un po' in fuori, Domina vide alla sfuggita mota, foglie di palma luccicanti coi gambi gialli, lampioni a gas, e qualche cosa che era come uno esteso grigiore levigato: quello era il mare. Due volte ella vide alcuni arabi spingersi innanzi, rialzando e raccogliendo le vesti sul fianco, mettendo in mostra le gambe nude fin sul ginocchio; i loro visi erano nascosti dai cappucci: sembrava che fossero stizziti per il cattivo tempo, e cercavano di metter sempre i piedi scalzi nell'asciutto.
Susanna, che sedeva di faccia a Domina, teneva ora gli occhi chiusi; se di tanto in tanto non si fosse passata sveltamente la lingua sopra le turgide labbra pallide, sarebbe parsa una cosa morta. La piega civettuola da lei data al suo cappellino nero nell'aggiustarselo in capo, sembrava addirittura sprecata per l'occasione, poco intonata con l'umore di lei: faceva piuttosto pensare a un cappello messo per andare a qualche allegro ritrovo. Susanna teneva strettamente intrecciate in grembo le mani inguantate di nero, lasciando neghittosamente cullare il suo corpo rotondetto dal moto della carrozza senza opporvi resistenza; ella aveva tutta l'apparenza di un cadavere seduto. L'incerato delle tendine sventolava monotono; nel buio, il cocchiere esortava i cavalli con stridi di uccello, prolungando malinconicamente i suoi incitamenti, e schioccando la frusta. Domina teneva gli occhi fissi sulla tendina non fermata, tanto che non le sfuggiva nemmeno una delle umide visuali che l'incerato discopriva nell'incessante svolazzio. Ella non aveva affatto dormito e le pareva di sentire sotto gli occhi un'arida granulosit. Per quanto bene sveglia e in buona salute, non si sentiva punto naturale; se qualche cosa di straordinario fosse accaduto, se, per esempio, la carrozza fosse ribaltata dal ciglione della strada nel mare, era sicura che non se ne sarebbe fatta caso, e nemmeno se ne sarebbe impaurita; eppure se qualcuno le avesse domandato se era stanca, avrebbe risposto di no.
Come sua madre, Domina aveva il tipo zingaresco. Era molto alta e complessa, aveva neri capelli folti un po' indomiti e ondulati che portava spartiti in mezzo alla testa piccola; occhi a mandorla bruni con gravi palpebre; la carnagione di un bianco caldo, mai colorita: ella non arrossiva mai neanche se eccitata o commossa. La sua fronte era ampia e bassa; i sopraccigli lunghi e uniti, pi folti di quel che di solito siano nelle donne; il volto era ovale, il naso diritto e breve, il mento piccolo ma lievemente sporgente e rotondo, e la bocca espressiva, non piccolissima, un tantino depressa agli angoli, coi denti perfetti e le labbra rosse e sode. Il suo personale era atletico, con un paio di spalle molto larghe per una donna, e la vita stretta senza artifizio; anche le mani e i piedi erano piccoli. Ella camminava splendidamente, come un Siro, ma senza spavalda insolenza. L'espressione del suo volto in riposo era quella di una calma indifferenza, alcuni pensavano di ostilit. Ella dimostrava gli anni che aveva, e in vita sua non si era mai incipriata; facile al sorriso e pronta ad animarsi, nella sua animazione vi era spesso un fuoco, come talvolta nella sua calma una nube; la gente timida si peritava un po' dinanzi a lei, n sempre i suoi modi la rassicuravano; la sua esuberante forza fisica aveva in s qualche cosa di sorprendente e faceva pensare all'uso a cui fosse o potesse essere adoprata. Anche con gli occhi chiusi ella sembrava singolarmente desta.
Domina e Susanna giunsero alla stazione di Robertville molto prima del tempo; la gran sala d'aspetto in cui dovettero trattenersi era fiocamente illuminata, nera e gelida. Lo sportello dei biglietti si trovava a sinistra, e la stanza era divisa in due parti da un banco largo e basso su cui fu posto il pesante bagaglio, prima di esser pesato, da due uomini barbuti e robusti col camiciotto turchino. Tre o quattro facchini arabi sordidamente vestiti all'europea, ma col turbante, circondarono Domina di offerte di aiuto; uno dei pi sudici del crocchio, privo di un occhio in un'occhiaia infossata, riusc, a forza d'insistenza e di sfacciataggine, ad attaccarsi a lei in una specie di qualit ufficiale. Egli parlava speditamente un francese tutt'altro che corretto, ma Susanna ne fu attratta, e poich egli era pi che normalmente muscoloso e svelto, in un batter d'occhio s'impossess di tutti i loro bagagli e li schier sul banco; indi si diede a declamare e gesticolare a quanto pareva per scuotere e richiamar l'attenzione dei due uomini barbuti coi camiciotti, i quali se ne stavano a fumar la loro sigaretta con gli occhi atoni rivolti alla bilancia su cui era posato il bagaglio da pesare. Susanna si mise in vigile attesa, e Domina, non sapendo che cosa fare, e non vedendo panchine su cui sedere, si mise a camminare lentamente in su e in gi per la sala vicino all'ingresso.
Erano adesso le quattro e mezzo di mattina e a Domina pareva di sentir nell'aria l'alito fresco dell'alba. Al di l dell'ingresso della stazione, mentre ella passava e ripassava nel suo lento cammino senza meta, ella vide le tendine d'incerato della carrozza da lei lasciata, che, tutte bagnate, luccicavano alla fioca luce del fanale. Dopo qualche momento entrarono gli arabi da lei veduti per la strada; i loro piedi bruni, scalzi, erano incrostati di mota rappresa, e appena si trovarono al riparo in un luogo asciutto, essi lasciarono andar le vesti che avevano tenute alzate, e, piegandosi, cominciarono a staccarsi quella mota, facendola schizzar sul pavimento, con le loro esili dita; e misero in ci molta cura e precisione; poi si stropicciarono ripetutamente la pianta dei piedi all'assito, si rinfilarono le babbucce gialle, e si buttarono all'indietro i cappucci che si erano tirati sul capo.
Qualche passeggero francese entrava alla spicciolata, sbadigliando e di cattivo umore. I facchini gli si facevano intorno con le loro offerte; gli uomini coi camiciotti continuavano a fumare e a contemplare la basculla sul pavimento. Bench ormai i bagagli empissero il banco quanto era lungo, non vi badavano, come non badavano alle violente e reiterate esclamazioni degli arabi che vi stavano dietro, ansiosi di prender la mancia appena i colli fossero pesati e registrati; ma a quanto pareva essi s'erano abbandonati a sogni selvaggi. Finalmente una luce brill al finestrino dei biglietti; gli uomini coi camiciotti si mossero e buttaron via i mozziconi delle sigarette, e i pochi viaggiatori si affrettarono al banco e con la mano o con la mazza accennarono i loro bagagli. Susanna Charpot atteggi il volto a vigile attenzione, e Domina smise di camminare in su e in gi. Parecchie delle reclute entravano ora rapidamente, accompagnate da due zuavi: erano tutte bagnate, e parevano imbambolate e stanche. Con le sacche e i fagotti tenuti bene stretti andarono verso i binari.
Un treno scivolava lentamente, illuminato da fiochi fanali. I bauli di Domina furono scaricati sulla basculla, e Susanna, tirando fuori il portamonete, prese il suo posto dinanzi al luminoso finestrino dei biglietti.
Nell'umida oscurit si alz un suono che parve una beffarda sghignazzata infantile, e quel suono fu subito seguto dallo squillo di un corno. Il treno si sferr immediatamente, pass a uno a uno i lampioni della stazione, e sbuffando e fischiando si spinse nella campagna velata. Domina si trov in un vagone pessimamente illuminato, insieme con tre francesi. L'uomo ch'ella aveva di faccia era enormemente grasso, con la barba nera come il carbone che gli si propagava fino agli occhi; era inguantato di nero e aveva le ghette, un ampio cappello di feltro, un grave mantello nero con un fermaglio nero sotto la gola; teneva gli occhi chiusi e il capo, grosso e pesante, piegato all'innanzi. Domina fantastic se viaggiasse per andare al funerale di qualche parente. I due altri uomini, uno dei quali pareva un commesso viaggiatore, s'ingegnavano di riscaldarsi i piedi sulle bombole dell'acqua calda stese sul pavimento; rancicavano e traevano grandi sospiri; uno di loro toss, abbass il cristallo del finestrino, sput, lo rialz, si mise a sedere di sghembo, allung a un tratto le gambe sul sedile e mugol. Il treno faceva un gran fracasso e dava grandi scosse via via che aumentava la sua velocit. La pioggia scorreva sui cristalli dei finestrini, attraverso i quali non era possibile veder niente.
Domina si sentiva bene sveglia, ma su lei era sceso un senso opprimente di sgomento; ella non attribuiva quel senso alla stanchezza e non cercava nemmeno di analizzarlo; le pareva di non aver veduto e udito che tristezze, di non aver saputo altro che cose malinconiche, o strane, o inesplicabili. Che cosa ricordava? Una sequela d'inezie che sembrava fossero state bastanti a empir tutta la sua vita: l'arrivo delle reclute nervose e mal vestite allo scalo, il loro imbarco, l'ultimo sguardo atono e patetico alla Francia, il viaggio tempestoso, il sordido malessere di quasi tutti a bordo, l'avvicinarsi dopo l'imbrunire alla piccola e ignota citt della quale era impossibile veder chiaramente qualche cosa, l'equipaggiamento delle reclute pallide per il mal di mare patito, il loro meschino tentativo di cantare allegramente, rintuzzato con asprezza dagli zuavi che avevano quei poveretti in consegna, la loro partenza su per la collina, ciascuno col suo piccolo bagaglio, la nottata insonne, il suono della pioggia cadente, gli odori che uscivano dal grembo della terra.... Il colpetto del cameriere italiano alla sua porta, la scarrozzata sotto la pioggia alla stazione, la lunga attesa fattavi, il segnale sghignazzante seguto dall'acuto corno, il fischio e lo sbuffare del convoglio, la fioca luce del vagone che cadeva sul pingue francese in lutto, l'acqua grondante sui vetri dei finestrini.... Quelle poche cose viste, quei suoni, quelle sensazioni erano per Domina in quel momento come la storia di una vita, erano, ancor pi, l'insieme della sua vita stessa: sempre sordo rumore, strani, evanescenti, pallidi volti, e una ignota regione che rimaneva perpetuamente invisibile e che doveva esser di certo brutta e terribile.
Il treno sostava spesso a qualche solitaria stazioncina; Domina abbassava il cristallo e sporgeva un momento la testa: a ogni stazione ella vedeva una casettina col tetto aguzzo, uno steccato che divideva il marciapiede dalla strada maestra, melma, erba piegata dal peso della pioggia, e alti eucalitti rugosi, sgocciolanti. Talvolta i bambini del capostazione si affacciavano a guardare con occhi curiosi il treno, e alcuni arabi malinconici, tutti rimbacuccati, la bocca e il mento coperti con strisce di lino, andavano e venivano lentamente.
Una volta Domina vide due donne, con bianche vesti leggiere e svolazzanti e con veli cosparsi di lustrini, avanzarsi come fantasmi nel buio. Pesanti ornamenti d'argento cingevano loro le caviglie sopra le nere babbucce inzaccherate; esse avevano occhi attoniti cerchiati di bistro, e con le mani tinte di un color vinato, le cui unghie eran fulgidamente rosse, si stringevano ai petti ricolmi il loro leggero arredo nuziale; le due donne erano scortate da un uomo gigantesco, quasi nero, con una cicatrice a zig-zag sulla guancia sinistra, il quale indossava un luccicante burnus bruno sopra un caffetano grigio. Egli spinse le due donne in treno come se vi cacciasse due balle, e vi sal anche lui, mettendo in mostra un paio di gambe nude spropositate, coi polpacci saldi come verghe di ferro.
Il buio cominciava a disperdersi, la luce grigia andava crescendo, la pioggia cess. Fu allora possibile guardare dal vetro del finestrino.
Il paese incominciava a rivelarsi, bench ancora un po' timidamente, agli occhi di Domina; da qualche momento ella si era accorta che il treno aveva rallentato la corsa, e poteva ora vedere che ci avveniva perch salivano una rapida pendice. L'ubertosa, umida terra delle pianure oltre Robertville, con l'erba rigogliosa, il grasso suolo arabile e i boschetti di eucalitti era gi rimasta indietro. Il treno strisciava in una chiostra di colline, grigia, sterile e abbandonata, senza vie e senza case, senza un solo albero. Di tanto in tanto, su un monticello di terra fioriva qualche ciuffo di un verde grigio, accentuando invece di attenuarlo l'aspetto di squallore presentato dal suolo, sul quale l'erba, sorgendo dalle umide braccia della notte, effondeva un chiarore freddo e pigro. Presso un dirupo nelle colline rotondeggianti, dove la terra era di un giallo scuro, un branco di capre con gli orecchi ciondolanti brucava lentamente, seguto da due ragazzi arabi con le vesti in brandelli. Uno dei due ragazzi sonava una zampogna coperta di arabeschi rossi. Domina ud due o tre battute della melodia, e le parvero ineffabilmente schiette e gorgheggianti, limpidissime e dolci, proprio intonate alla pura e ascetica luce gettata dall'aurora in quelle nude e grigie colline, e la rianimarono, togliendola alla stanchezza deprimente dovuta alle tediose circostanze del recente viaggio. Ella cominci, con lieve eccitazione, a capire che quelle basse e rotondeggianti colline erano affricane, ch'ella lasciava dietro a s il mare di cui tante onde muggivano lungo le coste europee, che oltre il circoscritto orizzonte verso il quale strisciava il treno si stendeva il gran deserto, il destino di lei, con le sue pallide sabbie e le sue desolate citt, le sue trib di lavoratori bruciati dal sole, coi suoi predatori, i suoi guerrieri e i suoi preti, co' suoi eterei misteri di miraggio, i suoi tragici splendori di colore, di tempesta e di calore. Una sensazione di un mondo pi vasto che non il mondo limitato nel quale la fatica fisica aveva avuto per lei un allettamento, si svegli nel suo cervello e nel suo cuore. Il piccolo arabo che sonava indifferentemente la sua zampogna coi rabeschi rossi fu presto invisibile fra le sue capre oltre il letto secco di un torrente che segnava probabilmente il limite del suo andare; ma Domina sent che, al pari di un musico a capo di una processione, col suo suono egli le aveva bravamente fatto strada verso l'aurora e verso l'Affrica.
Ad Ah-Suf Domina cambi treno e fu sola nello scompartimento. Le reclute erano gi arrivate a destinazione; ma ella doveva fare un pi lungo pellegrinaggio e ancora verso il sole. Ella non si pot mai dopo ricordare a che cosa aveva pensato durante quella parte del suo viaggio; gli eventi successivi colorirono cos le sue memorie dell'Affrica, che ogni ondeggiamento del suo suolo arso dal sole era dotato nella sua mente del significato di una cosa viva. Ogni palma accanto a un pozzo, ogni vite selvatica e ogni fiore rampicante sul muro di un albergo, ogni linea di collina e ogni profilo d'ombra si fondevano nel suo cuore con la bellezza e con la poesia che da bambina ella pensava dovesse trovarsi al di l del tramonto.
E cos ella dimentic.
Una strana sensazione dell'abbandono di tutte le cose l'aveva pervasa; era veramente stanca dal viaggio e aveva bisogno di dormire, ma ella non lo sapeva. Seduta all'indietro, col capo appoggiato alla trina una volta bianca del sobbalzante vagone, ella contemplava il gran cambiamento che si operava nella terra.
Pareva che Dio avesse steso la Sua mano per ritrarre a poco a poco tutte le cose da Lui create, tutto l'arredo da Lui posto nel gran palazzo del mondo, come se intendesse di lasciarlo vuoto e del tutto spogliato.
Cos pens Domina.
Prima di tutto Egli prese l'erba folta e rigogliosa e i fiorellini che vi spuntavano modestamente; poi ritrasse i boschetti di aranci, gli oleandri e gli albicocchi, i fedeli eucalitti coi loro pallidi tronchi e le foglie opposte in croce, le dolci acque che fertilizzavano il suolo rendendolo morbido e bruno dove l'aratro incideva i suoi solchi, le piante fronzute e le canne gigantesche pi folte dov' l'acqua. E ancora, mentre il treno correva, i Suoi doni si facevano pi rari: da ultimo perfino le palme erano sparite, e il fico di Barberia non dispiegava pi fra il disgregamento dei macigni la sua forza tortuosa e le pallide e fantastiche evoluzioni del suo complicato fogliame. Dappertutto, la terra giallognola o grigio scura era sparsa di pietre; nel sole brillavano cristalli come gioielli convessi, e pi oltre, sotto nubi cupe e leggiere, apparivano ardue e arcigne montagne che parevano fatte di ferro fucinato in forme orribili e frastagliate: dove scoscendevano in burroni divenivano nere; le loro gibbosit e i loro fianchi, talvolta aguzzi come vertebre di animali, erano color d'acciaio; le loro vette, porporine; ma quando le nubi vi si addensavano sopra, esse prendevano un nero d'ebano.
Verso quelle terribili moli viaggiavano alcune carovane che l'occhio di Domina seguiva con rara e letargica attenzione.
Molti cabili, meno neri di capello di quel che non fosse lei, incedevano lentamente a piedi verso i loro villaggi petrosi.
Sulla terra screpolata, quelle carovane andavano verso le lontane montagne e le nubi. Il sole si era nascosto; il vento continuava a soffiare; la sabbia penetrava perfino nel vagone. Le montagne, che Domina vedeva ora pi chiaramente, parevano pi cupe, pi fantastiche. V'era qualche cosa di non terrestre nelle loro linee dure, nel rigido mistero dei loro innumerevoli picchi; commoveva il pensare che tutta quella gente vi andasse incontro, e dava alla immaginazione un senso di pena.
Il vento pareva cos freddo, ora che il sole s'era nascosto, che Domina aveva ritirato su tutt'e due i vetri dei finestrini e s'era avvolta in una coperta. Ella pos i piedi sul sedile di contro a lei e socchiuse gli occhi; ma subito dopo li rivolse al vetro alla sua sinistra e guard: le sembrava addirittura impossibile che quel treno traballante e lento avesse qualsiasi destinazione. La campagna era divenuta cos desolata, ch'ella non poteva figurarsi pi oltre che l'assoluto squallore; non capiva che ora attraversava un tratto sterile; ella provava la sensazione di aver oltrepassato il confine del mondo creato da Dio, e di esser giunta in qualche altro luogo sul quale Egli non avesse mai gettato lo sguardo, del quale Egli non avesse nozione.
A un tratto le parve che suo padre fosse entrato in qualche landa consimile quando egli si era strappato alla sua religione; e in quella landa era morto: stando al letto di morte di lui ella vi s'era affacciata, ed ora vi era penetrata.
Adesso nessun arabo viaggiava; non si vedevano tende piantate fra i bassi cespugli: non pi il minimo segno di vegetazione. Il terreno era tutto ondulato e sparso di monti di sassi. Ogni tonalit gialla e bruna si confondeva e svaniva verso le falde dei monti. Di tanto in tanto il letto disseccato di qualche corso d'acqua mostrava i suoi spacchi; le aride rive ricordavano la scorza dell'arancia. Alcuni uccellini, musica della terra, con folti ciuffetti, saltellavano leggeri fra i sassi, svolazzavano per qualche piccolo tratto, indi ridiscendevano con un'aria di bramosa sveltezza come se i loro corpicini fossero pieni di tremolanti fili elettrici: erano le sole cose viventi che Domina potesse vedere.
Ella ripens di nuovo a suo padre: l'anima di lui doveva di certo errare in qualche plaga a quel modo, molto lontana da Dio.
Ella abbass il cristallo.
Il vento era veramente freddo e impetuoso; ella lo bevve come se gustasse per la prima volta un vino, e si accorse subito di non aver mai aspirato un'aria a quel modo: v'era in essa una fragranza maravigliosa, sorprendente, come l'odore di gigantesche distese e di scorrenti leghe di vuoto. N fra le montagne n sul mare ella aveva mai trovato un'atmosfera cos mossa e pura, tersa e vivida d'inesprimibile libert. Ella si affacci al finestrino e chiuse gli occhi: e ora che non vedeva nulla, il suo palato assaporava quel vento pi intensamente. Il pensiero di suo padre fugg da lei; tutti i pensieri particolareggiati, tutte le minuzie della mente si dissiparono: ella si preparava a un incontro con qualche cosa di gigantesco, con qualche cosa insofferente d'inceppamento, con l'essere dalle cui labbra alitava quel soffio maraviglioso.
Quando due innamorati si baciano il loro respiro si confonde, e, se amano davvero, ciascuno  conscio che nel respiro del suo amato vi  l'anima sua che esce dal tempio del corpo per la porta del tempio. Mentre Domina se ne stava affacciata senza veder niente, ella cap che in quel soffio ch'ella beveva era un'anima, e le parve che fosse l'anima che fiammeggiava nel centro delle cose, e al di l di quelle. Ella non pot pensar pi oltre a suo padre come un reietto perch aveva abbandonato una religione; poich tutte le religioni erano di certo in quel luogo, incedenti a fianco l'una dell'altra, e dietro a loro, come fondo ad esse, vi era qualche cosa di assai pi grande di ogni religione. Era neve o fuoco? Era la sfrenatezza di ci che ha dato luogo alle leggi, o la calma di ci che ha suscitato la passione? Amor pi grande di quel che non ve ne sia in ogni credo, o pi grande libert che non ve ne sia in ogni libert umana? Domina sent soltanto che se ella fosse mai stata una schiava, in quel momento sarebbe morta di gioia comprendendo la sconfinata libert che circonda questo piccolo globo.
Ne sia ringraziato Dio! mormor forte.
Le sue parole la riportarono alla coscienza delle cose comuni.... o l'addormentarono alle eterne.
Ella chiuse il finestrino e si rimise a sedere.
Un po' pi tardi il sole venne fuori di nuovo e le varie tonalit di giallo e di arancione che scherzavano sulla terra screpolata si accentuarono e splendettero. Domina era adesso immersa in un cos pieno letargo, che, quantunque non addormentata, si accorgeva appena del sole: ella sognava di libert.
Poi il treno rallent e sost; ella ud un gran vocio e guard fuori. Ora il sole rifulgeva, ed ella vide una stazione ingombra di arabi coi burnus bianchi che salutavano clamorosamente amici nel treno, altri che offrivano in vendita enormi arance ai passeggeri o camminavano in su e in gi fissando curiosamente gli occhi nei vagoni con la impassibile indifferenza a un ricambio di scrutinio ch'ella aveva gi osservata e riguardata animalesca. Un conduttore sal, le disse che quel posto era El-Akbara, e che il treno vi si fermerebbe dieci minuti per aspettare il treno di Beni-Mora. Ella pens di scendere per sgranchirsi un po' le gambe. Sul marciapiede trov Susanna, il cui viso le fece l'effetto di aver avuto uno schiaffo. Difatti, una gota della cameriera avvampava ed era tutta razzata; l'altra gota era di un bianco terreo. I suoi occhi erano imbambolati dal sonno e mezzo coperti dalle palpebre che parevano esservisi impietrite. Ella aveva le dita gialle per lo sbucciamento di un'arancia, e l'elegante cappellino tutto su una parte. Il vestito nero era sparso di chicchi di rena, e appena ella vide la sua padrona strinse le labbra e prese l'espressione di forzata rassegnazione caratteristica delle persone di servizio bene educate che si trovano a viaggiare lontano da casa, all'estero.
Avete dormito, Susanna?
No, signorina.
Avete preso un'arancia?
Non l'ho potuta buttar gi, signorina.
Volete guardare se vi riesce di avere una tazza di caff, qui?
No, grazie, signorina; questa roba araba non me la posso accostare alla bocca.
A momenti saremo arrivate.
Susanna fece il viso lungo, si guard la gonnella e cominci subito a scuoterne i chicchi di sabbia con veemenza, sporgendo al tempo stesso il piede sinistro. Due o tre giovani arabi le si fecero intorno e si misero a guardarla: avevano occhi magnifici e gravemente osservatori. Susanna seguit a scuotersi e lisciarsi la gonnella, e Domina ricominci a camminare fantasticando sulla mentalit di una cameriera francese: quella di Susanna doveva esser di certo limitata; si capiva ch'ella era inorridita dalla vista delle gambe nude: perch?
Mentre Domina camminava lungo il marciapiede fra i venditori di frutta, le guide, i facchini col turbante e la piastra, i ragazzi con gli occhi spiritati e gli accattoni che si affollavano intorno al treno, ella pens al deserto a cui era adesso cos vicina. Sapeva bene che si stendeva oltre la terrorizzante muraglia di rocce che le stava dinanzi; ma ella non pot vedervi uno spiraglio. Le torreggianti sommit delle balze, aguzze come i denti di un lupo, spiccavano crudamente sul cielo terso. In qualche luogo, nascosta nel buio della gola al loro pi, doveva esservi la bocca che aveva esalato quell'alito maraviglioso spirante libert e qualche cosa di etereo. Il sole declinava gi, e la luce che spandeva diveniva pi mite e romantica: ben presto la sera calerebbe sul deserto; poi vi si stenderebbe la notte: ed ella sarebbe l nel buio, con tutte le cose che il deserto racchiude.
Una fila di cammelli passava sulla strada bianca che scendeva nell'ombra della gola; alcuni uomini dall'aspetto selvaggio li accompagnavano, gridando continuamente: "Ush! Ush!" Poi scomparvero, uomini del deserto coi loro animali del deserto, di certo costretti a qualche tremendo viaggio attraverso le regioni del sole. Dove riposerebbero finalmente i mugolanti cammelli?
Domina li vide nel mezzo delle dune rosseggianti dei morenti fuochi dell'occidente; e le loro ombre si allungavano sulla sabbia come cose in riposo.
Ella sussult sentendosi rivolger sommessamente la parola in francese, e voltandosi vide accanto a s un alto giovane arabo, magnificamente vestito e con brache di panno celeste pallido, una zuavina intessuta d'oro, e il fez.
A Domina fece un grande effetto il colore della sua pelle, che era sbiadita come caff e latte, e il contrasto fra la sua complessione e il suo languido, quasi effeminato portamento. Mentre ella si voltava, egli le sorrise con calma, e alz una mano verso la muraglia di rocce.
La signora ha veduto il deserto? domand.
Mai, rispose Domina.
 il giardino dell'oblio, disse il giovane, ancora a bassa voce, e parlando con una raffinatezza delicata che era quasi una sdolcinatura. Nel deserto si dimentica tutto, anche il piccolo cuore che noi amiamo e il desiderio della stessa anima nostra.
Ma come  possibile? domand Domina.
Shal-lh!  la volont di Dio. Non si ricorda pi nulla!
I suoi occhi eran fissi sui giganteschi pinnacoli delle balze; c'era in essi del fanatismo e insieme dell'immaginazione.
Come vi chiamate? ella domand.
Batouch, signorina. Voi andate a Beni-Mora?
S, Batouch.
Anch'io. Stanotte, sotto gli alberi di mimosa, io comporr un poema: sar dedicato a Irena, la danzatrice. Essa somiglia la luna nuova che sorge sopra i palmizi.
Proprio allora il treno di Beni-Mora entr nella stazione, e Domina si volt per cercare il suo vagone. Mentre vi andava, ella osserv, col rammarico del viaggiatore egoista che desidera di rimanersene tranquillo, che un uomo alto, accompagnato da un facchino arabo recante una sacca verde, era allo sportello e stava di certo per entrar dentro. Egli diede un'occhiata intorno a s mentre comparve Domina, e si ritrasse un poco, piuttosto goffamente, come per lasciarla passar la prima, poi salt subito dentro avanti a lei. L'arabo cacci la sacca nel vagone, e il viaggiatore, cercando in fretta di mettergli qualche moneta in mano, lasci sfuggire il denaro che cadde fra le ruote del vagone e il marciapiede. L'arabo si mise a ricercare avidamente quelle monete interponendo il corpo tra Domina e il treno; ed ella fu obbligata a stare ad aspettare mentre quello frugava freneticamente in terra con le brune dita, borbottando esclamazioni che dovevano esser di rabbia. Intanto il viaggiatore aveva posto la sacca verde sulla rete, si era messo nella parte pi lontana del vagone e sedeva guardando dal finestrino.
A Domina fece effetto quel misto d'indecisione e di fretta impacciata da lui mostrata, e anche la sua mancanza di educazione. Non doveva esser davvero un gentiluomo, ella pens, altrimenti avrebbe obbedito al suo impulso e le avrebbe permesso di entrare in treno prima di lui. Pareva anche che fosse risoluto a essere scortese, poich sedeva voltando apposta le spalle allo sportello e non cercava di fare scostare il suo arabo perch ella potesse salire ora che il treno stava per muoversi. Domina era molto stanca, e cominci a sentirsi stizzita con quell'uomo che le ispirava anche disprezzo. L'arabo non poteva ritrovare il denaro e la cornetta dava ora il segnale della partenza. Bisognava assolutamente ch'ella salisse subito se non voleva restare a El-Akbara. Ella cerc di passar sopra l'arabo accoccolato, ma mentre lo faceva egli balz in piedi, salt sul montatoio del vagone, e cacciando met della persona nello sportello cominci a rivolgere un torrente di parole arabe al passeggero che v'era dentro. Il corno son di nuovo, e il vagone fu risospinto un po' indietro nel mettersi in moto.
Allora Domina prese l'arabo per la corta giacchetta europea, e disse in francese:
Lasciatemi subito passare. Il treno va via!
Ma il facchino che cercava di ottenere un'altra moneta in sostituzione di quella perduta, non le dava retta, e seguitava a sbraitare e a gesticolare. Il viaggiatore disse qualche cosa in arabo. Ora Domina era molto irritata: ella agguant la giacca, esercit tutta la sua forza, e scost violentemente l'arabo dallo sportello. Egli salt sul marciapiede e ci manc poco non cadesse: prima che si fosse riavuto, ella infil nel treno che si mosse proprio in quel momento. Mentre ella entrava, il viaggiatore che le era stato cagione di quella molestia si protese con una monetina d'argento in mano, facendo atto di alzarsi da sedere. Domina gli diede un'occhiata di disprezzo, ed egli torn subito a voltarsi al finestrino e a guardar fuori, rimettendosi al tempo stesso la monetina in tasca. Il viso gli divent paonazzo, ma egli non cerc di scusarsi e non si offr nemmeno di girar la maniglia pi bassa dello sportello.
Che zotico! pens Domina mentre si piegava fuori del finestrino per farlo lei.
Quando si volse, dopo aver ben chiuso lo sportello, ella trov il vagone pieno di una pallida luce crepuscolare. Il treno s'inoltrava nella gola, seguendo la carovana di cammelli da lei veduta sparire. Ella non fece pi attenzione al compagno, e subito il suo sentimento di acuta irritazione contro di lui svan. I picchi torreggianti gettavano grandiose ombre; il buio si faceva pi profondo; il treno, affrettando la velocit, sembrava spingersi nelle braccia della notte. L'aria era frizzante. Domina l'aspir di nuovo nei suoi polmoni, e di nuovo fu ravvivata, eccitata, dalla vita e dal brio che v'era in essa. Era conscia di riceverla con ardore, come se, veramente, ella tenesse le proprie labbra su una bocca, e aspirasse e confondesse con la propria l'essenza di qualcuno. Ella dimentic la sua recente contrariet e l'uomo che l'aveva cagionata; ella dimentic tutto nella semplice sensazione. Non aveva tempo di domandare: "Dove andr?" Si sentiva come trasportata sui flutti, in alto mare, alla ventura, al pericolo forse di un mormorante ignoto. Le balze si protendevano; le loro dentellature toccavano il cielo, ed ora accerchiavano il treno, bandendo il sole e il mondo da ogni vita che v'era dentro. Domina ebbe la fugace visione di acque scroscianti in lontananza, sotto a lei, di sponde disgregate, coperte di rottami come gli argini di qualche cava abbandonata; di macigni sparsi, raggruppati in selvaggio disordine, come se fossero stati vomitati da un mondo sotterraneo o gettati a piombo dal cielo; di fuggenti forme di alberi fruttiferi, di gelsi e di albicocchi, di oleandri e di palme, di arcigne mura gialle a guardia di stagni color d'assenzio, immobili, silenziosi. Ella sent in s un'impressione di freddo crescente e di oscurit, e i rumori del treno divennero cavernosi e parvero allargarsi come se tentassero di affrettarsi fra le rocce imminenti e aprirsi un varco nello spazio; vanivano per risorgere negli orecchi di Domina, aspri, violenti, in protesta, rissosi, imprecanti, declamanti. Il buio divenne il buio di un incubo. Tutti gli alberi sparirono quasi messi in fuga dalla paura; i massi si serrarono insieme quasi per risospingere il treno.
Vi fu un momento in cui Domina chiuse gli occhi come chi aspetta un tremendo colpo che non pu essere evitato.
Ella li riapr a un fiotto d'oro, da cui si affacciava il volto di un uomo, come un volto che si affacciasse dal cuore del sole.
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Capitolo 3.
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Quel fiotto le balen dinanzi col deserto, con le masse ardenti delle rocce colore incarnato e arancione, con le prime arene selvagge, i primi bruni villaggi splendenti nell'ultimo irradiamento del tramonto quasi cose scolpite nel bronzo, con la prima oasi di palmizi, di un verde intenso pari all'onda del mare, ondeggiante come un'onda, la prima maraviglia dell'ardore del Sahara e della grandiosit del Sahara. Ella pass per la porta d'oro nel paese azzurro, e vide quel volto, e, per un momento, mossa dalla esaltata sensazione di un cambiamento magico in tutto il proprio mondo, ella lo guard semplicemente come una nuova immagine che si presentasse ai suoi occhi, insieme col sole, con le potenti rocce, coi rudi villaggi, con gli alberi folti, e non lo collegava con nulla: per lei esso faceva parte di quella strana e fulgida regione deserta. E fu tutto, per il momento.
Nel giuoco della piena luce dorata il volto sembrava pallido: era stretto, un po' allungato, con lineamenti ben segnati e pronunziati, il naso fortemente arcuato, la bocca diritta con le labbra rosse, il mento quadrato; gli occhi erano color nocciuola, quasi gialli, con curiosi puntolini pi scuri nel giallo, bruni nelle pupille che parevano nere, e bruni nelle iridi; i cigli molto lunghi; i sopraccigli, folti e bene arcuati. La fronte era spaziosa, lievemente convessa alle tempie; non si vedevano capelli intorno al volto perfettamente raso; presso la bocca si scavavano lievemente due rughe che diedero a Domina l'idea di un dolore fisico, e le fecero balenare in mente i cavalieri medioevali: nonostante lo splendore del tramonto, le pareva che su quel volto fosse stesa un'ombra.
Fu tutto quel che Domina pot osservare prima che l'incanto del cambiamento e il repentino splendore fossero svaniti, ed ella cap che affissava il volto dell'uomo che si era comportato cos rozzamente con lei alla stazione di El-Akbara. Nell'accorgersene, sussult, e forse il suo volto dovette mutare espressione, poich una vampa accese le magre guance del viaggiatore e gli sal fino alla fronte solcata di rughe. Egli si mise a guardare dal finestrino e mosse le mani con un certo impaccio. Domina osserv che quelle mani non s'intonavano molto col viso: bench scrupolosamente pulite, parevano le mani di un lavoratore: dure, larghe e brune. Anche il polso e una piccola parte dell'avambraccio sinistro, visibile mentre egli alzava la sinistra da un ginocchio all'altro, erano abbronzati dal sole; gli spazi fra le dita erano larghi come sono di solito nelle mani avvezze a maneggiare arnesi, ma le dita stesse erano piuttosto delicate e artistiche.
Domina osserv rapidamente tutto questo; poi si accorse che il suo vicino si era avvisto di quel suo esame e ne sembrava contrariato; per cui ella si sent vagamente inquieta, forse perch anche una circostanza cos lieve era come un sottile legame fra loro; ella volle strappar quel legame con lo smettere di guardar quell'uomo o di pensare a lui. Il cristallo era abbassato lasciando entrare un venticello caldo che veniva dai folti di palme. Nell'uscire in quello splendore dal buio della gola, Domina aveva provato la sensazione di passare in un nuovo mondo e in una nuova atmosfera; e la sensazione permaneva in lei ora che ella non sognava pi n scioglieva il freno alla immaginazione, ma era ben calma e in se stessa. I venti sbattono contro il terribile baluardo di rocce, attraverso la terra dei Tella, ma vi si fermano delusi; e le piogge migrano col, inabissandosi negli stagni colore assenzio della gola; e le nevi, e perfino le nubi, sostano esauste nel loro pellegrinaggio: la gola non  loro prigione, ma tomba, e il deserto non ne vede mai la sepoltura. Per cui la prima sensazione di Domina di abbandonare tutto ci che ella conosceva rimase in lei, e perfino si accrebbe, ma ora con pi forza e maggior calma; e le parve che quella sensazione fosse ben fondata, poich ella guardava dal finestrino verso la barriera che ora lasciava, e vedeva come da quella parte che guarda il deserto dal mondo che non  deserto, vi fosse nella luce vespertina un po' di violetto che si avvivava in qua e in l fino al color di rosa, mentre dalla parte lontana v'era un colore piovigginoso che le ricordava le rocce dell'Inghilterra. E sulle colline ella vedeva una lucentezza d'oro, tonalit di bronzo fuso dorato, solcate di una linea rossa come il cuore di una ferita, ma ricordanti il calice di un fiore. Le anfrattuosit del terreno luccicavano; vi era una fiamma laggi, nel letto del fiume; i detriti della terra, i frammenti spezzati brillavano quasi fossero contesti di gemme; dappertutto i cristalli avevano corruscamenti di diamante; dappertutto vi era una potenza di colore che saltava agli occhi, colore crudo e quasi selvaggio: il colore dell'estate perenne, del caldo che raramente muore in una terra dove non v' autunno ed il freddo  raro e passeggero.
Gi per la strada presso il villaggio v'era gente: vecchi che giocavano a dama con pietre disposte in un quadrellato tracciato sulla rena; donne che si affacciavano dai tetti piani e sulle soglie; fanciulli che si tiravan dietro le capre. Un uomo con l'aspetto di un biondo e bel Cristo, dai capelli lunghi e la barba inanellata, batteva in terra con un bastone e urlava alcune note senza melodia: nonostante l'appariscente vestito rosso e verde, nessuno gli badava. Un rullo lontano di tamburo si alz nell'aria, misto a grida acute emesse da una voce nasale; e al disotto di quello, quasi accompagnamento orchestrale di un drammatico a solo, ronzavano molti confusi rumori: flebili chiamate di coltivatori nei giardini di palme e di donne ai pozzi; cinguettio di bambini in cortili polverosi riparati da canne e da erbe dai pallidi fili; tenui zufolamenti di pastori che se ne tornavano a casa loro, inondati, insieme col loro gregge pesticciante, dai vapori dorati dell'occidente; lieti garriti di uccelli oltre brune mura nei verdi recessi; sordo abbaiare di cani da guardia; brontolio di conduttori di cammelli coi loro animali dal piede vellutato.
La carovana veduta da Domina mentre scendeva nella gola, ricomparve avanzandosi lungo la via del deserto verso mezzogiorno. Una torre d'osservazione si elevava al disopra delle palme, e intorno vi svolazzava una frotta di colombe, parecchie delle quali bianche; esse volavano come cose d'avorio su quella torre di bronzo splendente che dormiva a pi delle rocce rosate. A sinistra si alzava un monticello di terra sanguigna e di pietre; i raggi obliqui del sole vi si rifrangevano facendolo brillare misteriosamente come un gioiello.
Mentre Domina si sporgeva dal finestrino, e i sali di cristallo luccicavano dinanzi ai suoi occhi, e le palme ondeggiavano mollemente a specchio delle acque, e il color violetto e rosa dei poggi, quello rosso e arancione del suolo sfilavano nelle fiamme del sole, dinanzi al treno fuggente, come una processione barbarica, al suono di timballi nascosti, al grido di preti nascosti, a tutte le sussurranti melodie di quelle strane e ignote vite, gli occhi le si empirono di lacrime. L'ingresso in quella terra di fiamma e di colore, per quella stretta e paurosa entratura, la eccit quasi al disopra delle sue forze presenti; lo splendore di quel mondo le saliva al cuore, opprimendolo; l'abbraccio della Natura fu cos violento, da prostrarla: le pareva di essere un moscerino che avesse tentato di librarsi con le alucce al sole, e che a un milione di miglia lontano dall'astro venisse disseccato dal suo calore.
Quando tutte le voci del villaggio si quietarono, ella si sent contenta, bench tendesse l'orecchio all'eco evanescente di esse; ma si accorse allora di essere stanca, tanto stanca, che le commozioni agivano su lei come sforzi fisici su persona esausta. Si mise dunque a sedere e chiuse gli occhi, e per un pezzo stette con gli occhi chiusi; ma sapeva che sui finestrini luccicavano strane luci, che il vagone si riempiva lentamente degli ineffabili splendori occidentali. Per molto tempo ella dur poi a fantasticare se la sua stanchezza le facesse attribuire al tramonto di quel giorno splendori soprannaturali; forse le salse montagne di El-Alia non rifulgevano davvero come le celesti montagne nelle visioni dei santi: forse la lunga catena dell'Aureo non si presentava veramente con le aguzze vette come cosparse di soavi e vividi petali di eteree violette, e il deserto non era cos velato in lontananza verso gli Zibans dal magico azzurro che a lei sembrava vedervi: un azzurro n di cielo n di mare, ma del colore dell'orlo di una fiamma nel cuore di un fuoco di legna. Spesso ella fantastic, ma non seppe mai.
Il rumore di un movimento le fece alzare gli occhi; il suo compagno cambiava posto e andava dall'altra parte dello scompartimento; camminava piano, di certo col desiderio di non disturbar Domina. Quando le volt per un momento le spalle, ella vide che era un uomo vigoroso bench molto magro e un po' tardo nell'andatura; le venne fatto di ripensare alle sue mani di coltivatore, ed ella cominci a pensare a che ceto potesse appartenere e che cosa facesse. Egli stava seduto nell'angolo di fondo, ma dalla stessa parte di Domina, e guardava fuori del finestrino, tenendo le gambe accavalciate. Aveva le scarpe con la punta quadra, pesanti e ordinarie, ma comode e resistenti. Poteva darsi che i suoi panni fossero stati cuciti da un sarto francese; la stoffa era di lana bigia, ed erano pi attillati di quel che non siano di solito i vestiti inglesi; egli aveva la cravatta nera e un cappello floscio da viaggio con la fitta nel mezzo. Dal modo con cui guardava dal finestrino, Domina giudic che anche lui vedesse il deserto per la prima volta: vi era come un'appassionata attenzione nel suo atteggiamento, come un veemente ardore in quella parte del suo viso ch'ella poteva vedere da dove era seduta. Le sue gote non erano pallide come a lei era parso dapprima, ma brune, di certo abbronzate dal sole dell'Affrica; ma ella capiva che sotto l'abbronzatura v'era il pallore. Ella s'immagin che fosse un pittore e che osservasse tutti gli straordinari effetti di colore con la precisione di chi intende forse ritrarli sulla tela.
La luce che ora aveva la particolare, quasi soprannaturale dolcezza e limpidit della luce cadente a sera da un sole al tramonto in un paese caldo, lo invest pienamente e fece brillare i suoi capelli; Domina vide che erano bruni pendenti al castagno, folti, e tagliati cortissimi come se egli si fosse rapato da poco. Era convinta che non fosse francese: poteva essere austriaco, forse, o russo del mezzogiorno della Russia. Egli rimaneva immobile in quell'atteggiamento di profonda osservazione, la quale dava idea di gran forza non solo corporea ma anche mentale, di una concentrazione quasi anormale nelle cose osservate: quello era un uomo che poteva di certo astrarsi dal mondo intero per guardare un granello di rena se lo stimava bello e importante.
Ora si avvicinavano a Beni-Mora: le sue palme apparivano in distanza, e una nivea torre vi si ergeva framezzo. Il Sahara giaceva l oltre e intorno a quel paese sfasciandosi dal piede delle basse e brune colline che sembravano cosparse di un pulviscolo bronzeo; un lungo sprone di montagne rosate si stendeva verso mezzogiorno. Il sole stava per tramontare; alcune nuvolette rosse fluttuavano nel lembo occidentale del cielo, e il lontano deserto diveniva misteriosamente scuro e turchino come un mare remoto; di tanto in tanto salivano da esso pennacchi di fumo e vi luccicavano bagliori come di astri avvinti alla terra.
Domina non aveva mai prima d'allora capito in qual modo strano e con qual forza il colore possa agire sulla immaginazione. In quell'apparato dell'oriente ella vide alzarsi l'anima nuda dell'Affrica; non una cosa scialba, delicata, timida, timorosa di esser conosciuta e compresa: ma un fenomeno vitale, fiero e sfolgorante, come il suono di una tromba che facesse echeggiare con clangore una diana. Mentre ella guardava quella fulgida terra arditamente nuda dinanzi a lei, disdegnosa dell'ammanto di erbe, piante e fiori, di linfe e di alberi, stesa con indifferenza quasi bronzea, fiduciosa nel suo sconfinato potere e nel suo aureo orgoglio, il cuore di Domina balz, quasi replicasse a un risoluto richiamo. Senza sentir pi la fatica, ella rispondeva a quella diana come un giovane guerriero che, appena svegliato, corre con la mano alla spada. Il tramonto rianimava le sue gote candide, infondendovi il suo colore di vita; e anche l'umore di lei si rianimava a quel contatto. Negl'immensi spazi del Sahara l'anima sua sembrava udire i passi della Libert incedente verso il mezzogiorno; e tutte le sue cupe perplessit, tutte le amarezze della noia, tutte le sue interrogazioni e i suoi dubbi furono dispersi dall'acuto vento del deserto nelle pianure senza fine. Ella era uscita dalla sua ultima confessione domandandosi: "Che cosa sono io?" Si era sentita infinitamente piccola in confronto alla meschinit della moderna vita civile, in un mondo ristretto, affollato. Ora ella non si torturava con domande di sorta, poich sapeva che qualche cosa di grande, qualche cosa di adatto, anche qualche cosa di nobile forse sorgeva in lei per acclamare tutta quella nobilt, tutta quella potente schiettezza, e quella fiera, disadorna sincerit di natura: quel deserto e quel sole le sarebbero ormai compagni, e non aveva paura di loro.
Senza neppure accorgersene, ella trasse un gran sospiro, sentendo la necessit di dare sfogo alla gioia del suo spirito, di lasciare che il corpo, per quanto in modo inadeguato e assurdo, facesse qualche dimostrazione di consenso al segreto eccitamento dell'anima. Il viaggiatore che era in fondo al vagone si volse a guardarla; quando ud quel movimento, Domina si ricord della propria irritazione contro di lui a El-Akbara; in quello splendido momento quel pensiero le parve cos meschino e spregevole, ch'ella si sent vivamente spinta a fare ammenda per lo sguardo di sdegno gettato su lui: forse se fosse stata in condizione veramente normale avrebbe rintuzzato quell'impulso; la voce del convenzionalismo si sarebbe fatta udire. Ma Domina poteva agire con impeto e senza riflessione quando era commossa; e in quel momento era profondamente commossa e anelava di prodigare la benevolenza, la simpatia e l'ardore cos vivi in lei. Rispondendo al movimento dell'estraneo, ella si volse verso di lui, schiudendo le labbra per parlargli; poi non seppe mai che cosa aveva inteso di dirgli, n se parlandogli avrebbe adoperato il francese o l'inglese; perch ella non parl.
Il volto di quell'uomo era illuminato dal sole del tramonto mentre egli se ne stava seduto su una parte, con la palma della mano destra appoggiata ai cuscini. Si era mandato all'indietro il cappello a cencio ed esponeva all'aria la sua fronte spaziosa e solcata di rughe, e con la bruna mano sinistra si aggrappava alla parte superiore dello sportello; le grandi e nodose vene, i tendini incordati erano in essa bene evidenti: la mano aveva un aspetto violento, e gli occhi di Domina vi si posarono nel voltarsi. L'impulso di parlare cominciava a svanire, e quando alz lo sguardo sul volto di quell'uomo, ella non lo sent pi affatto. Poich, nonostante lo splendore del tramonto che lo avvolgeva, sembrava ch'egli avesse negli occhi una gelida ombra. Le lievi rughe presso la sua bocca parvero pi profonde di prima, e ora facevano maggiormente pensare all'aridit, all'asprezza dovuta a un troppo lungo soffrire. Perfino la bocca era depressa e rude, e tutta la espressione di quell'uomo era fiera e atterrita come la espressione di un reo che si prepara a sopportare la inevitabile prigionia. Era difatti cos crudo e straziante l'aspetto che si present allo sguardo di Domina, che ella sussult e fu per rabbrividire. Per un momento gli occhi di quell'uomo attrassero i suoi, ed ella cred di vedervi inesplorabili profondit di duolo o di perversit, senza tuttavia poter discernere quale delle due. Il dolore era allora per lei come la colpa, e la colpa come la nuda desolazione del dolore; ed ella pens alla tenebra esterna di cui parla la Bibbia. In quel tramonto essa si presentava a lei. Suo padre v'era dentro, e accanto a lui stava quell'estraneo. La cosa era cos vitale, e guizz cos rapidamente come un'allucinazione nel cervello di un pazzo.
Domina abbass lo sguardo; tutta l'esultanza mor in lei, tutta la squisita coscienza della libert, del colore, della grandiosit della vita: poich vi era una macchia nera nel sole.... la umana gente, l'errore di Dio nel gran disegno della Creazione; e l'ombra gettata dalla umana gente offuscava, perfino vinceva di sicuro la luce. Ella fantastic se sentirebbe mai il freddo dei luoghi senza sole negli aurei dominii del sole.
Anche l'uomo abbass gli occhi; la mano gli ricadde dallo sportello sul ginocchio. Egli non si mosse fino a che il treno non entr in Beni-Mora, e gli ansiosi volti d'innumerevoli arabi non si volsero attoniti a loro dal riarso campo delle manovre dove facevano gli esercizi gli spahis, le Milizie indigene dell'Algeria, mentre cominciava a imbrunire.
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Capitolo 4.
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Dato lo scontrino del bagaglio a un facchino, Domina usc dalla stazione, seguita da Susanna, che le andava dietro e camminava automaticamente come una marionetta. Batouch, che era saltato fuori da uno scompartimento di terza classe prima che il treno sostasse, le seguiva da vicino, e quando esse giunsero fra lo sciame sospingente degli arabi che formicolavano lungo la strada, egli si un a loro con aria di possesso.
A che albergo va la signora?
Domina si guard intorno.
Ah, Batouch!
Susanna sobbalz come tirata violentemente dal filo del burattinaio, e diede un'occhiata di arcigna diffidenza al poeta: prima gli guard le gambe, poi, via via, pi in su.
Egli portava i calzerotti bianchi lunghi quasi fino a toccar le brache, cosicch si vedeva soltanto una strisciolina di pelle lievemente bruna. I bottoni d'oro della sua zuava brillavano, il caffetano turchino pendeva maestosamente dalle sue larghe spalle, e la grossa nappa del suo fez ricadeva con civetteria verso il suo orecchio sinistro, dietro il quale era infilato un pallido fiore azzurro con una foglia verde lanosa.
Susanna fu un tantino rassicurata dal fiore e dai bottoni luccicanti; ella cap che due donne sole avevano bisogno di un protettore in quella turba di uomini clamorosi bruni e neri, che urlavan loro dietro come selvaggi, mettendo in mostra nel pi barbaro modo gambe e braccia nude.
Andiamo all'Albergo del Deserto, continu Domina.  lontano?
A pochi minuti di distanza, signora.
Allora ho piacere di andarvi a piedi.
Susanna si sent morire; le gambe le si piegarono per l'apprensione: ella si vedeva gi arrancante per leghe di sabbia prima di giungere a qualche topaia.
Susanna, voi potete prender l'omnibus e portar con voi i bagagli a mano.
Alla dolce parola omnibus un raggio di speranza s'insinu nel cuore della cameriera, e quando un uomo ben vestito, con un cappotto turchino e un paio di veri calzoni, l'aiut gentilmente a salir nell'indubitabile veicolo, ella pianse quasi di gioia.
Intanto Domina, scortata serenamente dal poeta, s'incamminava ai lunghi giardini di Beni-Mora. Ella attravers un ponte di legno. Dalla strada volava una polvere bianca, contro la quale molta dell'aristocrazia araba cercava indolentemente di lottare col lieve agitare di roselline rosse o di rosee ciocche di geranio. Nella sua veste bianca quella gente le ricordava uno stuolo di monaci, bench le sigarette che si vedevano in quasi tutte le bocche non permettessero l'illusione. Alcuni di quegli arabi erano vestiti come Batouch, di panno dai pallidi colori; si tenevano strettamente per mano nel girellare chiacchierando con sommesse voci di contralto: due o tre erano accompagnati dai servi che camminavano un passo o due dietro a loro, a sinistra: erano membri di grandi famiglie, governatori di trib, uomini che avevano autorit sulla gente del Sahara. Uno di essi, nachero, con una barba nera come il carbone, incedeva cos maestosamente da parer quasi un gigante; aveva il volto pallidissimo; in una delle sue piccole mani, quasi bianca, scintillava un anello con un diamante. Un ragazzo col naso adunco, con guanti di pelle scura e un turbante cosparso d'oro, gli camminava gravemente accanto.
Quello  il caid di Tonga, signora, sussurr Batouch, guardando con reverenza l'uomo pallido.  qui in licenza.
Com' bianco!
Tentarono di avvelenarlo; e da allora in poi  malato dentro. Quell'altro  suo fratello; i guanti scuri son proprio una galanteria.
Una carrozza leggera pass loro rapidamente accanto in una nuvola bianca di polvere; era tirata da un paio di mule bianche che dimenavano le lunghe code nel loro trotto vivace affrettato dallo schioccar della frusta. Un giovane con bruni occhi gravi faceva da cocchiere, ed aveva accanto un altissimo giovanotto moro con un grottesco naso a punta, vestito di giallo primola; questi fece una smorfia a Batouch di fra la nuvola in mezzo alla quale il suo viso buffo e allegro parve ancora pi nero.
Quello  il figlio dell'aga con Mabruk.
Svoltarono dalla strada e giunsero a un lungo viale di mimose le cui cime convergevano. A destra e a sinistra v'erano altri piccoli sentieri che si diramavano fra i tronchi di alberi fruttiferi e lo stretto viluppo di molti cespugli che crescevano lussureggianti. Fra brune rive arenose, ben tenute e spianate dalle vanghe dei giardinieri arabi, luccicavano corsi d'acqua opaca deviati dal deserto con un sistema di cateratte: il mulino del caid vi si specchiava e anche il gran muro del Forte. Nel viale delle mimose, le cui vette formavano una volta d'ombra, la luce era delicatissima e verdolina; il rumore dell'acqua corrente giungeva alle orecchie. Alcuni arabi sedevano sulle panchine come trasognati, con le loro babbucce senza calcagno penzolanti dall'alluce del piede nudo. Al di l dell'imboccatura del viale ombroso Domina pot vedere due cavalieri che andavano di gran galoppo nel deserto; i loro mantelli rossi ricadevano spioventi sulle groppe dei loro cavalli che divoravano il terreno come in una gara. Essi scomparvero negli ultimi splendori del sole che si indugiava ancora sulla pianura e fiammeggiava fra le vette delle rosse montagne.
Tutti i contrasti di quella terra erano squisiti per Domina, e in certo modo misterioso suggerivano cose eterne, sussurrando fra il colore, lo scintillio e l'ombra, fra le forme della foglia e della rupe, per l'aria ora fresca ora tiepida e profumata, fra il silenzio che incombeva come una nube diafana nel cielo dorato.
Domina e Batouch entrarono sotto la volta verdeggiante passando subito addirittura nel buio; la quiete di quei giardini era deliziosa e solo interrotta di tanto in tanto dal rumore delle ruote sulla strada mentre vi passava un veicolo diretto a qualche casa nascosta nella lontananza dell'oasi; gli arabi seduti la disturbavano appena col loro conversare sommesso; anzi, molti di loro tacevano, ma riposavano come mangiatori di loto in graziosi atteggiamenti, con le mani penzoloni e gli occhi, soavi come quelli delle gazzelle, che guardavano i sentieri ombrosi e le acque serpeggianti con una grave serenit nata dall'intimo spirito dell'accidia.
Ma a Batouch piaceva parlare, ed egli cominci ben presto un languido monologo.
Egli disse a Domina che era stato a Parigi, ospite di un poeta francese che adorava l'oriente; che era istruito, e non come gli altri arabi; che fumava l'ascis e sapeva cantare i canti d'amore del Sahara; che si era inoltrato nel deserto fino a Suf e a Uargla, oltre i baluardi delle dune; che componeva versi di notte, quando gl'ignoranti, i rissosi, i bevitori di assenzio e i giocatori di domino dormivano o sciupavano le ore notturne nelle dissolutezze, quando i sibariti sudavano sotto le volte fumose delle terme moresche e la marescialla delle danzatrici se ne stava nella sua casa col tetto piano a far la guardia ai gioielli e agli amuleti della sua allegra accolta. Quei versi egli li componeva tanto in arabo che in francese, e al poeta di Parigi, suo amico, eran parsi belli come l'aurora, come i palmizi di Urlana presso i pozzi artesiani. Tutte le rinomate almee erano celebrate in quei poemi: Aisa e Frena, Fatma e Baali; in essi erano anche incastrate leggende di venerabili marab che dormivano nel paradiso di Allah, e racconti di grandi guerrieri che avevano combattuto sopra i rocciosi precipizi di Costantina e in remote contrade fra le arene del mezzogiorno; quei versi narravano altres le storie dei Kuloglis, che avevano per madri schiave more, e romanzi in cui figurava Beni-M' Zab dalla pelle scura, e i negri liberti che erano fuggiti dalle terre proprio nel cuore del sole.
Tutto quel ragguaglio, non totalmente privo di un ingenuo egoismo, flu melodioso e soave dalle labbra di Batouch mentre andavano per il crepuscolo nel viale. E Domina fu proprio lieta di udirlo: gli strani nomi menzionati dal poeta, la loro liquida pronunzia, l'allusione di lui a selvaggi eventi accaduti tanto tempo fa in luoghi deserti, e a vite di sacerdoti della sua religione, di fanciulle che cavalcavano cammelli ammantati di rosso per condursi alle case delle danze nelle citt del Sahara, tutte queste cose cullavano in quel momento il suo spirito e sembravano piantarla, come un albero di mimosa, in quell'arenoso giardino del sole.
Ella non ricordava pi le amare sensazioni del viaggio in strada ferrata, quando quel viaggio fu richiamato alla sua mente da un incidente in urto con l'umore in cui era adesso.
Si udirono dietro a loro dei passi affrettati, e subito Domina vide il suo compagno di viaggio passar rapidamente, accompagnato da un giovane arabo che portava la sacca verde. L'estraneo guardava diritto dinanzi a s nel viale ombroso, e pass velocemente; ma la sua guida ebbe da scambiar qualche parola con Batouch, e rallent il passo per rimanere un momento accanto a loro. Era un giovane magro, snello, sveglio, che dimostrava circa ventitr anni, con la pelle color cioccolata, gli zigomi salienti, gli occhi lunghi a mandorla con lo sguardo sbarazzino, e la bocca larga che sorrideva scoprendo denti bianchi ed aguzzi. Due crespi baffetti neri gli spuntavano appena sul labbro, e lunghe ciocche di capelli ribelli, neri come la pece, gli sfuggivano di sotto la parte anteriore del fez portato all'indietro sul suo piccolo capo. Quel giovane aveva il collo sottile e lungo e le mani maravigliosamente delicate ed espressive, con le unghie rosee davvero perfette. Quando rideva, era solito di buttare innanzi la testa e di arricciare un po' il mento, mentre la nappa del fez gli ricadeva sulla tempia a destra o a sinistra. Era vestito di bianco e aveva il burnus, e intorno alla vita sottile come quella di una fanciulla era avvolta una serica fusciacca multicolore, sfrangiata.
Egli parl in arabo animatamente con Batouch, gettando nello stesso tempo qualche occhiata fra rispettosa e birichina, ma sempre acutissima e intelligente, a Domina. Batouch rispondeva col dignitoso languore che sembrava essergli proprio. Il colloquio continu per due o tre minuti, e a Domina parve avesse il tono di un battibecco, sebbene non fosse avvezza a sentir discorrere gli arabi. Intanto l'estraneo che era gi innanzi rallent il passo, di certo per aspettare la sua guida che cos lo trascurava. Anzi una volta o due si sofferm, e fece un movimento come per voltarsi; ma si represse e continu a camminar lentamente. La sua guida parlava sempre con maggior veemenza, e a un tratto, arricciando il mento e dispiegando due file di denti forti e smaglianti, diede in una gaia e fanciullesca risata, scotendo al tempo stesso rapidamente il capo; indi scocc un'ultima occhiata birichina a Domina, e corse via palleggiando la sacca verde: aveva le braccia con le ossa minute, ma, a quanto pareva, vigorose, e camminava con la leggerezza disinvolta di un giovane animale. Dopo che se ne fu andato, egli si volt una volta e affiss in pieno volto Domina, la quale non pot fare a meno di ridere della vanit e malizia della sua espressione: era veramente infantile, e pur conteneva qualche cosa di spietato e di cattivo. Mentre il giovane si avvicinava al viaggiatore, questi si guard intorno, poi riprese il passo affrettato. Domina osserv la differenza fra l'andatura di quei due: il forestiero, bench fosse robusto e muscoloso, camminava quasi con pesantezza e un po' goffamente, con passo strascicato. Ella fantastic quanti anni potesse avere: trentacinque o trentasei, le parve.
Quello  Ad, disse Batouch con la sua voce soave, calda.
Ad?
S;  mio cugino: sta a Beni-Mora, ma anche lui  stato a Parigi.... e anche in prigione.
Per che cosa?
Per una stilettata.
Batouch diede quel ragguaglio con indifferenza, e continu:
Ride volentieri;  tanto pigro.... Guadagn non so quanto denaro, e ora non ne ha pi. Stasera  allegro perch ha trovato un avventore.
Lo vedo. Dunque  una guida?
Molti in Beni-Mora fanno da guida; ma Ad ha sempre la fortuna di acchiappar gl'inglesi.
Ma la persona che  con lui non  inglese! esclam Domina.
Aveva fantasticato sulla possibile nazionalit del viaggiatore, ma non le era passato per la mente ch'egli potesse averla comune con lei.
Sicuro! E se ne va all'Albergo del Deserto; non ci siete che voi e lui d'inglesi, l, e quasi gli unici forestieri;  troppo presto ancora per i forestieri: hanno paura del caldo. E poi, adesso ce ne vengono pochi degl'inglesi. Che peccato! Loro spendono, e hanno piacere di vedere ogni cosa. Ad si strugge di comprarsi un vestito a Tunisi per la gran solennit della fine del Ramadan; coster sei o settecento franchi. Spera che l'inglese sia ricco.... Ma tutti gl'inglesi son ricchi e generosi.
Qui Batouch piant in volto a Domina i suoi occhioni inespressivi.
Quello parla un po' l'arabo.
Domina non diede risposta: era rimasta sorpresa da quella informazione. In quel forestiero vi era di certo qualche cosa di non inglese, ella pensava; prima di tutto non portava un vestito fatto da un sarto inglese; ma non soltanto questo l'aveva tratta in errore: tutto il suo aspetto, lo sguardo, il portamento, il modo di star seduto, il modo di camminare.... s, specialmente di camminare, erano certamente stranieri. Eppure, nel ripensare a lui, non pot dire che fossero caratteristici di alcun altro paese. Senza addentrarvisi, aveva detto a se stessa che il forestiero poteva essere austriaco o russo; ma aveva pensato al colore dei suoi capelli: per l'appunto due addetti di ambasciata di queste due nazioni, da lei incontrati frequentemente a Londra, avevano i capelli di quella scalatura di bruno piuttosto caldo.
Non sembra davvero un inglese, ella disse a Batouch.
Sa parlar francese e arabo, ma Ad dice che  inglese.
E come lo sa, Ad?
Perch lui ha gli occhi dello sciacallo, ed  stato con molti inglesi. Ora ci avviciniamo alla chiesa dei cattolici, signora; guardatela l, fra gli alberi; ed ecco il signor curato che ci viene incontro:  uscito di casa sua, che  presso all'albergo.
A qualche distanza, nel crepuscolo del viale ombroso, Domina vide una figura nera in veste talare camminar piano piano verso di loro. Lo sconosciuto che si era parecchio inoltrato col suo strano passo strisciante, era molto pi vicino di loro a quella figura, e seguitando ad andar di quel passo l'avrebbe di certo oltrepassata. Ma a un tratto Domina lo vide sostare ed esitare, poi piegarsi e far qualche cosa ad uno dei suoi stivali. Ad pos la sacca verde e fu per inginocchiarsi come per aiutarlo, quando il forestiero si rialz di scatto, guard innanzi a s come per guardare il prete che si avvicinava, indi svolt bruscamente a destra in un viottolo che dal giardino andava a sboccare sotto i portici della via Berta. Ad gli tenne dietro, gesticolando con stizza e spiegando animatamente che l'albergo rimaneva proprio dalla parte opposta. Ma il forestiero non si ferm: soltanto si volt indietro, diede una rapida occhiata e continu la sua via.
Che uomo buffo! disse Batouch. Ma che cosa vorr fare?
Domina non gli rispose, perch appunto in quel momento passava il sacerdote, ed ella vedeva la chiesa a sinistra fra gli alberi. Era un edificio semplice, senza pretese, con una porta bianca di legno formante arco. Sull'arco vi era una piccola croce, due finestre arrotondate in alto, l'orologio, e una torricella bianca col tetto vermiglio. Domina guard la chiesa e il prete, che aveva il volto grave e meditabondo e gli occhi bruni brillanti ma tristi: e tuttavia ella pensava allo straniero.
La sua attenzione incominciava a essere fortemente attirata da quell'ignoto, il cui aspetto ed i cui modi insoliti non potevano passare inosservati.
Ecco l'albergo, signora, disse Batouch.
Domina vide che l'albergo sorgeva di fianco alla chiesa, ad angolo retto di essa, di faccia ai giardini; sul dietro della chiesa v'era la casa del curato, costruzione bianca ombreggiata da palme dattilifere e da alberi del pepe. Come si avvicinavano, lo straniero ricomparve sotto il portico, al disopra del quale era il terrazzo dell'albergo; poi spar nel portone seguto da Ad.
Mentre Susanna disfaceva i bauli, Domina usc sull'ampio terrazzo che correva per tutta la facciata dell'Albergo del Deserto; la sua camera dava appunto su quel terrazzo, il quale, in fondo, comunicava con un salottino. Da quel salottino si poteva passare in una seconda terrazza pi piccola da cui, al di l delle palme, vedevasi il deserto. L'albergo pareva senza ospiti; la veranda era deserta e la pace della mite sera, profonda. Dinanzi al parapetto bianco si trovavano un tavolino rotondo e una poltrona di giunco. Dalla scala sal un sommesso stropiccio di piedi imbabbucciati, indi comparve un servo arabo col vassoio del t, lo pos sul tavolino con la stessa precisa agilit osservata gi da Domina negli arabi a Robertville, e spar rapidamente. Ella sed nella poltrona, e mesc il t, appoggiando il braccio sinistro sul parapetto.
Si sentiva il capo stanco e come stringer le tempie, per cui si compiacque in quella quiete: qualsiasi aspro suono di voce le sarebbe stato intollerabile in quel momento. Vi erano molti rumori nel villaggio, ma fluttuanti e confusi, e tutti insieme componevano un suono calmante: la voce sommessa della Vita. Quel suono vellicava gli orecchi a Domina che sorbiva il t, e dava come un substrato di romanzo alla pace. La luce che aleggiava sotto le arcate del terrazzo era ormai vinta: il sole era gi tramontato, e i vivaci colori non rifulgevano pi sopra i monti che sembravano mostri silenziosi privi ormai del colorito della giovinezza e divenuti a un tratto misteriosamente vecchi. La stella vespertina brillava in un cielo che conservava ancora nei suoi lembi occidentali alcuni ultimi pallidi bagliori del giorno, e al suo segnale molti polverosi viandanti si avvolgevano negli ampi indumenti, si mettevano in spalla i lunghi fucili e si preparavano a incamminarsi per il lungo viaggio, aiutati dalla fresca brezza notturna che spira nel deserto quando il sole sparisce.
La campana della chiesa contigua squill dolcemente, e, laggi in Affrica, il suono familiare produsse uno strano effetto negli orecchi di Domina, rievocando in lei molti dolori. La sua religione era collegata con terribili memorie, con lotte crudeli, con odiose scene di violenza. Lord Rens era stato un uomo di ardente temperamento: di gran bont finch lo aveva guidato l'amore, ma anche di gran perversit quando lo aveva guidato l'odio. Domina era stata costretta a conoscere bene il crudo carattere dell'uomo traviato, a cui le circostanze avevano strappato ogni tenerezza, tolto quasi ogni ritegno. Il terrore della verit le era noto. Pur rabbrividendo dinanzi ad esso, era stata costretta ad averlo sotto gli occhi per molti anni. Nel venire a Beni-Mora, ella aveva avuto un senso vago, quasi puerile, di porre l'alto mare fra se stessa e quel terrore. Eppure prima della sua partenza esso era stato sepolto nella tomba, ed ella non aveva mai desiderato di scorger di nuovo una tal verit; desiderava invece di porre gli occhi sopra qualche altra verit della vita.... sulla verit della bellezza, della calma, della libert. Lord Rens era stato sempre uno schiavo, lo schiavo dell'amore, e ancor pi quando era pieno d'odio; e Domina, sotto l'azione del suo esempio, istintivamente considerava l'amore come una catena: soltanto l'amore che una creatura umana ha per Iddio le pareva talvolta la pi bella delle libert: il rapimento dell'anima verso l'infinito, obbediente al richiamo del gran Liberatore. L'amore dell'uomo per la donna, della donna per l'uomo, ella lo riguardava come una prigionia, come un inceppamento. Sua madre non era forse una schiava dell'uomo che aveva sconvolto la sua vita e allontanato il suo spirito dalla via della salvezza? E suo padre non era uno schiavo di sua madre? Ella rifuggiva addirittura, con quanta forza immaginava aveva in cuore, dal contemplar se stessa innamorata di una creatura umana. Soltanto nella propria religione ella aveva sentito in rari momenti qualche cosa di amore. Ed ora, qui, in quella terra tremenda e conquistatrice, ella sentiva un divino eccitamento nel suo amore della Natura; poich in quel pomeriggio la Natura, cos spesso calma e meditabonda, o garbatamente indifferente come troppo completa per accorgersi di coloro che completi non sono, le aveva impetuosamente imposto l'adorazione, aveva richiesto con ardore da lei qualche cosa di pi dell'essere un'apatica spettatrice o una sobria ammiratrice; a lei era stata fatta una ben definita domanda; e perfino nella sua stanchezza e in quel crepuscolo di sogno, ella era conscia di una latente eccitazione che non l'avrebbe certo cullata per addormentarla.
E mentre stava l seduta, e l'oscurit cresceva nel cielo e si spandeva furtiva lungo sabbiosi serpeggiamenti fra gli alberi, Domina fantasticava quanto ella contenesse in se stessa per poterlo dare in risposta a quel grido rivoltole dalla Natura, sua confidente. V'era ben poco? Ella non lo sapeva; forse era troppo stanca per saperlo; ma tutto quel che potesse esservi riuscirebbe sempre scarso. Che cos' anche un cuore di donna dato al deserto, o un'anima di donna data al mare? Che cos' l'adorazione di qualcuno al tramonto fra le colline, o al vento che disperde tutte le nubi dinanzi al disco della luna?
Un brivido percorse Domina; le parve di essere una povera donna che non pu mai conoscere la gioia di donare perch non possiede nemmeno un obolo.
La campana della chiesa squill di nuovo fra le palme. Domina udiva quasi chiaramente le voci che salivano dal portico sottostante. Vi era l un caff francese, e due o tre soldati prendevano l'aperitivo prima di andare a desinare all'aria aperta. Essi parlavano della Francia, come la gente in esilio parla della propria patria, con la spigliatezza che vuol nascondere il rammarico, e l'istintivo affetto del fanciullo per la madre. Le loro voci ricondussero il pensiero di Domina alle reclute, indi, da loro, alla Madonna della Guardia, alla madre di Dio rivolta verso l'Affrica. Ella si ricord della tragedia della sua ultima confessione: potrebbe confessarsi qui, al padre da lei veduto girellare per il viale ombroso? Imparerebbe a conoscer qui chi ella fosse veramente?
Che caldo faceva quella sera, e come il calore, mentre sviluppa la fecondit della terra, sviluppa anche le attitudini in molti uomini e in molte donne! Nonostante la sua stanchezza corporea, che la teneva immobile come un idolo nella sua poltrona, col braccio steso lungo il parapetto della veranda, parve a Domina che una confusa turba di cose indefinibili ma violente eccitassero gi le sue pi intime fibre, come se quel nuovo clima facesse insorgere uomini armati: non udiva ella il mormorio delle loro voci, il distante cozzare delle loro armi?
Intanto, senza accorgersene, ella era presa da una cascaggine. Il suono di un passo sull'impiantito di legno della veranda la richiam: il passo era poco dietro a lei; attravers la veranda e sost. Ella fu quasi certa che quello era il passo del suo compagno di viaggio, non perch sapesse ch'egli stava in quell'albergo, ma piuttosto per la strana pesantezza disunita di quel passo.
Che cosa faceva egli? Era affacciato al parapetto a guardare i giardini coi frutti, dove le bianche figure degli arabi sparivano fra gli alberi?
Egli non fiatava. Ora Domina aveva proprio gli occhi spalancati. Il senso di calma serenit l'aveva lasciata; si sentiva nervosamente turbata da quella presenza accosto a lei, e si ricord subito dei futili incidenti della giornata che avevano cominciato a delinearle un carattere: li trov tutti sgraditi, tutti, almeno, un po' urtanti. Eppure, in fondo, che significato avevano? L'abbozzo che tracciavano era cos leggero, cos confuso, da dire ben poco: l'ultimo incidente era il pi strano. E di nuovo ella vide il lungo e ridente viale, in cui le mimose convergevano le loro cime, ondeggiante di luce e d'ombra, tappezzato dei pallidi riflessi delle foglie e dei sottili rami delle piante, la macchia nera del prete che v'era in fondo, e l'alta figura dello straniero in atteggiamento di penosa esitazione. Tutte le volte ch'ella lo aveva veduto desideroso in apparenza di far qualche cosa di sicuro, la esitazione lo aveva vinto: nella incertezza di lui v'era qualche cosa di orribile per Domina, qualche cosa che la impauriva. Ella avrebbe preferito di non averlo dietro a s, e la sua inquietudine crebbe. Udiva ancora le voci dei soldati nel caff. Forse egli stava ad ascoltarle, ora che risonavano un po' pi alte.
Coloro che discorrevano si erano alzati da sedere; si ud un tintinnio di sproni, uno scalpiccio, poi le voci svanirono. La campana della chiesa squill di nuovo; e allora Domina ud un pesticcio disunito di passi che attraversavano la veranda; un momento dopo ella sent chiudere con forza una finestra.
Susanna! ella chiam.
La cameriera comparve, sbadigliando, con vari involti in mano.
Eccomi, signorina.
Stasera non scendo nella sala da pranzo; ordinate che mi portino qualche cosa nel mio salotto.
S, signorina.
Non avete veduto chi c'era sulla veranda or ora?
La cameriera parve sorpresa.
Io ero in camera della signorina.
S? Com' vicina la chiesa!
La signorina andr proprio comodamente alla messa; non dovr passare fra tutti quegli arabi.
Domina sorrise.
Io sono venuta qui per essere in mezzo agli arabi, Susanna.
Il conduttore dell'omnibus mi ha detto che sono sudici e pericolosi; hanno sempre il coltello, e son pieni di pulci.
Domattina li giudicherete meglio; non dimenticate gli ordini per il pranzo.
Vado a darli subito, signorina.
Susanna disparve, camminando come chi ha paura di qualche agguato.
Dopo desinare Domina ritorn sulla veranda, dove trov Batouch. Ora egli s'era attorto intorno al capo un niveo turbante e sembrava un gran sacerdote di qualche raffinata religione. Egli propose a Domina di uscir con lui per visitare la via delle almee, e vedere le strane danze del Sahara; ma ella non vi si sent disposta.
Stasera no, Batouch! Bisogna ch'io vada a letto: sono due notti che non dormo.
Ma io non dormo, signora; di notte compongo versi; il mio cervello  sempre sveglio; il mio cuore arde sempre.
S, ma io non sono un poeta; e poi, io mi tratterr un pezzo qui: andremo qualche altra sera a veder le danze; avr tempo! 
Il poeta parve scontento.
Quel signore di l ci va, disse. Ad  alla porta ad aspettarlo; ma Ad ha paura quando entra nella via delle danze.
Perch?
C' l una ragazza che vuole ammazzarlo: si chiama Aisci; fu mandata via da Beni-Mora per sei mesi, ma  ritornata, e bench sia passato tanto tempo, ha sempre voglia di uccidere Ad.
E che cosa le ha fatto?
Non l'ha voluta amare. S, Ad ha paura; ma ander lo stesso con quel signore perch potr guadagnar denaro per comprarsi un nuovo vestiario per la festa del Ramadan. Io pure ho bisogno di comprarmelo.
Guard Domina con dignitosa doglianza. Appoggiato alla colonna della veranda, egli aveva preso un atteggiamento superbo. Sulla zuava di panno turchino aveva gettato un leggero burnus bianco che gli ricadeva in classiche pieghe. Domina non poteva credere che una cos splendida creatura pigolasse per avere un franco; l'idea, a dire il vero, le si era affacciata, ma ella la scacci, nuova com'era dell'Affrica.
Son troppo stanca per uscire stanotte, disse in tono reciso.
Buona notte, signora; verr qui domattina alle sette. L'alba nel giardino delle gazzelle  come fiamma di paradiso, e potrete vedere gli spahis galoppar su cavalli belli come....
No, domattina non mi alzer presto.
Batouch, atteggiato il volto a una tragica rassegnazione, si avvi per uscire. Proprio in quel momento Susanna apparve alla vetrata della sua camera. La cameriera si ferm, sorpresa nel vedere il poeta che s'incamminava lentamente alla scala, col burnus ricadente dalle larghe spalle, e gli guard dietro; ma i suoi occhi cercarono precisamente il pezzetto di polpaccio visibile sui calzerotti bianchi come la neve spalata, e una lieve espressione sentimentale si mescol alla diffidenza e alla paura.
Domina si alz dalla poltrona e and ad affacciarsi al parapetto. Una striscia di luce gialla si stendeva per il portone dell'albergo sulla strada bianca sottostante, e subito ella vide due figure uscir di sotto la veranda e fermarsi: erano Ad e lo straniero; lo straniero sfreg un fiammifero e cerc di accendere un sigaro, ma non vi riusc; sfreg un secondo fiammifero, poi un terzo, ma nemmeno allora il sigaro volle prendere. Ad lo guardava con maliziosa sorpresa.
Se il signore vuol permettermi.... cominci.
Ma lo straniero si tolse lesto lesto il sigaro di bocca e lo gett via.
Non m'importa di fumare, Domina gli ud dire in francese.
Poi egli si allontan con Ad nel buio.
Mentre sparivano, Domina ud in lontananza un flebile strido: era la musica dell'obo affricano.
La notte era maravigliosamente asciutta e calda; gli alberi fronzuti del giardino agitavano appena le foglie. V'era gran calma e gran buio. Susanna, affacciata alla finestra, sembrava un'ombra col suo vestito nero. Essa aveva preso un atteggiamento romantico: forse il sottile influsso di quel villaggio del Sahara cominciava a prendere anche il suo spirito restio.
L'obo continu a stridere; le sue note, bench flebili, erano acute e penetranti. Di nuovo la campana della chiesa squill fra le palme dattilifere e le due musiche, con le loro consociazioni violentemente diverse, in contrasto fra loro, si ripercossero nel cuore di Domina dandole un senso quasi tragico di turbamento. Le tempie le battevano, ed ella intrecci strettamente le mani. Il breve momento in cui ella ud il duetto di quelle voci, fu uno dei pi importanti, e insieme uno dei pi penosi da lei passati. Poi la campana della chiesa tacque, ma l'obo non cess: era barbaro e provocatore, stridulo di persistente trionfo.
Domina and a letto presto, ma non pot dormire; poco prima di mezzanotte ella ud qualcuno che camminava in su e in gi sulla veranda; il passo era pesante e strascicato; andava e veniva, veniva e andava, senza tregua, tanto che ella si sent febbricitante dall'inquietudine. Soltanto quando scoccarono le due alla chiesa, il passo cess.
Ella mormor una preghiera alla Madonna della Guardia, alla santissima Vergine custode dell'Affrica. Per la prima volta Domina sent la solitudine del suo stato e la lontananza dal suo paese.
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Capitolo 5.
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Sulla mattina Domina pot dormire. Si svegli alle otto. La stanza era piena della dolce luce che annunziava il sole all'esterno, ed ella salt subito il letto, si mise le babbucce e apr la vetrata della veranda. Gi Beni-Mora era immerso nei raggi d'oro e pieno di mite attivit. Una mandria di capre saltellava presso il limitare dell'oasi; i giardinieri arabi ripulivano pigramente gli stretti sentieri dalle foglioline delle mimose e degli alberi del pepe. Alcuni soldati, in ampie uniformi bianche, fusciacche turchine e fez, si affrettavano dal Forte verso il mercato. Cominciava a risonare come un lontano ronzio, e dal villaggio si udiva la voce dei cammelli. Domina rimase un momento sulla veranda aspirando l'aria del deserto e sentendosi rianimata e leggera come se fosse uscita da un bagno di limpida acqua. Ella alz gli occhi al cielo nitido, che sembrava pieno di speranze e ricco di benedizioni, e si sent contenta di esser venuta a Beni-Mora. Quel senso di solitudine provato nella notte si era dileguato. Mentre stava l al sole, cap che ella aveva bisogno di avviarsi a una nuova vita, e che in quel luogo ella poteva farlo. Il fulgido cielo, il sole caldo e la libert del giorno che veniva e di molti altri che verrebbero nel deserto, le riempirono il cuore di una sensazione quasi infantile. Le parve di essere pi giovane di quel che non si fosse sentita da anni, e anche follemente innocente come un cucciolo o un gattino. I suoi folti capelli, ancora sciolti, le ricadevano come un manto sulla persona forte, ed ella aveva la rara coscienza che sotto un altro manto ancor pi misterioso l'anima sua era oggi per il suo corpo una compagna meno disadatta di quel che non fosse stata dopo il peccato di sua madre.
Che beata condizione, che condizione vivificante era mai quella di sentirsi tersa! In quell'ora mattutina Beni-Mora aveva un aspetto magicamente terso. Domina pens alla tetraggine delle mattine londinesi, all'aria fuligginosa che spira al disopra di alberi neri e di selciati untuosi.  proprio difficile aver l'anima tersa in un luogo simile! Ma qui sarebbe facile: la propria lira qui potrebbe intonarsi al concento della Natura, ed esser come un palmizio frusciante accanto a una scaturigine. Ella prese in mano un libriccino rilegato in pergamena, da lei posato la sera prima sul tavolino di camera: era l'Imitazione di Cristo. L'apr a caso e gett lo sguardo sopra una pagina illuminata dal sole; i suoi occhi caddero su queste parole:
"L'amore veglia, e anche dormendo  vigilante. Affaticato non si stanca, inceppato non si raffrena, minacciato non si turba, ma, come fiaccola vivace e ardente, guizza in alto e va oltre sicuro. Chiunque ama conosce il grido di quella voce."
La luce del sole sulla pagina del libriccino era come la vivida fiamma e l'ardente face di cui esso parlava. Calore, luce, ardente vitalit. Domina era stata per tanto tempo stanca, malata di anima, che rimase quasi attonita nel trovare in se stessa una pronta corrispondenza alla sacra passione della pagina, al fulgido raggio che la baciava come due gemelli si baciano fra loro.
Ella s'inginocchi per dire la sua preghiera del mattino, ma non pot che sussurrare:
Dio, rinnovatemi, Dio, rinnovatemi! Datemi la possibilit di sentire acutamente, potentemente, anche se io ne soffra. Fate ch'io mi svegli; fate ch'io senta. Fate ch'io sia ancora una volta una cosa viva. Oh, Dio, rinnovatemi, rinnovatemi!
Mentre pregava, ella comprimeva cos il viso tra le mani, che le gote le si chiazzarono di rosso. E dopo le parve che la sua prima vera appassionata preghiera in Beni-Mora fosse quasi come un comando a Dio! Una preghiera cos energica non era forse una bestemmia?
Ella sorse da quella preghiera alla prima delle sue nuove giornate.
Dopo colazione, guardando oltre il parapetto della veranda, ella vide Batouch e Ad, accoccolati insieme all'ombra degli alberi sottostanti; essi fumavano la sigaretta e parlavano in arabo, animatamente, anzi, con una certa violenza; le parole rimbalzanti parevano sferzate. Domina era affacciata appena da un minuto, quando le due guide la videro e balzarono in piedi sorridendo.
Sto aspettando per mostrare il villaggio alla signora, disse Batouch, uscendo pacatamente nella strada, mentre Ad rimaneva sotto gli alberi, scoprendo i denti in un risolino sarcastico per far capire a Domina com'egli la compiangesse per il triste sbaglio fatto di non aver preso lui per accompagnatore.
Domina fece un cenno di assenso, se ne ritorn in camera e si mise un cappello da sole; prese un ampio ombrellino foderato di verde, che Susanna le porse, e scese le scale piuttosto lentamente. Ella non era sicura se le abbisognasse un compagno nella sua prima passeggiata per Beni-Mora; forse potrebbe gustar maggiormente la libert nella solitudine; pure non ebbe cuore di rimandar Batouch, pieno com'egli era di dignit e di perseveranza; ma risolvette di tenerlo un po' con s e poi di sbarazzarsene con qualche pretesto: comprare, per esempio, qualche cosa nei bazar, e mandarlo a casa con gli acquisti.
La signora ha dormito bene? domand il poeta mentre ella emerse nel sole.
Benissimo, rispose lei, facendo un altro cenno di assenso a Ad il cui risolino diveniva sempre pi malizioso, e aprendo l'ombrello da sole. Dove andiamo?
Dove desidera la signora. C' il mercato, il villaggio dei negri, la moschea, il casino, la statua del Cardinale, i bazar, il giardino del conte Ferdinando Anteoni.
Un giardino? fece Domina.  bello?
Batouch stava per abbandonarsi a un'estasi lirica, ma si rattenne e disse:
La signora vedr da s e mi dir poi se in tutta l'Europa v' un giardino a quel modo.
Oh, i giardini inglesi sono maravigliosi! disse lei sorridendo all'orgoglio patriottico di lui.
Lo credo. Ma la signora vedr, e la signora mi dir! ripet lui con imperturbabile fiducia.
Ma prima io voglio andare un momento in chiesa, ella disse. Aspettatemi qui, Batouch.
Ella attravers la strada, oltrepass la modesta casetta di un solo piano del prete, e giunse alla chiesa volta verso i quieti giardini. Prima di salir gli scalini e di varcar la soglia ella si ferm un momento: v'era qualche cosa di commovente per lei, come cattolica, in quel simbolo della sua fede che si ergeva cos lontano in mezzo all'islamismo. La croce era di certo piuttosto solinga, inalzata l al disopra di quegli uomini ammantati di bianco per i quali non significava nulla. Domina sapeva che da quando era venuta a quella terra di un'altra fede, e di un'altra fede mantenuta col fanatismo, il suo sentimento per la propria religione, che in Inghilterra per molti anni era stato soltanto tiepido, aveva a un tratto acquistato forza. Ella aveva una bizzarra, quasi virile sensazione che in Affrica ella avesse il dovere di star bene attaccata alla sua fede, non sblaterando per far proseliti, ma perseverando in cuor suo per esser contenta di s. Talvolta ella si sentiva grandemente protettrice: si sentiva protettrice oggi, nel guardar quell'umile costruzione che la riportava ai poveri santi della tebaide, abitanti in remoti e deserti luoghi, le cui divozioni erano rotte dall'urlo degli sciacalli e dal ruggito delle fiere. Con quel sentimento vivo in lei, ella spinse la porta ed entr.
L'interno era semplice, anzi brutto; le mura erano malamente imbiancate, e il pavimento pieno di seggioline ordinarie, impagliate, e di panche che servivano da inginocchiatoio. Di faccia v'erano due file di seggiole private, coi guanciali di velluto di vari colori vivaci e le stecche fasciate di velluto; a sinistra, un alto pulpito di pietra. L'altare, al di l del suo cancellino nero e dorato, era squallido e triste: v'era sopra un piccolo crocifisso dorato sormontato da un baldacchino con quattro colonne che faceva pensare a un indigesto pasticcio. Alcune lunghe candele tinte di azzurro e oro, e pochi mazzi di fiori finti polverosi lo fiancheggiavano. Dietro all'altare, in una nicchia rotonda, era dipinta una figura di Cristo con un libro. Le due cappelle laterali avevano il soffitto a volta rappresentante il firmamento. Sotto il pulpito stava un piccolo armonium, e in fondo alla chiesa v'era un alto ballatoio che sosteneva parecchie seggiole. Le finestruole di forma indecisa avevano vetri in parte bianchi, in parte vermigli sparsi di crocelline gialle. Intorno alle pareti v'erano gessi con le quattordici stazioni della via crucis, bianchi su fondo dorato, incorniciati di marmo bigio. Dal soffitto pendevano ordinarie lumiere di vetro con funi avvolte di rossi nastri stinti. Diverse orrende statuette di gesso colore scarlatto e cioccolata stavano sotto le finestre che erano protette da tendine scure di lana. Accanto all'ingresso v'era la pila dell'acquasanta in forma di conchiglia, e un confessionale di pietra fiancheggiato da due cassette una delle quali portava la scritta: "Grazie ricevute", l'altra: "Domande", e un foglietto su cui era stampato: "Litanie in onore di Sant'Antonio da Padova."
Non v'era nulla che appagasse l'occhio, nulla che agisse sui sensi; e non v'era nemmeno il mistero che ammanta e blandisce, poich la luce solare fluiva attraverso il vetro bianco delle finestre, rivelando, anzi esagerando, come con voluta crudezza, la volgarit dell'arredo, la smontatura del velluto, la crudezza dei colori, gli artificiosi gesti e atteggiamenti delle statuette di gesso. Eppure, quando Domina si tocc la fronte e il petto con l'acquasanta, e s'inginocchi un momentino sul pavimento di pietra, ella sent che quella casa di Dio piuttosto meschina suscitava in lei una commozione non mai provata nelle grandi e belle chiese a cui era avvezza in Inghilterra e sul continente. Attraverso le finestre ella vedeva disegnarsi le foglie delle palme che vibravano alla brezza: dita affricane, palpanti con una specie di ondeggiante sospetto, se non d'inimicizia, i precordi di quella religione che, movendo da chi sa qual lontano paese, era venuta a piantarsi l come un'intrusa dinanzi allo sguardo ardente del deserto. Chiesetta piccola e umile, eppur fiera! Domina cap ch'ella l'avrebbe amata; ma ancora non sapeva quanto.
Ella la percorse lentamente, con volto grave; eppure, di tanto in tanto, mentre stava presso una delle statuette di gesso, sorrise. Erano invero strane offerte al tabernacolo di Colui che teneva quell'Affrica nel cavo della sua mano, di Colui che aveva ordinato lo spettacolo del sole da lei veduto la sera precedente fra le montagne. E ora lei e quella chiesetta in cui si trovava sola, divennero patetiche nei suoi pensieri, e cos la religione che l'una veniva a professare nell'altra: perch l, nell'Affrica, ella cominciava a capir la vastit del mondo, e come molte cose dovessero di certo sembrare al Creatore ci che quelle statuette di gesso sembravano proprio in quel momento a lei.
Oh, che meschinit, che meschinit! ella sussurrava. Oh, Signore, fatemi pi grande! Fatemi crescere, e anche su questa terra, non soltanto nell'altra vita.
La porta della chiesa cigol; ella volse il capo e vide il prete da lei incontrato sotto la volta del viale. Egli and subito a lei, la salut, e disse:
Vi ho veduta dalla finestra, signora, e ho pensato di venire a mostrarvi la nostra chiesetta: noi ne andiamo alteri.
A Domina piacque la sua voce e la sua ingenua osservazione: anche il volto, per quanto non fine, era onesto, gentile, improntato a una mestizia scevra di affettazione e veramente inconscia; barba e baffi ne nascondevano la parte pi bassa.
Grazie, ella rispose. Ho gi dato una guardatina.
Siete cattolica, signora?
S.
Egli ne parve lieto. V'era qualche cosa d'infantile nella mobilit del suo viso.
Ne son contento, disse semplicemente. Non siamo una numerosa comunit in Beni-Mora, ma fummo fortunati anni indietro. Il nostro gran Cardinale, il Padre dell'Affrica, amava questo luogo, ed i suoi figli quaggi gli erano diletti.
Il cardinal Lavigerie?
S, signora. La sua casa  ora un ospedale indigeno; la sua statua sorge di faccia all'imboccatura della grande strada del deserto. Ma noi lo ricordiamo, e il suo spirito  fra noi.
Gli occhi del prete s'illuminavano mentr'egli parlava; la quasi tragica espressione del suo volto si cambiava in una di entusiasmo.
Il suo cuore era qui. E quanto mai faceva! Io dovevo essere uno dei suoi fratelli armati, ma la salute non me lo permise; poi l'associazione si sciolse.
L'espressione triste gli torn sul volto.
Vi son molte tentazioni in una terra e in un clima a questo modo, disse, e gli uomini son deboli; ma vi sono ancora i Padri Bianchi di cui egli fu il fondatore: gloriosa gente che porta la Croce nei pi selvaggi paesi del mondo. Anche i pi fanatici arabi rispettano i Bianchi Marab.
Vorreste esser con loro?
S, signora; ma la mia salute non mi permette che di essere un umile parroco qui. Non tutti coloro che vorrebbero imprendere la pi dura vita possono farlo; se fosse altrimenti, io anelerei di esser frate. Ma il Cardinale stesso mi mostr che il mio dovere sta in altre vie.
Egli addit a Domina alcune cose ch'egli ammirava e che credeva di valore nella chiesa: il dossale dell'altar maggiore scolpito a grappoli, spighe di grano, crocelline, ancore; il bianco velo trapunto che copriva il tabernacolo; la statua di un vescovo con la mitra rossa e oro, che portava il pastorale e una Bibbia, e un'altra statua che rappresentava un santo che con languida ed etica espressione teneva stesa una Bibbia sulle cui carte camminava un sorridente pargoletto.
Mentre stavano per uscir di chiesa egli fece fermar Domina dinanzi a un'immagine di San Bruno vestito del bianco abito monastico, sotto il quale era scritto in lettere dorate:
"San Bruno ai suoi discepoli ha ordinato
Agli beni terrestri rinunziare
Perch i celesti possano acquistare."
I discepoli stavano intorno al santo in grotteschi atteggiamenti di pia attenzione.
Mi pare che questo sia molto bello, egli disse. Chi pu guardarlo senza sentire che il pi grande atto dell'uomo  la rinunzia?
I suoi occhi scuri rifulsero; ma in quel momento un'abbaiatina in soprano giunse alle loro orecchie di fuor della porta di chiesa, un'abbaiatina educata e anche umile, ma al tempo stesso ansiosa. Il viso del prete fu tutto un altro: all'ascetismo quasi appassionato segu uno sguardo dolce e gentile.
Bubb mi vuole, disse, ed apr la porta per lasciare uscir Domina.
Un canino bianco e giallo, tutto lindo e ben lisciato, sedeva sullo scalino come in attesa. Appena comparve il prete, l'animale cominci a dimenare con gran veemenza la breve coda e a corrergli intorno ai piedi, incurvando il corpo in semicerchi. Il suo padrone si pieg e gli diede dei colpettini.
Il mio piccolo compagno, signora, disse. Ieri non era con me perch lo lavavano.
Poi salut e and verso casa sua, accompagnato da Bubb che aveva subito preso un'aria di conscia maest, come chi sia destinato a presiedere al fato di un personaggio importante.
Domina rimase un momento sotto i palmizi, e si mise a guardarli; i suoi occhi splendevano quieti.
Anche la signora  cattolica? domand Batouch, affissandola con sguardo sorpreso.
Domina fece di s col capo; in quel momento non si sentiva disposta a discuter di religione con un poeta minore arabo.
Portatemi al mercato, disse, ricordandosi della sua segreta risoluzione di sbarazzarsi del suo compagno prima che fosse possibile.
Mossero attraverso il giardino.
Era una giornata di paradiso; tutta la viva, sfolgorante luce del mondo pareva essersi data convegno in Beni-Mora; il caldo non era ancora eccessivo, perch alla splendida forza del sole toglieva la sua possibile brutalit la brillante e vivida leggerezza e freschezza dell'aria. Domina incedeva speditamente; le pareva di sentirsi il corpo ringiovanito a un tratto di parecchi anni, pieno di elasticit e di forza raggiante.
La signora  molto forte; la signora cammina come un beduino.
La voce di Batouch risonava veramente sorpresa, e Domina diede in una risata.
In Inghilterra ce ne sono tante delle donne forti; ma qui mi far ancora pi forte: diventer una vera araba. Quest'aria m'infonde vita.
Giungevano proprio sulla strada, quando udirono un calpestio di zoccoli ferrati, e uno spah che cavalcava uno snello cavallo bianco pass di gran galoppo, tenendo le redini all'altezza del rosso pomo della sella e guardando il sole. Domina lo segu con lo sguardo, piena di ammirazione.
Avete buoni cavalli quaggi, ella disse quando lo spah fu scomparso.
La signora sa cavalcare?
Ella rise di nuovo.
Ho cavalcato fin da bambina.
Qui puoi comprare un bel cavallo per sedici sterline, osserv Batouch, usando il "tu", secondo il costume degli arabi.
Trovatemi un buon cavallo vivace, e lo comprer, disse Domina. Io desidero di allontanarmi nel deserto, a gran distanza da tutto.
Tu non puoi andar sola.
Perch no?
Vi sono dei banditi nel deserto.
Porter con me la rivoltella, disse Domina con indifferenza, ma voglio andar sola.
Erano giunti in prossimit del mercato, e il ronzio delle voci arrivava gi a loro, misto a grida nasali, al mugolio degli accattoni che pregavano, e al sonoro raglio degli asini. In fondo alla straduzza in cui erano, Domina vide un bello spiazzo in mezzo al quale una quantit di colonne sorreggevano un tetto aguzzo; intorno allo spiazzo v'erano portici formicolanti di arabi, e sotto la tettoia centrale un andirivieni di gente che faceva pensare ad un nuvolo di mosche svolazzanti intorno a un pezzo di carne attaccata in qualche luogo soleggiato.
Che affollamento! Son tutti abitanti di Beni-Mora? ella domand.
No; vengono da ogni parte del deserto a comprare e vendere; ma la maggior parte dei venditori sono mozabiti.
Uno stuolo di bambinetti coperti di stracci dai colori vivaci andarono a ballonzare intorno a Domina stendendo le mani color di rame e strillando parole da cui emergeva spesso quella di "madama". Uno storpiato che ricordava uno scarafaggio contorto, le strisciava intorno ai piedi, affissandola con gli occhi orribilmente guerci, e ruggendo con voce imperiosa qualche araba formula in cui ricorrevano di continuo le parole "Allah-el-Akbar". Un negro imponente, con un lungo ciuffo di capelli pendenti dalla testa rapata, le stava alle calcagna, roteando gli occhi sporgenti in cui erano racchiuse due fiamme gialle, e cercando di attirare la sua attenzione, bench ella non sapesse a quale scopo. Da tutte le parti uomini giganteschi, con le braccia e le gambe nude e le bianche vesti ondeggianti, le si avvicinavano lentamente, guardandola con occhi lustri, la cui espressione pareva piuttosto segno di calmo e dignitoso apprezzamento che di qualsiasi volgare curiosit. Giovani coi denti pi smaglianti ch'ella avesse mai veduto, con un fiore sull'orecchio ben disegnato e fine, le sorridevano con adescatrice impudenza. Le narici di Domina erano piene di una strana miscela di odori che veniva dalla moltitudine vestita di cenci di lana, dalle frutta esposte alla vendita in ceste di giunco, dai rotondi mazzi di rose pigiate, terminati con un folto contorno di foglie verdi, dai bastoncelli d'incenso che ardevano, da certa carne alterata, da vari ornamenti d'ambra e da acuti profumi contenuti in fiale di cristallo con rabeschi d'oro: essenza di rose, di fior d'arancio, di geranio e di lill bianco. Nel fulgido calore del sole, suoni, odori e movimenti si confondevano ed erano quasi penosamente vividi e pieni di significato e di animazione. Mai moltitudine a Londra, in nessun giorno festivo, era sembrata a Domina cos piena di significato e di originalit come quella piccola accolta di gente del deserto, radunata per contrattar bestiame, comprar vestimenta, armi, pelli e gioielli, biade per i suoi cammelli, gingilli per le sue donne, datteri per i bambini rimasti a casa nei bruni tuguri di terra.
Mentre ella procedeva lentamente tra la folla, scortata da Batouch che si faceva strada a forza di spallate e gomitate, fu sorpresa di sentire come si trovasse bene fra tutta quella gente fiera e dall'aspetto tutt'altro che civile. Ella non fremeva al suo contatto, non provava nessun senso di disgusto al suo tocco. Quando accadeva che i suoi occhi s'incontrassero con gli alteri occhi inquisitori che v'erano intorno a lei, le veniva fatto di sorridere come se riconoscesse quei figli del sole, che non le parevano affatto estranei, nonostante l'ignoto linguaggio che gorgogliava fieramente nelle loro gole. Tuttavia ella non desiderava di rimanere a lungo con loro quella mattina; aveva stabilito di farsi un'idea generale di Beni-Mora, e bisognava ch'ella si staccasse da quel contatto umano. Desiderava di veder tutto a volo d'uccello, da un'altura, da un posto di osservazione e in un po' di solitudine; per cui quando gl'impronti mercanti mozabiti la chiamavano, ella non li udiva, ed anche il cicalio dell'informatore Batouch cadeva su orecchie quasi indifferenti.
Io non voglio trattenermi qui, gli disse Domina, ma voglio comprare dei profumi. Dove posso trovarli?
Un giovane smilzo, accoccolato accanto a una specie di vassoio di legno, le porse con le sue dita delicate una boccetta lunga, sigillata e provvista di un cartellino dorato; ma Batouch scosse il capo.
Per i profumi, bisogna che andiate da Ahmeda, sotto i portici.
Attraversarono uno spazio soleggiato e si fermarono dinanzi a una specie di tana che si approfondiva un po' al disotto del livello stradale, in un angolo deserto; vi erano congregate alcune ombre, e nella oscurit Domina vide una bianca figura acquattata contro il muro annerito, e ud una vecchia voce che mormorava con un sonnolento ronzio. Il venditore di profumi era immerso nel corano e voltava le spalle agli avventori. Batouch stava per chiamarlo, quando Domina rintuzz l'esclamazione con un pronto gesto: per la prima volta il mistero che striscia come un gran serpente nero nel fulgido cuore dell'oriente la fece sussultare e l'affascin, mistero in cui si uniscono l'indifferenza e la divozione. La bianca figura si dondolava lentamente, e la monotona voce ronzante seguiva quel ritmo; e a Domina sembrava ora di udire un remoto fanatismo, il ronzio di un fatalismo che ella anelava di comprendere.
Ahmeda!
Batouch chiamava; la sua voce usc come una pietra da una catapulta. Il mercante si volse calmo calmo e senza affrettarsi, mostrando il volto aquilino tutto grinzoso, coronato di capelli bianchi, illuminato da due occhi che brillavano con la crudele espressione di quelli di un falco. Dopo un breve colloquio in arabo, egli si raddrizz e venne sul davanti della stanza dov'era un piccolo banco di legno.
Ora sorrideva con una grazia quasi femminile.
Che profumo desidera la signora? disse in francese.
Domina lo contempl come se fosse un profondo mistero, ma col diritto sguardo scrutatore caratteristico in lei, con la fermezza cos assoluta che imbarazzava molta gente.
Datemi qualche cosa che sia proprio orientale, prego. Non violetta, non lill.
Ambra, disse Batouch.
Il mercante, sempre sorridendo, alz un braccio che parve una bacchetta scura, e prese da un palchetto una boccettina di vetro rabescata di rosso e di verde; ne tolse il turacciolo, disse a Domina di sfilarsi il guanto, le tocc col turacciolo la mano nuda, indi col pollice stropicci delicatamente la goccia di profumo deposta sulla pelle di lei finch non l'arross un tantino.
Ora, fiutate, comand.
Domina obbed; il profumo aveva lieve virt medicinale, ma le riemp il cervello di esotiche visioni. Ella chiuse gli occhi: s, anche quella era una voce dell'Affrica. Oh, quanto si era mai allontanata dalla sua vecchia vita e dai giorni vacui! Il tappeto magico era stato steso davvero, ed ella era trasportata in una strana terra dove aveva tutto da imparare.
Datemi di grazia un po' di codesto, ella disse.
Il mercante mesc l'ambra in una fiala dove rimase come un filo nel vetro, la pes sulle bilancine e disse il prezzo. Batouch cominci subito a protestar con calore, ma Domina lo interruppe.
Pagatelo, disse porgendo a Batouch il portamonete.
Il venditore di profumi prese il denaro con dignit, volse loro le spalle, torn ad accoccolarsi contro il muro annerito, raccolse di terra il volume di grande formato, e di nuovo si mise a dondolarsi con placido ritmo; indi ricominci il ronzio sonnolente nella oscurit: l'adoratore e il profeta stavano dinanzi al piede di Allah.
E la donna.... la donna era lasciata in disparte come suol esser la donna fra gli uomini biancovestiti dell'Affrica.
Ora, Batouch, potete portare il profumo all'albergo; io andr in quel giardino.
Sola? Ma la signora non sapr trovarlo davvero!
Ne domander.
Impossibile! Io scorter la signora fino al cancello, e poi l'aspetter l: il signor conte non permette che gli arabi entrino dentro coi forestieri.
Va bene, disse Domina.
Il venditore di profumi l'aveva condotta verso un sogno; ella non voleva che svanisse, e le occorreva di esser sola nel giardino. Mentre vi s'incamminavano nel sole, prendendo per vicoli dove vari arabi neghittosi si stendevano con felice infingardaggine, Batouch parlava del conte Anteoni, proprietario del giardino.
Il conte era di certo il pi gran personaggio di Beni-Mora; Batouch parlava di lui con sentito rispetto, descrivendolo come favolosamente ricco, favolosamente generoso verso gli arabi.
Ai francesi non d mai nulla, signora; ma quando  qui, tutti i venerd, all'epoca del nostro sabbath, viene al cancello con un sacco di denaro, e d una moneta da cinque franchi a ogni arabo che v'.
E com'? Francese?
 italiano: ma viaggia sempre, e dappertutto fa giardini: soltanto in Affrica ne ha tre, e in uno tiene anche molti leoni. Quando viaggia porta con s sei arabi; non vuol bene che agli arabi.
Domina cominci ad essere attratta da quell'errante piantatore di giardini, che peregrinava per il mondo come il conte di Monte Cristo.
 giovane? domand.
No.
Ammogliato?
Oh, no!  sempre solo. Tante volte vien qui e ci sta tre mesi, e non si vede mai fuori del giardino; e tante volte sta anche un anno senza venire a Beni-Mora. Ma ora c'. Venti arabi lavorano nel giardino, e di notte dieci arabi col fucile stanno svegli, alcuni in una tenda dentro la porta, altri fra gli alberi.
Dunque vi  pericolo di notte?
Il giardino tocca il deserto, e coloro che sono nel deserto senz'armi  come se fossero uccelli nell'aria senz'ali.
Ora, uscendo di fra le case, erano giunti in una strada ampia e diritta, fiancheggiata a sinistra da un terreno in coltivazione, da alberi fruttiferi, e, pi oltre, da palme gigantesche fra i cui tronchi potevano vedersi le petrose distese del deserto e i contrafforti di montagne azzurrognole e rosee. A destra v'era un ombroso giardino con fontane e panchine di pietra, e al di l si ergeva un gran palazzo bianco costruito in stile moresco, con terrazze sui tetti e un'alta torre ornata di tegoli verdi e paonazzi. In lontananza, fra le altre palme, apparivano una quantit di casupole basse e piane, di terra bruna. La strada, fin dove poteva giunger l'occhio, si stendeva lontano fra enormi boschetti di palme, le cui cime piumate ondeggiavano lievemente al venticello che spirava dal deserto. Su tutte le cose pioveva un fiotto di azzurro e d'oro; un fulgore abbarbagliante rendeva tutte le cose liete.
Che splendida luce! esclam Domina, mentre guardava la strada nel punto dove la sua bianchezza andava perdendosi nel mobile oceano degli alberi.
Batouch assent senza entusiasmo, avendo sempre vissuto nella luce.
Quando ritorneremo dal giardino, visiteremo la torre, disse additando il palazzo moresco.  un albergo, e non  ancora aperto; ma conosco il custode. Dalla torre, la signora vedr tutto quanto Beni-Mora. Ecco il villaggio dei negri.
Attraversarono silenziosamente i suoi polverosi sentieri. Dalla parte in cui le basse abitazioni brune facevano ombra, alcuni degli abitanti sonnecchiavano o chiacchieravano, avvolti in vistosi panni di cotone; alcune fanciullette, nel pi acceso colore arancione, con la fronte tatuata e con amuleti di cuoio, correvano in qua e in l, inseguendosi, e strillando fra le risate. Parecchi bamberottoli nudi, col capo rapato divenuto comodo luogo di riposo per le mosche, guardavano Domina con occhi lucidi, attoniti. Ai canti delle vie alcune donne non velate sedevano in terra a gambe incrociate macinando il grano col sistema primitivo del mulino a mano, o addipanando la lana su bastoncelli di legno; avevano il capo coperto di trecce di lana che imitavano trecce di capelli, nelle quali erano infilati barbarici ornamenti d'argento, e al collo e alle braccia tintinnavano catene e monili contesti di rossi quadratini di corallo e di piastrelle turchine e verdi. Alcune di loro chiamarono insolentemente Batouch, il quale rispose con placida impudenza. La porta di legno di palma di una delle casupole era spalancata, e Domina vi spinse lo sguardo. Ella vide una specie di tana col pavimento e i muri di terra, un soffitto di palma e frasche, un basso divano di terra senza materassa n coperta di alcuna sorta.
Non hanno mobili? domand a Batouch.
No; che cosa dovrebbero farne? Vivono qui fuori al sole, vanno dentro per dormire.
La vita ridotta semplice a tal segno la fece sorridere; intanto ella guardava con un senso d'invidia le figure accoccolate negli sgargianti cenci di cotone. La memoria dei lunghi e complicati anni passati a Londra, pieni di un'infinit di cosiddetti piaceri che non avevano mai sopito nel suo cuore l'amara pena postavi dal rude colpo del peccato di sua madre e delle sue conseguenze, le parve render desiderabile quella esistenza nuda, soleggiata, barbara. Ella stette un momento a guardar due donne che sceglievano chicchi per il cuscuss, e il loro riso gutturale, la loro parlantina rumorosa, i rapidi ed energici movimenti delle mani nere affaccendate, ricordarono a Domina la gaiezza infantile; e dinanzi a lei, nel sole, sorse la Natura, a confronto degli artifici e dei gravi languori della moderna vita nelle citt. Come aveva ella potuto sopportare cos a lungo il giogo?
La signora mi porter con s a Londra quando va via? disse astutamente Batouch.
Io star lontana da Londra per un pezzo, replic Domina con energia.
Rimarrete qui molte settimane?
Qualche mese, forse. E forse viagger nel deserto. S, s, dovr farlo.
Se seguiremo la strada bianca nel deserto e anderemo innanzi per molti giorni arriveremo finalmente a Timbuct, disse Batouch. Ma correremmo il rischio d'essere uccisi dai Tuaregs: son fieri e odiano gli stranieri.
Avreste paura ad andarvi? chiese Domina, curiosamente.
Paura di che?
Di essere ucciso?
Egli parve tranquillamente sorpreso.
Perch dovrei aver paura di morire? Tutti dobbiamo passare da quella porta: poco conta se sia oggi o domani.
Dunque non avete paura della morte?
No davvero; e voi, signora, si?
Egli guard in viso Domina con vera sorpresa.
Non lo so, rispose lei.
E si mise a fantasticare, n pot dir altro.
Ecco la villa Anteoni.
Batouch additava. Erano svoltati dalla via di Timbuct, si erano lasciati dietro il villaggio, ed ora giungevano in un viottolo che correva parallelo al deserto. Alla loro destra stormivano le palme, ondeggiava il grano verde, i fossatelli luccicavano di acque profonde; ma da quell'altra parte v'era sterilit sconfinata; l'ampio letto sassoso del gran fiume, l'Uda-Beni-Mora, poi un monticello di terra, e infine l'immensa pianura luminosa che si stendeva nelle fulgide regioni del sole. Non lungi da lei si alzava sul deserto, in un luogo senz'ombra, un muro di un bianco abbagliante. Domina vide due lati di una stretta casa bianca col tetto piano e con qualche feritoia invece di finestre; uno di quei lati dava sul letto secco del fiume, l'altro, ad angolo retto di quello, si spingeva verso un folto di palme e finiva con un portico di sei aperti archi moreschi attraverso i quali appariva l'azzurro intenso del cielo senza nubi, producendo un effetto quasi teatrale. Pi oltre si vedevano raggruppamenti d'alberi che sembravano quasi neri di contro alla bianchezza accecante del muro della villa e del portico e sotto lo smagliante cielo turchino.
Che casa strana! disse Domina. Non ci sono finestre.
Ma sono dall'altra parte, sul giardino.
La villa attrasse subito Domina; il bianco portico moresco in cui dal profondo cuore del cielo venivano a incorniciarsi, a palpitare, lembi di azzurro, era bello come la casa dei Geni della terra incantata. Il mistero incombeva su quella dimora, un mistero di luce, non di tenebre, il segreto della fiamma e delle cose nascoste piene d'un aureo significato. A Domina parve di esser come un bambino che sta per penetrare in un paese d'incanto, ed ella affrett il passo fin che non giunse a un alto cancello bianco congegnato in un arco di legno, e sormontato da uno stemma gentilizio sostenuto da due leoni. Batouch vi buss con un picchiotto bianco, poi cominci ad arrotolare una sigaretta.
Aspetter qui la signora.
Domina assent. Un cavicchio di legno fu tirato pian piano nel cancello, ed ella entr nel giardino e si trov di faccia a un grazioso giovinetto arabo vestito di color verde pallido, che la salut e con rispettoso garbo chiuse la porta.
Posso camminare un po' per il giardino? ella domand.
Non si era ancora guardata intorno, tanto il volto dell'arabo l'aveva attratta e anche deliziata: era aristocratico, beatamente placido, come il volto di un felice mangiatore di loto; i grandi occhi lucenti erano soavi come quelli di una gazzella e calmi come quelli di un fanciullo dormente. I suoi piedi perfettamente modellati erano nudi nella rena brillante. In una mano egli teneva una grossa rosa rossa, e nell'altra una sigaretta fumata per met.
Domina gli sorrise nel fargli la domanda, ed egli sorrise a lei soddisfatto, mentre rispondeva con voce bassa, unita:
Potete andare dove volete. Devo insegnarvi i sentieri?
Egli alz la mano, e pacatamente odor la rosa rossa, tenendo i suoi occhioni fissi su lei. Il desiderio di esser sola aveva lasciato Domina: quello era di certo il genio del giardino, e la sua compagnia ne accrescerebbe il mistero e la fragranza.
Non dovete stare alla porta? ella domand.
Non verr nessuno; non c' nessuno in Beni-Mora; e rimarr Hassan.
Accenn con la rosa a una piccola tenda rizzata sotto un albero di pepe. Domina vide sotto quella un ragazzo bruno, acciambellato come un cane, che dormiva la grossa. Ella cominci a sentirsi come se avesse mangiato l'ascis: il mondo le sembrava fatto per sognare.
Grazie, dunque.
E adesso ella si guard finalmente intorno per vedere se Batouch fosse stato veritiero. I giardini europei dovevano cedere il passo ai giardini orientali, rimanere inferiori con tutte le loro rose?
Ella si trovava ora in un gran semicerchio di morbida sabbia pianeggiata di fresco, che ascendeva con dolce pendio a una gigantesca siepe di bossolo tutto unito e ben rimondato, la quale, sporgendo alla sommit, formava un riparo e gettava una piacevole ombra sulla sabbia. Di tanto in tanto erano collocate sotto la siepe delle panchine bianche. A destra, la villa; e Domina pot ora vedere che era molto piccola. Due file di finestre: quelle del pianterreno e quelle del primo piano. Le pi basse si aprivano proprio sulla sabbia, quelle di sopra davano su una veranda col parapetto bianco, alla quale si accedeva da una gradinata bianca esterna costruita sotto gli archi del portico. La villa era di una delicata semplicit, ma in quello sfolgorio di azzurro e d'oro, la sua bianchezza d'avorio, ergentesi sulla sabbia lucente calda sotto il piede, parve magica a Domina. Ella pens di non aver mai veduto una tale immacolata purezza.
Quelle sono le camere.
Non vi sono altro che camere? ella domand sorpresa.
Le altre stanze, il salotto del signor conte, la sala da pranzo, la sala da fumo, il bagno moresco, la stanza del canino, la cucina e le stanze della servit sono in varie parti del giardino. Ecco la sala da pranzo.
Accenn con la rosa un'ampia costruzione bianca, le cui mura abbaglianti apparivano di quando in quando fra i ciuffi degli alberi a sinistra, dove un viottolo sabbioso, lievemente elevato e piano, poi spiovente ai lati, s'insinuava in un laberinto di ombre rabescate d'oro.
Andiamo per quel sentiero, disse Domina quasi in un sussurro.
L'incanto del luogo la pervadeva: quello era di certo un asilo di sogni, un porto in cui il sole andava a stendersi sotto gli alberi e dormire.
Come vi chiamate? ella soggiunse.
Smain, replic l'arabo. Io nacqui in questo giardino; mio padre, Mohammed, stava col signor conte.
Egli le faceva strada sulla sabbia, incedendo lentamente coi lunghi piedi bruni, diritto come una canna non mossa dal vento. Domina lo seguiva rattenendo il respiro; non molto spesso ella dava libero sfogo alla sua forte immaginazione; ma ora lasci che si sbizzarrisse mentre insieme con Smain penetrava fra le ombre rabescate d'oro del piccolo sentiero ed entrava nell'incombente mistero degli alberi. La bramosia del misterioso, del remoto, del bello, dello sconfinato, l'aveva talvolta assillata, specialmente nei momenti torbidi della sua vita. Il suo cuore oppresso aveva varcato la linea dell'orizzonte in risposta a un richiamo delle cose nascoste al di l. Le sue agitazioni erano andate errando, in cerca delle grandi distanze in cui il mite crepuscolo porporino reca certamente conforto a coloro che soffrono. Ma ella non aveva mai pensato di trovare alcun giardino di pace che corrispondesse ai suoi sogni; tuttavia era gi conscia che Smain con la sua rosa le accennava la via al proprio ideale, che i propri piedi ne calcavano il sentiero, che i suoi alberi leggendari le si stringevano attorno.
Dietro la siepe di bossolo ella ud l'ascoso gorgoglio di una cascatella, e usciti che furono dalla luce smagliante, quel gorgoglio crebbe. Pareva che la verde penombra in cui camminavano facesse riscontro a quella deliziosa voce; quel viottolo serpeggiava fra due ruscelletti che saltellavano incessantemente sotto le larghe foglie, ingiallite in punta, delle palme nane, producendo una musica cos flebile che era pi come una rimembranza di suono nella mente, che non un suono che percotesse l'orecchio. Da ambi i lati torreggiava un folto di piante recate da tutte le parti del mondo a quell'asilo del deserto.
Ve n'erano molte ignote a Domina, ma ella vi riconobbe parecchie variet di palme, acacie, sifonie, fichi, castagni, pioppi, alberi del pepe coltivati, gli immensi olivi chiamati jamelons, lauri bianchi, alberi da gomma elastica e di cacao, banani, bamb, iucche, molte mimose e una infinit di alti eucalitti. In quella penombra fiammeggiavano ciuffi di gerani scarlatti; l'ibisco alzava languidamente il suo fragile e rosato calice, e le arance, di un oro rossastro, vi facevano luccicare il fogliame che sembrava forbito da una diligente fata.
Mentre ella s'inoltrava con Smain nei recessi del giardino, la voce delle cascatelle svan. Non vi si udivano uccelli. Domina pens che non osassero cantare per paura di risvegliare il sole dai suoi sogni dorati; ma dopo, quando conobbe meglio il giardino, ella li sent spesso gorgheggiare con sommesso e pur felice languore, come se si unissero tutti in un notturno prima di addormentarsi. Sotto gli alberi la rena era gialla, di un colore cos voluttuosamente bello, ch'ella avrebbe bramato di toccarla coi piedi nudi come Smain: di tanto in tanto si alzava in piccole piramidi simmetriche che accennavano a giardinieri assenti, i quali forse ora si concedevano una piccola siesta.
Per l'innanzi ella non aveva mai pienamente sentito l'incanto del verde, n compreso qual felice dono fu fatto in quel giorno della creazione che lo profuse sul mondo; ma ora, mentre camminava tacitamente sulla rena gialla fra i ruscelletti, seguendo la verde veste svolazzante di Smain, ella ripos gli occhi e l'anima sua sulle frammiste innumerevoli sfumature del delizioso colore: verdi ruvidi, rugosi di foglie di geranio, verdi argentei di olivi, verdi nerastri di palme lontane un po' al riparo dal sole, scialbi verdi di eucalitti, ricchi verdi smeraldini di palme a ventaglio, soleggiate; caldi, accesi verdi di bamb; smorti, sonnacchiosi verdi di gelsi e di quieti castagni: era un coro di colori in un unico colore, come un coro di fanciulli che tutti con voce di soprano cantassero al sole.
L'oro penetrava dovunque, tessendo vividi, palpitanti disegni di ardente bellezza. Gi per gli stretti, fronzuti viottoli che conducevano a interni misteri, la luce si affacciava e si ritraeva, insinuandosi tra le foglie frastagliate delle piante, luccicando sugli steli ondeggianti dei rami di palma in palma, tremando lievemente dove il papiro piegava l'antico capo, danzando fra i grossi fili d'erba rigogliosa i cui ciuffi spuntavano qua e l, sostando languidamente sulle lucide magnolie assediate dalle api sonnacchiose. Tutto il verde e l'oro della creazione si era dato certamente convegno in quel profondo ritiro per provare la perfetta armonia della terra col sole.
E ora, via via che si avvezzava al pervadente silenzio, Domina cominciava a udire i tenui suoni che lo rompevano, e che venivano dagli alberi e dalle piante. Le aure spiravano sempre, aiutando i miti propositi della Natura, staccando una foglia dal suo ramoscello e portandola sulla sabbia, spiccando una bacca dal suo luogo e facendola cadere ai piedi di Domina, dando a un petalo di geranio appassito il coraggio di lasciare i suoi pi vivi compagni e rassegnarsi alla perdita del luogo che non poteva pi a lungo riempir di bellezza: delicatissimo era il tocco del morente sulla sabbia gialla, ed accresceva il senso di pervadente mistero, e faceva Domina pi profondamente conscia della pulsante vita del giardino.
Quella  la stanza del cane, disse Smain.
Erano usciti in un piccolo spazio aperto a cui presiedeva un immenso albero del cacao. Basse siepi di bossolo recingevano due quadrati d'erba ombreggiati da palme dattilifere coi frutti gialli, e sotto alcuni gelsi Domina vide una stanzettina bianca con due vetrate. Ella vi and, e vi fece capolino, sorridendo.
L, in un vero salotto, con seggiole dorate, tavole ovali ben lustre, delicate pedane e lucidi specchi, stava un purpureo cane di porcellana con la coda arroncigliata sul dorso e gli occhi attenti e fissi nel vuoto; l'espressione e la positura dell'animale erano burbanzose e risolute e davano indizio di un'indole tirannica; e Domina si affacci con precauzione, rimanendo zitta e immobile quasi l'animale dovesse accorgersi della sua presenza e risentirsi.
Il signor conte pag molto il cane, mormor Smain.  di gran valore.
 parecchio tempo che c'?
Molti anni; v'era quando nacqui io, ed io sono stato sposo due volte e due volte ho divorziato!
Domina, che era appoggiata alla vetrata, si volt e guard Smain con sorpresa; egli odorava la sua rosa come un fanciullo in estasi.
Avete fatto divorzio due volte?
S. Ora far vedere alla signora la sala d fumo.
Seguirono un altro degl'innumerevoli viali del giardino. Questo era molto stretto, e meno folta che in quello gi traversato era la volta formata dagli alberi. Alti arbusti vi convergevano le loro cime, e le loro foglioline che quasi combaciavano, erano trasformate dai fulgidi raggi del sole in lingue di pallido fuoco, tremolanti, pressoch trasparenti. Mentre vi si avvicinava, Domina prov l'impressione che la bruciassero. Una bruna farfalla vi svolazz framezzo, poi disparve nel sogno d'oro al di l.
Oh, Smain, quanto dovete voler bene a questo giardino! ella disse.
Ella si sentiva come trasportata in estasi; l'aria pura, il caldo carezzante, la quiete incantata e la solitudine di quel dominio toccarono l'animo e il corpo di lei come le mani di un santo che avesse il potere di benedirla.
Io potrei viver sempre qui dentro, ella soggiunse, senza desiderare nemmeno una volta di uscir fuori fra la gente.
Smain dimostr una placida soddisfazione.
Ora andremo nel centro del giardino, disse, mentre oltrepassavano un ponte di legno di palma gettato sopra un ruscello che scorreva sotto i petali rossi dei gerani.
Le lingue di fuoco furono lasciate dietro; la verde oscurit li avvolgeva, e la rena sotto i loro piedi pareva sbiancata. Aumentava il senso del mistero, poich qui gli alberi erano enormi e crescevano folti; il terreno era cosparso di aghi di pino e l'aria pi mossa vi agitava le chiome degli alberi.
Questa  la parte del giardino preferita dal signor conte, disse Smain. Vien qui tutti i giorni.
Che cosa c'? disse a un tratto Domina fermandosi sulla rena chiara.
 Larbi che suona il flauto.  innamorato; ecco perch suona mentre dovrebbe annaffiare i fiori e rastrellar la sabbia.
Il distante canto d'amore espresso dal flauto sembr a Domina l'ultimo tocco d'incanto che faceva di quel giardino una vera terra magica. Ella non pot muoversi, e protese le mani per trattenere il piede di Smain, che graziosamente si ferm. Prima d'allora ella non aveva mai udito una musica che le paresse di un significato e di una suggestione come quella dell'aria affricana sonata da un giardiniere innamorato; sebbene bizzarra e barocca, alterata da abbellimenti, alternata di repenti volate, di fioriture, e di subitanei trilli prolungati fino a una strana e frivola Eternit che vi s'insinuasse per bandire il Tempo, quella musica afferr la fantasia di Domina e quasi ammali la sua immaginazione, poich risonava candidamente sincera come il canto di un augello, e come se il cuore da cui fluiva fosse il cuore di un fanciullo, un luogo di rivelazione, non di nascondimento. Il sole rendeva gli uomini indifferenti in quel luogo; essi aprivano le loro finestre dinanzi all'astro, e ognuno poteva vedere entro le calde stanze piene di luce. Domina guardava il leggiadro giovane arabo accanto a lei, gi per due volte ammogliato e due volte tornato libero; ascoltava l'interminabile canto d'amore di Larbi, e diceva fra s: "Questa gente, sia pur non incivilita, per lo meno vive, e io sono stata morta tutta la vita, morta durante la vita." Cosa orrendamente possibile; ella lo capiva, mentre sentiva l'incanto dell'Affrica scendere su lei in tutta la sua enorme potenza, avvolgerla placidamente ma in modo irresistibile. Il sogno di quel giardino era animato da un vago eppur fiero senso di realt; v'era un mormorio di molte piccole e lontane voci, come le voci d'innumerevoli cose tenui palpitanti di attivit in una profonda foresta. Nello star l, l'ultimo atomo di polvere europea s'invol dall'anima di Domina. Come era stata profondamente sepolta, e per quanti anni!
"Il pi grande atto dell'uomo  la rinunzia." Quelle parole ella le aveva udite da poco; gli occhi del prete fiammeggiavano nel pronunziarle, e anche a lei si era appiccata la scintilla del suo entusiasmo. Ma ora un altro fuoco pareva acceso in lei, e tale austerit le destava maraviglia. Non era quella una fanatica sfida scagliata in faccia al sole? Ella scacci da s quel pensiero come se la facesse sussultare, e si rimise placidamente in cammino nella verde penombra.
Il flauto di Larbi andava allontanandosi ripetendo sempre la stessa bizzarra melodia, pur cambiandone le fiorettature secondo la fantasia del sonatore. Domina lo cerc con lo sguardo fra gli alberi, ma non vide nessuno; doveva essere in qualche recondito luogo. Smain la tocc.
Guardate, disse sottovoce.
Egli spart i rami di alcune palme con le sue mani delicate, e Domina, facendo capolino l dentro, vide in un punto dove l'ombra era pi fitta una stanza quadra, isolata, le cui pareti bianche erano quasi interamente nascoste da masse di bugainvillea coi suoi fiori purpurei; il tetto di quella stanza era piano; in tre dei suoi lati vi erano larghi vani arcuati di finestre senza intelaiature; nel quarto v'era una stretta porta senza battenti. Immense piante di fico e palme e ciuffi di bamb vi torreggiavano intorno e vi si piegavano sopra; ed era circondata da uno stretto nastro di rena bene spianata.
Questa  la sala da fumo del signor conte, disse Smain. Qui egli passa parecchie ore. Se la signora vuol favorire, le mostrer l'interno.
Svoltarono a sinistra e andarono verso la stanza. Ora il flauto era vicino a loro.
Larbi dev'esser l dentro, bisbigli Domina a Smain, come chi bisbigliasse in una chiesa.
No,  dietro gli alberi, laggi.
Ma nella stanza c' qualcuno.
Ella addit il vano della finestra arcuata pi presso a loro. Una sottile spira di fumo azzurrino vi si svolgeva ed evaporava nell'ombre degli alberi. Dopo un momento, quella spira fu delicatamente e deliberatamente seguita da un'altra.
Non  Larbi: egli non sarebbe mai entrato dentro: dev'essere....
Si ferm: un uomo alto, di mezza et, era giunto sul limitare della stanzetta e spingeva lo sguardo nel giardino, con occhi brillanti.
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Capitolo 6.
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Domina indietreggi e guard Smain; non era avvezza a far l'intrusa, e la improvvisa sensazione di esserlo la rese inquieta.
 il signor conte, disse Smain, calmo, a voce alta.
L'uomo che era nel vano della porta si tolse il cappello floscio, come se quelle parole equivalessero a una presentazione tra Domina e lui.
Siete venuta a vedere la mia stanzetta, signora? disse in francese. Mi sentir onorato se posso mostrarvela io.
Il suono della sua voce era rude e caustico, eppure quella voce riusciva simpatica, anzi, seducente, e a quanto parve a Domina, particolarmente piena di vita, bench non di energia. I modi del gentiluomo bandirono subito la momentanea inquietudine di lei. V' una specie di segreta intesa fra la gente nata nella stessa sfera sociale. Dal modo con cui il conte Anteoni si cavava il cappello e parlava, ella cap subito che tutto andava bene.
Grazie, signore, rispose. Mi avevano detto al cancello che permettevate ai forestieri di visitare il vostro giardino.
Sicuro.
Il conte disse poche parole in fluente arabo a Smain, che si scost e disparve fra gli alberi.
Spero che mi permetterete di accompagnarvi per il resto del giardino, disse rivolgendosi di nuovo a Domina. Ne avr gran piacere.
Siete molto gentile.
Il modo con cui si era effettuato il cambiamento di compagnia, lo faceva sembrare una gradita, inevitabile garbatezza, che non implicava n richiedeva niente.
Questo  il mio piccolo ritiro, continu il conte Anteoni, scostandosi di sulla soglia perch Domina potesse passare.
Ella trasse un lungo respiro quando vi fu entrata.
Il pavimento era di sabbia finissima ben levigata e compressa sulla quale erano sparsi tappeti orientali di chiari e delicati colori: verdi pallidi e rosa smorti, azzurri pendenti in grigio e gialli di topazio appannato. Intorno alle bianche pareti ricorrevano larghi divani, bianchi anche quelli, coperti di tappeti da preghiera di Bagdad, e grandi cuscini rabescati di fili opachi d'oro e d'argento a disegni d'ibi e di fenicotteri spieganti il volo. Ai quattro angoli della stanza stavano quattro tavolinetti da fumatori di scabro legno di palma, sostenenti portacenere di bronzo sbalzato, verdi doppieri di bronzo per accendervi le sigarette, e vasi di porcellana della China a draghi, pieni di rose rosse vellutate, gardenie e ramoscelli di fior d'arancio. Accanto ai tavolini v'erano panchetti di cuoio ricoperti di punto tunisino. Dagli archi delle finestre senza telai pendevano vecchie lampade moresche di rame in cui erano intersecati quadratini di vetro a sobrii colori, come nelle finestre delle vecchie chiese. In un rotondo braciere di rame, posto in uno dei vani delle finestre, ardevano lentamente grani d'incenso effondendo lievi colonne opache di fumo odoroso. Dalle arcate vuote delle finestre e dallo stretto vano della porta si vedevano i folti ripari di fogliame che custodivano quell'aereato romitaggio, e la calda fioritura purpurea della bugainvillea metteva una velatura di colore nella scurezza boschiva.
Il flauto di Larbi continuava a mandare soavi, chiari, capricciosi suoni da qualche prossimo luogo ascoso.
Domina guard il suo ospite che stava sul limitare della porta, col braccio appoggiato a un muro eburneo.
Questa  la mia seconda giornata d'Affrica, ella disse semplicemente. Potete immaginare quello che io pensi del vostro giardino, quello che io senta in esso: non v' bisogno che ve lo dica. Credo di certo che i viaggiatori da voi cos cortesemente accolti qui dentro debbano avervi stancato coi loro rapimenti.
No, rispose lui, con una calma gravit che pur celava gentilezza, perch per lo pi io me ne vo prima che arrivino i forestieri. Vi pare un po' rude quel che dico? Ma voi, signora, non sareste in Beni-Mora di questa stagione, se foste compresa fra quelli.
Io son venuta qui per trovar pace, rispose semplicemente Domina.
Lo disse, perch le parve di sentirsi gi compresa dal suo compagno.
Il conte Anteoni abbass il braccio dal muro eburneo, e trasse lentamente a s un ramo dei fiori purpurei attraverso il vano della porta.
Vi  pace.... ci che generalmente si chiama cos, almeno, in Beni-Mora, egli rispose in modo piuttosto pacato e meditativo. Vi  insomma uniformit di giorni e di notti: il sole splende instancabilmente sul deserto, e il deserto invita sempre alla pace.
Lasci andare i fiori, che si ritrassero dolcemente e penzolarono tremolanti nel vuoto dietro al suo personale sottile; indi soggiunse:
Forse non si dovrebbe dir pi che cos.
No.
Domina si mise un momento a sedere e alz lo sguardo su lui e sui fiori dondolanti. Il suono del flauto di Larbi era sempre nelle sue orecchie.
Ma non si pu pensare, sentire un po' di pi? ella domand.
Oh, perch no? Se si pu, se si deve!... Ma come? L'Affrica  fiera e piena di significati come una fornace, sapete.
S, lo so.... lo so gi, ella rispose.
Le parole di lui esprimevano ci ch'ella aveva gi sentito l in Beni-Mora, vagamente, e pur potentemente. Egli le diceva, e la notte precedente la zampogna affricana le aveva dette. Pace e una fiamma. Potevano esistere insieme, unite, avvinte?
A me pare che l'Affrica si accordi per mezzo della contradizione, soggiunse lei, sorridendo un po', e toccando il niveo muro con la destra. Ma poi, questa  la mia prima giornata.
La mia fu quand'ero un ragazzo di sedici anni.
Allora questo giardino non esisteva?
No: lo feci io. Venni qui con mia madre, che mi contentava sempre e che appag anche questo mio capriccio.
Questo giardino  un vostro capriccio di ragazzo?
Era. Adesso, per il ragazzo divenuto uomo,  un....
Un paradiso, sugger Domina.
Stavo quasi per dire.... un nascondiglio.
Non v'era amarezza nella sua voce strana e non bella, eppure le parole implicavano amarezza. I feriti, i paurosi, i delusi, i condannati si nascondono. Forse egli si ricord di questo, perch soggiunse piuttosto in fretta:
Io venni qui per far follie, signora, perch venni qui per pensare:  questo il luogo in cui particolarmente penso.
Che cosa bizzarra! esclam Domina impulsivamente, e protendendosi sul divano.
Davvero?
Volevo dire che anche a me Beni-Mora era sembrato il luogo ideale per far questo.
Per pensare?
Per trarre fuori l'intima verit.
Il conte Anteoni le diede uno sguardo piuttosto vivace e scrutatore; i suoi occhi non erano grandi, ma brillanti, e non avevano affatto il languore che si vede cos spesso in quelli dei suoi connazionali. Il volto di lui era espressivo per la sua mobilit pi che per le sue linee. Egli aveva le fattezze minute e raffinate, non nobili, ma indubitatamente aristocratiche; il naso era sensuale con larghe narici; i baffi lunghi e diritti, che appena appena incominciavano a farsi grigi, non nascondevano la bocca che aveva le labbra insolitamente pallide; gli orecchi erano molto attaccati e di bella forma; il mento a punta. L'insieme del volto appariva rigido, scrutatore, ma in senso piuttosto spavaldo che timido. Una simile espressione  propria degli uomini che vorrebbero esser sempre addentro nei pensieri e nei sentimenti degli altri a loro riguardo, ma che vorrebbero gettar via quei pensieri e quei sentimenti con la risolutezza e la forza con cui un cane si scuote dal pelame le gocciole emergendo dall'acqua dove ha nuotato.
Per trarre fuori l'intima verit.... ripet il conte, e mandarla, come Ismaele, a barcamenarsi da s nel deserto.
La strana osservazione non parve n un ragguaglio n una domanda, ma solo la improvvisa esclamazione di una fervida mente in attivit.
Volete permettermi di condurvi nel rimanente del giardino, signora? soggiunse con voce pi formale.
Grazie, disse Domina che si era gi alzata, mossa dallo sguardo esaminatore gettato su lei.
Non v'era in esso nulla da risentirsi, e difatti ella non s'era risentita; ma l'aveva richiamata alla coscienza ch'essi erano del tutto estranei fra loro.
Mentre uscivano sulla pallida striscia di sabbia che circondava la stanzetta, Domina disse:
Com' selvaggia e piena d'anima quest'aria!
 di Larbi. Credo che abbiate ragione; ma a me nessuna musica dell'Affrica sembra strana. Io nacqui in un possesso di mio padre presso Tunisi; egli era siciliano, ma veniva ogni inverno nel settentrione dell'Affrica. Io ho sempre udito i timballi e le zampogne, e so quasi tutti i canti del deserto dei nomadi.
Questo  un canto d'amore, non  vero?
S, Larbi  sempre innamorato, a quanto mi dicono. Ogni nuova danzatrice lo tira nella rete. Felice lui!
Felice, perch pu amare con tanta facilit?
E con ugual facilit non amar pi. Guardatelo, signora.
A poca distanza da loro, sotto un enorme banano e mezzo nascosto da ciuffi di geranio scarlatto, Domina vide un arabo tozzo e brutto, con la pelle quasi nera, accoccolato sui calcagni, con un lungo flauto giallo e rosso fra le spesse labbra. Egli teneva gli occhi abbassati, e non li vide, ma seguit a sonare con ardore traendo dal suo flauto frasi civettuole con le dita grosse e ossute.
E io gli passo la paga tutto l'anno perch non faccia altro! disse il conte.
La sua voce caustica rison benevola e scherzosa. Essi seguitarono a camminare, e la sonata di Larbi a poco a poco svan.
Per altro, io non posso lamentarmi delle follie e dei vizi degli arabi, continu il conte. Io li amo come sono: pigri, innamorati assurdamente, pronti a spargere il sangue, allegri come fanciulli, capricciosi come.... Ecco, signora, se discorressi con un uomo, direi capricciosi come le belle donne.
Perch no?
Allora lo dir. Io mi glorio del loro ingenito disprezzo della civilt; ma ho piacere di vederli nella preghiera cinque volte il giorno come  loro comandato, e nessun arabo che assaggi l'alcool sfidando le leggi del profeta mette piede nel mio giardino.
Vi era una sfumatura di rudezza nella sua voce mentre diceva queste ultime parole, un suono autocratico; ma a Domina ci non dispiacque: quell'uomo aveva di sicuro le sue convinzioni, e forti; v'era in lui qualche cosa di non convenzionale a cui rispondeva alcun che di lei stessa: bench tanto gentile, doveva essere indifferente alla opinione altrui. Era proprio un uomo, insomma.
Fa anche piacere, egli riprese dopo una breve pausa, esser circondati da persone che non hanno affatto pensieri, nonostante i loro volti pensosi e quegli occhi pieni di mistero.... veri pozzi senza la verit in fondo ad essi.
Domina rise.
Forse voi siete il solo che pensi, qui.
Preferisco di esser qui il solo pazzo. Avete veduto che enorme albero del cacao?
Addit un albero la cui vetta sembrava toccasse il cielo.
S, davvero!  come quello che presiede sul cane purpureo.
Avete veduto il mio feticcio?
Me lo ha mostrato Smain con reverenza.
Oh, Smain  un re qui dentro! Gli arabi assicurano che nei pleniluni lo hanno udito unirsi al coro dei cani cabili.
Lo dite quasi come se ci credeste.
Ebbene, io credo pi qui di quel che non credessi altrove; ed  una delle ragioni per cui ci vengo.
Lo capisco benissimo. Sento anch'io che qui si deve creder molto.
Come? Gi sentite il fascino di Beni-Mora, il fascino del deserto, signora? S, vi sono tali incanti quaggi, che non mi ci fanno trattenere mai a lungo.
Per paura di che?
Il conte Anteoni le camminava a fianco con disinvoltura, dimenando lievemente i fianchi come fanno molti siciliani, quasi a far valere quanto il suo corpo fosse ancora elastico. Alle parole di Domina egli si ferm: erano ancora in un punto in cui immettevano quattro sentieri, presentando quattro vedute di verde e d'oro, di magica luce solare e di ombra.
Non lo so nemmen io.... Per paura, forse, di esser portato chi sa dove in corpo ed anima. Oh, si corre pericolo in Beni-Mora, signora, si corre pericolo! Quest'aria frizzante  piena d'influssi di spirito del deserto.
Egli la guardava in un modo ch'ella non poteva capire, ma che le ricord il venditore di profumi nella sua piccola stanza buia, e la improvvisa sensazione provata che il mistero strisciasse come un serpente nero nel fulgido cuore dell'oriente.
Ed ora, signora, quale sentiero prenderemo? Questo conduce al mio salotto; quello a destra al bagno moresco.
E quest'altro?
Va diritto al muro che guarda il Sahara.
Se non vi rincresce, prendiamo questo.
Gli spiriti del deserto vi chiamano? Ma voi siete savia. Ci che rende notevole questo giardino, non  la disposizione, il numero, la variet dei suoi alberi, ma il fatto di trovarsi al contatto col Sahara, proprio come i pensieri di verit di un uomo sono a contatto col Vero!
Accentu la sua frase con un'espressione ironica, e la sua voce aspra son un po' chioccia.
Io non credo che siano cos diversi fra loro come il giardino e il deserto.
Ella lo guard col suo sguardo diritto.
Vi sarebbe troppa sconcordanza.
Ma in nulla v' sconcordanza.
Avete scoperto questo nel vostro giardino?
Ah, a voi questo  nuovo, signora!
Per la prima volta vi fu un suono di lieve amarezza nella voce di lui.
Spesso si scuoprono le cose pi tristi nelle pi liete.... egli soggiunse. Di qui cominciate a vedere il deserto.
In lontananza, allo sbocco del vialetto dove passeggiavano, e dove i rami formavano volta, apparve una sfolgorante chiarezza di ardente luce solare, tremolante.
Io non vedo che il sole, disse Domina.
Io conosco cos bene ci che il sole nasconde, che mi par di vedere anche adesso il deserto. Ognuno ama la propria benevola, assidua menzogna, non  vero?
Volete alludere alla immaginazione? Ma io non credo che sia una menzogna.
Chi lo sa? Potreste aver ragione.
La guard benignamente coi suoi occhi brillanti; non sembrava che badasse alla piega intima presa dal loro conversare, estranei com'erano fra loro, tanto ch'egli non sapeva nemmeno il nome di lei. Domina si mise a un tratto a fantasticare quanti anni egli potesse avere; quello sguardo lo aveva fatto parer pi attempato di quel che non le fosse sembrato prima: nei suoi occhi era l'espressione che talvolta si vede in chi guarda una bambina che bacia con affettuoso impeto una bambola di cencio. Sembrava che dicessero: "Baciate la vostra bambola; tenete lontani da voi gli anni in cui dovrete sapere che le bambole non ricambieranno mai un bacio."
Ora incomincio a vedere il deserto, disse Domina dopo aver camminato un momento in silenzio. Che maraviglia!
S, veramente: l'opera pi prodigiosa della natura; e vi parr ancor pi sorprendente quando immaginerete di averlo ben compreso.
Immaginer?
Io non credo che alcuno possa davvero conoscer bene il deserto;  la cosa che sempre richiama e non si lascia mai avvicinare.
Ma allora verr la voglia di odiarlo!
Questo non lo credo; anche la verit agisce a quel modo, lo sapete: eppure gli uomini tentano sempre di avvicinarvisi.
Ma talvolta riescono.
Credete? Non per se vivono nei giardini.
Rise per la prima volta da quando erano insieme, e tutto il suo volto si copr di un intrico di mobili grinzoline.
Non si dovrebbe mai vivere in un giardino, signora.
Cercher di attenermi alla vostra parola, ma l'impresa sar difficile.
Davvero? Forse ancor pi difficile quando conoscerete la verit che  nascosta nei miei pensieri.
Mentre parlavano, uscirono fuori del vialetto pieno d'ombra, e furono aggrappati dalle fiere mani del sole. Sull'ora di mezzogiorno, il fulgore era addirittura accecante. Domina schiuse in fretta l'ombrellino, come abbarbagliata, e si ferm.
Ma che cosa tremenda! esclam.
Il conte Anteoni rise di nuovo, e si cal sugli occhi la tesa del cappello bigio: la mano con cui lo fece era abbronzata quasi come quella di un arabo.
V'impaurisce?
No, no, ma mi abbarbaglia: veramente in Europa noi non conosciamo il sole.
No, nemmeno nel mezzogiorno dell'Italia, nemmeno in Sicilia; in estate l  fiero, ma sembra piuttosto lontano: qui insiste nella pi intensa intimit; se poteste sopportarlo, potremmo sederci un momento qui.
Volentieri.
Lungo tutta la siepe del giardino, dalla villa al confine del possesso Anteoni, correva un alto muro diritto fatto di mattoni di terra induriti dal sole, e con l'arricciatura di legno di palma dipinto di bianco; quel muro aveva circa otto piedi di altezza dalla parte prossima al deserto, ma il giardino era cos elevato, che la parte interna veniva ad essere semplicemente un basso parapetto ricorrente lungo il sentiero di sabbia. In quel parapetto erano tagliati piccoli sedili, come sogliono farsi nei vani delle finestre, per potervisi riposare e guardare in pieno il deserto come da una piccola rupe. Domina vi si mise a sedere, e il conte rimase ritto accanto a lei, posando un piede sul muro e appoggiando il braccio destro sul ginocchio.
Questo  il mondo a cui guardo come mio rifugio, disse. Un mondo vasto, non  vero?
Domina assent senza parlare.
Immediatamente sotto a loro, nella stretta ombra del muro, v'era un sentiero di terra e pietre che andava a svoltare a destra, alla fine del giardino, nell'oasi; al di l si stendeva il vasto letto del fiume; poi un caos di macigni roventi, limitato da monticelli scoscesi di terra, di tanto in tanto intersecati di gore d'acqua luccicante. Quei monticelli erano gialli; al loro piede si stendeva il deserto, come l'Eternit si stende dal limitare del Tempo. Soltanto a sinistra l'incommensurabile estensione era interrotta da un lungo sprone di montagne che si spingevano audacemente fino a una certa distanza, indi si fermavano recisamente, vinte e avvilite dalle sconfinate distese. Sotto le montagne v'erano ondulazioni basse, convesse, color cannella, una pi piccola dell'altra, sino a che non si livellavano col suolo. Le vette delle pi lontane montagne che si ritraevano come impaurite del deserto, erano cupe e con una velatura purpurea; in quell'ora avevano i fianchi grigi come il ferro, striati nelle cavit di un lieve color violaceo e rosato che diveniva carnicino al tramonto.
Domina le guard appena. Fino a quel momento le era sempre parso di amar le montagne; ora il deserto le rendeva per lei insignificanti, quasi meschine, ed ella riport lo sguardo verso le piane distese: vi vedeva la maest, il mistero, la possanza, e tutte le cose profonde e significative. Nel mezzo del letto del fiume, e proprio l presso, si ergeva una torre bianca e tozza con una cupoletta; oltre a quella, sulla piccola rupe vi era un folto di palme dove una minuscola oasi riparava alcune capanne d'indigeni; e a immensa distanza, di tanto in tanto apparivano altre oasi come certi punti bruni appariscono sul mare dove sono scogli nascosti; e ancor pi lontano, da tutte le parti, il deserto sembrava lievemente incavarsi, come una coppa poco profonda color vino, all'azzurra linea caliginosa dell'orizzonte, che somigliava un mare tropicale appena visibile e misterioso, cos lontano, che il suo affannoso mormorio andava perdendosi nell'abbraccio del pervadente silenzio.
Nel sentiero sottostante al muro un arabo, seguto da un cane bianco con le labbra riarse, pass canticchiando con voce sommessa, contenuta; egli prosegu e svolt verso l'oasi, sempre cantando, mentre camminava lentamente.
Lo sapete che cosa canta? domand il conte Anteoni.
Domina scosse il capo; ella tendeva l'orecchio per udir pi che potesse la melodia.
 un canto del deserto dei liberi negri di Tuggurt: "Solo il Creatore ed io, conosciamo il cuor mio."
Domina abbass l'ombrellino per nascondervi il volto; ella poteva ancora udire in lontananza il canto, ma ora era per vanire.
Oh, che cosa mai mi accadr quaggi? ella pens.
Ora il conte Anteoni aveva distolto lo sguardo da lei e lo spingeva nel deserto. Uno strano impulso mosse Domina, che non pot resistergli: ella pos l'ombrellino esponendosi al sole accecante, s'inginocchi sulla rena scottante, pos le braccia sul parapetto bianco, appoggi il mento nelle palme delle mani e affiss lo sguardo nel deserto, quasi fieramente:
"Solo il Creatore ed io, conosciamo il cuor mio," ella pens. "Ma questo non  vero, non  vero; perch il mio cuore io non lo conosco."
L'ultima eco del canto dell'arabo svan nell'aria; ma ora era diverso; mentre quell'uomo svoltava nell'ombra delle palme, egli cantava: "Iddio, soltanto Iddio, conosce il cuore mio." S, s, cantava a questo modo.... "Iddio, soltanto Iddio...."
Il conte Anteoni riabbass lo sguardo su lei, ma Domina non se ne accorse, ed egli le tenne gli occhi addosso per un momento; poi li volse di nuovo al deserto.
A poco a poco, nel contemplare, Domina cominci ad accorgersi di molte cose indicatrici di vita nella paurosa estensione che sul principio le era sembrata spoglia di tutto fuorch di sole e di mistero. Ella vide tende basse, sparse; lontane colonne di fumo che si alzava; vide un uccello librarsi nell'azzurro e sparire verso le montagne; fra i monticelli di terra coronati di erba polverosa e di nani cespugli di tamarisco, comparvero alcune ombre nere, ed ella le vide muoversi, lentamente, come oggetti in un sogno, verso l'oro fulgido: erano cammelli al pascolo, guardati da nomadi ch'ella non poteva scorgere.
Da principio ella esplor persistentemente le distanze, spinta dall'impeto di tutta la sua tempra ai pi remoti punti in cui potessero arrivare i suoi occhi; indi ritrasse gradatamente lo sguardo, con riluttanza, dalle nascoste terre circostanti ai cui limiti ella era giunta con difficolt, e guard, dapprima con un po' d'apprensione, le regioni pi prossime; ma la sua apprensione spar quando si avvide che il deserto trasmuta quel che  vicino come quel che  lontano, infonde anche a ci che  quasi a portata di mano, maraviglia, belt, e il pi profondo, il pi strano significato.
Proprio l presso, nel letto del fiume, ella vide un arabo cavalcare verso il deserto su un focoso cavallo nero; esso sal per un ripido tratto e giunse alla piana terra in cima alla balza; allora mise il cavallo al galoppo alzando la mano che teneva la briglia e premendo coi calcagni il fianco dell'animale; e ognuno dei suoi movimenti, ognuno dei movimenti del suo cavallo, era pieno di attrazione e teneva come in una morsa l'attenzione dell'osservatore, quasi i destini dei mondi dipendessero dall'andatura dell'arabo e dal tempo che impiegherebbe a giungere alla sua meta. Una fila di cammelli carichi di otri di legno fu incontrata da lui per via, e quell'incontro casuale sembr a Domina grave di quasi terribili possibilit. Perch? Ella non se lo domand. Di nuovo spinse pi oltre lo sguardo, alle nere forme che si movevano blandamente fra i monticelli, alle spire di fumo che si alzavano nell'aria scintillante. Chi badava a quei cammelli? Chi alimentava quei fuochi lontani? Chi vi vegliava accanto? Le pareva di un'importanza vitale ch'ella dovesse saperlo.
Il conte Anteoni tir fuori l'orologio e lo guard.
Guardo per vedere se si avvicina l'ora della preghiera, disse. Quando sono in Beni-Mora, di solito a quell'ora vengo sempre qui.
Voi vi volgete al deserto, come il fedele si volge alla Mecca?
S; mi piace di veder pregare gli uomini nel deserto.
Parlava con disinvoltura, ma Domina sent a un tratto che in lui v'erano profondit d'immaginazione, di tenerezza, forse anche di misticismo.
Un ateo nel deserto non  cosa immaginabile, egli soggiunse. Nelle cattedrali possono anche esistere, e magari sentirsi in casa loro: ho visto certe cattedrali in cui anche a me pareva d'esser di quelli; ma.... Quanti esseri umani scorgete adesso nel deserto, signora?
Ne scorgo cinque, rispose Domina.
Ah, non siete avvezza al deserto!
Ve ne sono di pi?
Io ne scorgo una dozzina. Quali sono i vostri?
Gli uomini coi cammelli e gli uomini sotto la torre.
Ve ne son quattro che giuocano a dama all'ombra della balza di faccia a noi. Ve n' uno addormentato sotto un masso rosso, dove il sentiero ascende nel deserto; e altri due son proprio al limitare della piccola oasi.... Filiash, com' chiamata: uno  fermo sotto una palma, e l'altro cammina in su e in gi.
Avete una vista acutissima.
I miei occhi sono addestrati al deserto; ma forse vi sar un'altra ventina di arabi che io non vedo.
Oh, adesso li vedo anch'io, quelli al limitare dell'oasi! Ce n' uno che si muove in modo proprio bizzarro! Traballa come un marinaro sul cassero d'una nave.
S,  strano. Ed  nella piena spira del sole; ma quell'uomo non pu essere un arabo.
Tolse dalla tasca della sottoveste un fischietto d'argento, se lo port alle labbra e ne trasse un lungo suono. Dopo un momento comparve Smain correndo leggermente sulla sabbia; il conte Anteoni gli disse qualche cosa in arabo; egli disparve, e ritorn quasi subito con un paio di canocchiali da campo; mentre tornava via, Domina guardava silenziosamente le due figure che sembravano due fantocci sulla balza: una stava assolutamente ferma, come sogliono stare gli arabi, sotto un gran palmizio isolato: l'altra, a breve distanza dalla prima e in pieno sole, andava avanti e indietro, sempre misurando lo stesso spazio del deserto, e svoltando e risvoltando a due dati punti che mai variavano: camminava, insomma, come chi fosse confinato fra quattro mura, invece di avere intorno lo spazio infinito. L'effetto fu assai sgradito a Domina: tutte le cose nel deserto, come gi ella aveva osservato, divenivano quasi terribilmente significative, e quell'attivit singolare le parve piena di qualche straordinario e anche orribile significato: ella la contemplava sforzando lo sguardo.
Il conte Anteoni prese da Smain il binocolo e guard con quello, adattandolo esattamente alla propria vista.
Ecco, disse. Avevo ragione: quell'uomo non  un arabo.
Si scost il binocolo e guard Domina.
Voi non siete la sola forestiera, qui, signora.
Guard di nuovo col binocolo.
Lo sapevo, disse lei.
Davvero?
V' un forestiero al mio albergo.
Allora sar lui; mi fa pensare a una tigre tenuta in gabbia per tanto tempo, e che, quando  libera, crede di avere ancora intorno a s le sbarre. Com' quell'uomo?
Anche parlando, egli continuava ad adoprare il binocolo: e poich Domina non dava risposta, egli se lo tolse dagli occhi e la guard interrogando.
Cerco di pensare come sia, ella disse lentamente. Ma sento che non saprei dirlo: non mi pareva veramente un uomo comune.
Vorreste vedere se potete riconoscerlo? Queste lenti son proprio maravigliose.
Domina prese il binocolo, col suo solito impeto.
Accomodatele alla vostra vista.
Sulle prime non le riusc di vedere che un gran fulgore giallo; ma girando la vite a poco a poco, il deserto le apparve sorprendentemente distinto. I macigni del letto del fiume erano enormi; ella poteva vedere i colori di cui eran venati, una lucertola che correva su uno di essi e spariva in un largo crepaccio; poi la bianca torre e gli arabi che vi stavano sotto: uno era un vecchio che sbadigliava; l'altro un ragazzo che si stropicciava la punta del naso bruno, ed ella pot veder perfino le macchie di enna sulle sue unghie. Ella alz il binocolo lentamente e con precauzione: la torre sfugg. Ella lo punt verso la piccola altura, le brune capanne e i palmizi, li guard tutti ad uno ad uno, e giunse all'ultimo, che era separato dagli altri. Sotto a quello stava un alto arabo con una veste bianca che pareva una camicia da notte.
Pare che abbia un occhio solo, esclam Domina.
L'uomo che  al palmizio, s.
Ella distolse lentamente lo sguardo da lui, pur mantenendo il binocolo alla stessa altezza.
Ah! disse poi in un respiro represso.
Mentre ella parlava, l'acuto grido nasale di una voce lontana le colp l'orecchio, prolungando una strana chiamata.
Il muezzino, disse il conte Anteoni.
E ripet a voce bassa le parole dell'angelo al profeta: "O tu che sei coperto, sorgi.... e magnifica il Signore; e purifica i tuoi vestimenti e allontanati dalla impurit."
La invocazione van e fu rinnovata tre volte; il vecchio e il ragazzo sotto la torre volsero il viso alla Mecca, caddero genuflessi e piegarono il capo sulle pietre roventi; l'alto arabo sotto la palma si prostr di scatto. Domina teneva il binocolo agli occhi; attraverso quelle lenti, come in una specie di amplificata visione, vedeva l'uomo col quale aveva viaggiato in treno; egli seguit ad andare avanti e indietro sulla terra infocata, fino a che la quarta chiamata del muezzino non van. Allora, mentre si avvicinava al palmizio isolato e vedeva l'arabo che v'era sotto cadere a terra e piegare il suo lungo corpo alla preghiera, quell'uomo sost e si pose fermo come in contemplazione. Le lenti erano cos forti da permettere di veder l'espressione dei volti anche a distanza: l'espressione del volto del forestiero era, o pareva almeno, sulle prime di profonda attenzione; ma questa cambi a un tratto nel vedere la figura prostrata, e fu seguita da uno sguardo d'inquietudine, indi di fiero disgusto, poi, sicuramente, di paura e di orrore. Egli volse subito la persona come se qualcuno lo tirasse, e si scost prontamente sul crine della piccola altura camminando a passi lunghi e sempre pi affrettati tanto che il suo allontanamento divenne una fuga; poi scomparve dietro una ondulazione del terreno dove il sentiero declinava fino al letto del fiume.
Domina pos il binocolo sul muro e guard il conte Anteoni.
Voi dite che non si pu immaginare un ateo nel deserto?
Non  forse vero?
Un ateo detesta, odia la preghiera?
Chi lo sa? Il diavolo indietreggi dinanzi alla croce alzata.
Perch sapeva quel che simbolizzava di vero.
Se fosse stato altrimenti, avrebbe sghignazzato, non se la sarebbe svignata; ma perch mi fate questa domanda, signora?
Ho veduto in questo momento un uomo fuggire alla vista della preghiera.
Il vostro compagno di viaggio?
S. Che cosa orribile!
Ella gli restitu il binocolo.
Queste lenti rivelano ci che dovrebb'essere nascosto, ella disse.
Il conte Anteoni prese pacatamente il binocolo dalle mani di lei, e nel farlo la guard attentamente; ma ella non comprese l'espressione dei suoi occhi.
Il deserto  pieno di verit: volete dir questo? egli domand.
Domina non diede risposta. Il conte Anteoni stese la mano alla sfolgorante distesa che avevano dinanzi.
L'uomo che ha paura della preghiera, disse,  insano se mette piede al di l dei palmizi.
Perch insano?
Il conte Anteoni rispose molto gravemente:
Gli arabi hanno un dettato: "Il deserto  il giardino di Allah."
Domina quella mattina non ascese la torre del palazzo. Aveva veduto abbastanza, per il momento, e non desiderava di guastare le sue impressioni con l'aggiungervene altre. Per cui se ne ritorn all'Albergo del Deserto con Batouch.
Il conte Anteoni l'aveva salutata alla porta del giardino, invitandola a farvi ritorno quando voleva e passarvi quante ore le piaceva.
Vi prender in parola, ella disse con franchezza. Sento che posso farlo.
Mentre si stringevano la mano ella gli diede il proprio biglietto da visita; ed egli tir fuori il suo.
A proposito: disse, il grande albergo presso cui siete passata  mio. Io lo costruii per impedire che ne venisse fabbricato uno pi brutto, e per darlo poi in affitto. Vi potrebbe far piacere di salir sulla torre; la vista del tramonto  impareggiabile. Ora l'albergo  chiuso, ma il custode vi far veder tutto, presentandogli il mio biglietto.
Tracci col lapis qualche parola in arabo dietro il cartoncino, da destra a sinistra.
Scrivete anche l'arabo? disse Domina, guardando con attenzione formarsi le graziose curve.
Oh, s! Io sono pi che per met affricano, bench mio padre fosse siciliano e mia madre romana.
Egli le diede il biglietto, si tolse il cappello, e s'inchin. Quando l'alta porta bianca fu piano piano richiusa da Smain, parve a Domina di essere una nuova Eva espulsa dal paradiso, senza un Adamo per compagno di esilio.
Ebbene, signora, disse Batouch, vi ho detto la verit?
S; nessun giardino europeo pu esser bello come questo. Ora voglio andarmene direttamente a casa.
Sorrise di se stessa nel dir l'ultima parola.
Fuori dell'albergo trovarono Ad che sembrava inferocito; egli scambi alcune parole con Batouch, accompagnandole con gesti violenti: quando ebbe finito di parlare sput in terra.
Ma che cos'ha? domand Domina.
Quel signore che alberga qui oggi non ha voluto portarlo con s:  andato solo nel deserto. Ad desidera che i nomadi lo sgozzino e che la sua carne sia mangiata dagli sciacalli. Ad  sicuro che quello  un omaccio e far una cattiva fine.
Per la ragione che non vuol tutti i giorni la guida? Ma nemmen io la vorr.
La signora  ben diversa: io darei la mia vita per la signora.
Non ve n' bisogno; piuttosto, stasera andate a cercarmi un cavallo; non voglio che sia quieto, ma piuttosto focoso, come farebbe piacere di cavalcare a uno spah.
Gli spiriti del deserto parlavano al suo corpo come alla sua anima; un'audacia fisica la stimolava, e non le pareva vero di darle sfogo.
La signora  come il leone: non ha paura di nulla.
Voi parlate a caso, Batouch; stasera non venite a prendermi, ma domattina conducetemi qui il cavallo, se potrete trovarlo.
Stasera stessa io....
No, Batouch: ho detto domattina.
Ella parlava con una fermezza inflessibile che lo fece tacere; indi gli diede dieci franchi ed entr nella scura casa ben difesa contro l'ardente meriggio: intendeva di riposare dopo colazione, e verso sera andare al vasto albergo e salir sola in cima alla torre.
Era mezzogiorno e mezzo, e un lieve tintinnio di forchette e coltelli dalla sala da pranzo le disse che la colazione era pronta. Ella sal in camera sua, si lav il viso e le mani con acqua fresca, rimase ferma mentre Susanna le spolverava addosso il vestito, indi scese nella sala comune. L'aria fine le aveva messo appetito.
La sala da pranzo, ampia e ombrosa, era piena di piccole tavole, delle quali tre sole erano occupate: una, da quattro ufficiali francesi; un'altra da un omiciattolo grasso, sudato, di mezza et, probabilmente un commesso viaggiatore, che aveva due occhi di rospo malinconico e mangiava delle olive con ansiosa rapidit, asciugandosi continuamente la fronte con un sudicio fazzoletto bianco; la terza, dal prete con cui Domina aveva parlato in chiesa, il quale, col tovagliuolo fermato sotto la barba, teneva il capo chino sulla scodella della minestra.
Un giovane cameriere arabo, col viso fine, stanco, in lucide babbucce gialle, stava vicino all'uscio. Quando Domina entr, egli le fece strada alla sua tavolina, strisciando lievemente sul lustro pavimento di legno; il prete sollev gli occhi, si alz e la salut; gli ufficiali francesi erano troppo galanti per cercar di nascondere la viva attenzione con cui la guardavano; soltanto l'omiciattolo grasso parve non badarvi affatto, e seguit a spugnarsi la fronte, a infilar destramente le olive con la forchetta, senza perdere il suo aspetto di rospo malinconico impigliato dal destino nelle speculazioni commerciali.
La tavola di Domina si trovava presso una finestra su cui erano calati stoini veneziani, ed era a parecchia distanza dagli altri ospiti, che non alloggiavano in quell'albergo, ma vi andavano giornalmente a mensa; accanto alla sua, ella vide un'altra tavola apparecchiata per una persona e messa in modo che chi vi fosse seduto le rimarrebbe esattamente di fronte. Ella fantastic se l'avessero preparata per l'uomo da lei prima osservato attraverso il binocolo da campo del conte Anteoni, per l'uomo che aveva fuggito la preghiera nel "Giardino di Allah". Mentre ella dava una guardata alla seggiola vuota che stava dinanzi alle posate e alla tovaglia bianca, rimase incerta se desiderasse o no di vederla occupata dal forestiero; sentiva nella sua presenza in Beni-Mora un elemento conturbatore: questo lo sapeva, e sapeva altres che era venuta l per trovar pace, grande pace, e un luogo remoto in cui poter finalmente crescere, devolversi, francarsi dalla costrizione dei ceppi, venire a patti con se medesima, considerar bene il cuore e l'anima sua, e a cos dire guardarli ambedue negli occhi e conoscerli per quel che fossero, buoni o cattivi. Dinanzi a quell'uomo che le era addirittura estraneo, v'era qualche cosa che la distraeva spiacevolmente, ch'ella non poteva ignorare e non ignorava, qualche cosa che sollevava in lei un antagonismo e al tempo stesso cattivava la sua attenzione. Se n'era gi accorta in treno, se n'era gi accorta nel vialetto ombroso, e di nuovo nel giardino del conte Anteoni.
Quell'uomo s'insinuava, di certo inconsciamente, e magari contro sua volont, nella sua vista, nei suoi pensieri, tutte le volte che ella era sul punto di abbandonarsi a ci che il conte Anteoni chiamava "gli spiriti del deserto". Cos era accaduto quando il treno usciva dalla galleria per correre nel paese azzurro; ed anche quando, appoggiata sul muro bianco, ella spingeva lo sguardo sulla fulgida placidit del sole. Egli era l come un nemico, come qualche cosa di risoluto, di egoistico, che le dicesse: "Voi volete guardare la grandezza del deserto, l'immensit, l'infinito, Dio! Guardate me." Ed ella non poteva volgere gli occhi altrove. Tutte le volte quell'uomo aveva, come senza sforzo, vinto la sua grande energia combattiva, fermato i suoi pensieri su lui, posto in moto la sua immaginazione sulla vita di lui, fatto perfino battere il suo cuore pi rapidamente con qualche palpito.... di che? Di piet? Di lieve orrore? Ella sapeva di non poter dare con sincerit il nome di ripugnanza a quel sentimento. La intensit, la vitalit della forza racchiuse in un essere umano, quasi la irritavano in quel momento, mentre ella guardava la seggiola vuota e capiva tutto quel che aveva suscitato a un tratto. V'era nella umanit qualche cosa d'insolente non meno che di divino, e proprio allora ella sentiva l'insolenza pi della divinit. Pi grande cos da atterrire, pi sopraffacente dell'uomo, il deserto era pur anche qualche cosa meno dell'uomo, pi debole, pi indeterminato: altrimenti, come avrebbe ella potuto essere afferrata, agitata, spinta alla curiosit, al sospetto, quasi a una specie di terrore, tutto a scapito del deserto, dalla lontana figura ch'ella guardava muoversi attraverso il binocolo?
S, nel guardar la tavolina e nel pensare a tutto questo, Domina cominci a sentirsi irritata. Ma era capace di resistenza, fosse pur mentale o fisica; ed ora risolutamente ella espulse dalla sua mente l'estraneo competitore, e dedic i suoi pensieri al prete, di cui vedeva lo stretto dorso in fondo alla stanza. Mentre ella mangiava il pesce, mistero dei mari di Robertville, si raffigur la quieta esistenza del sacerdote in quel luogo remoto in cui le giornate piene di sole si seguivano, una di certo cos simile all'altra che la vita doveva divenire una specie di sogno attraverso il quale risonasse melodicamente la voce della campana della chiesa, e l'incenso che s'inalzava dinanzi all'altare spandesse un aromatico profumo. Come doveva essere difatti strano vivere in Beni-Mora, avervi il proprio lavoro, la propria casa, e conoscenti, e amici, e doveri, fors'anche la breve porzione di terra che dovrebbe racchiudere finalmente il proprio corpo! Doveva essere una cosa strana e monotona, e tuttavia piuttosto dolce, tranquilla.
Gli ufficiali sollevarono il capo di sul piatto, l'uomo grasso si riscosse, il prete alz quietamente lo sguardo di sul tovagliuolo, e il cameriere arabo si fece innanzi con attenta premura: perch la porta girante della sala da pranzo in quel momento fu spinta e si apr, e il viaggiatore, cos Domina lo chiamava nei suoi pensieri, entr e sost, girando con esitazione lo sguardo da una tavola all'altra.
Domina non alz gli occhi; capiva chi v'era, e li tenne risolutamente sul piatto. Ella ud discorrer l'arabo, poi un forte rumore di grosse scarpe che pesticciavano il pavimento di legno, e lo scricchiolio di una seggiola su cui ricadeva un corpo di certo stanco; il viaggiatore sedeva pesantemente. Ella seguit a mangiare adagio adagio il bel pesce di Robertville, che era qualche cosa fra la trota e l'aringa; quando lo ebbe finito, si mise a guardar la tovaglia, e cerc di ritornar col pensiero alla vita del prete in Beni-Mora, ma non vi riusc: le pareva di esser di nuovo nel giardino del conte Anteoni, di guardare ancora col binocolo, di udire i quattro gridi del muezzino, di vedere le figure che camminavano al sole scottante, l'arabo prostrato in preghiera, colui che lo guatava, la fuga di quell'uomo.... Ed era indignata con se stessa per la sua strana incapacit di governar la propria mente; le pareva una cosa meschina di cui dovesse vergognarsi.
Ella ud il cameriere posare un piatto sulla tavola del viaggiatore, indi il rumore di un liquido mesciuto in un bicchiere: non le riusc di tener pi oltre gli occhi bassi.... E poi, perch avrebbe dovuto farlo? Beni-Mora la rendeva conscia di se stessa, o degli altri, in un modo troppo acuto, insolito in lei; ella non era stata mai cos sensibile; ma ora il cocente sole affricano pareva squagliasse il ghiaccio della sua indifferenza: tutto ella sentiva con un'acutezza quasi molesta; tutti i suoi sensi sembravano affilati: vedeva, udiva, come non aveva mai prima veduto e udito, e a un tratto si ricord della sua quasi violenta preghiera: "Fate ch'io viva, fate ch'io senta!" e cap che quella preghiera avrebbe potuto avere una risposta forse terribile.
Alzando dunque gli occhi con una specie di rigida risolutezza, Domina vide ancora quell'uomo: egli mangiava senza badare ad altro, e le parve che i suoi occhi fossero tenuti abbassati con la conscia fermezza con cui poco prima ella teneva abbassati i suoi. Egli indossava gli stessi panni che aveva in treno, ma ora era cosparso di polvere del deserto. Ella non poteva assolutamente "classificarlo": il viaggiatore non aveva nulla in comune con l'ometto grasso n con gli ufficiali francesi: non le era possibile raffigurarselo tra loro. Il solo altro uomo della stanza, poich il servo era uscito un momento, rimaneva il prete; quello sconosciuto e il prete sarebbero certo antagonisti: non aveva egli svoltato subito per evitare il prete nel vialetto ombroso? Forse era una di quelle persone che detestano accanitamente il sacerdozio, per le quali la tonaca  un anatema, e avrebbe potuto trovarsi bene in compagnia di un uomo come il conte Anteoni, un originale, di certo, ma persona colta e disinvolta, avvezza al mondo. Ella sorrise intimamente a quel semplice pensiero. Chiunque potesse essere quello sconosciuto, egli era uomo di mondo quanto ella stessa una sartina londinese o una velata favorita dell'harem. Non le riusc dunque d'immaginarlo facilmente socievole con nessun genere delle persone ch'ella conosceva; eppure, di certo, come tutti gli uomini, avr avuto anche lui in qualche luogo amici, parenti, forse anche moglie e figliuoli.
Di certo.... Ma come mai ella non poteva crederlo?
L'uomo aveva finito di mangiare il pesce; ora teneva le mani larghe, abbronzate, sulla tavola, di qua e di l del piatto, e affissava su quelle lo sguardo; poi volse il capo e diede un'occhiata di straforo al prete che rimaneva dietro a lui, a destra; indi riport gli occhi sulle proprie mani. E Domina sapeva che in tutto quel tempo egli non aveva pensato che a lei, come ella aveva pensato a lui, e sentiva la violenza del suo pensiero come la violenza di una mano che la sferzasse.
Il cameriere arabo le port stufato di montone coi piselli, ed ella riabbass gli occhi sul piatto.
Quando, dopo colazione, ella lasci la stanza, il prete si alz di nuovo e salut col capo; ella sost un momento per dirgli qualche cosa, e tutti gli ufficiali francesi si misero a guardare con intensa ammirazione l'alto personale diritto e le larghe, atletiche spalle. Domina se ne accorse ma non vi fece caso: se un centinaio di soldati francesi si fossero messi a squadrarla criticamente, ella non se ne sarebbe affatto curata: non era una donna timida, e non si trovava a disagio nel vedersi affissata da molti occhi; per cui ella si ferm e parl un po' col prete del conte Anteoni e del piacere da lei provato nel suo giardino; e nel farlo, nel sentire il suo calmo dominio di se stessa, ella si maravigli in cuor suo dello sbalestramento (cos volle chiamarlo, esagerando a se stessa la sua sensazione insolita) in cui si era trovata pochi minuti prima nell'essere a tavola.
Il prete parl bene del conte Anteoni.
 molto generoso, disse.
Poi tacque, ripieg il tovagliuolo e soggiunse:
Ma veramente, io non sono in intimit con lui, signora. Credo che venga qui in cerca di solitudine: passa giornate e anche settimane chiuso solo solo nel suo giardino....
A pensare, ella disse.
Il prete parve lievemente sorpreso.
Sarebbe parecchio difficile non pensare, mi pare, signora.
S! Ma io credo che il conte Anteoni pensi nello stesso modo in cui un basci-buzuk combatte.
Ella ud lo scricchiolio di una seggiola e si guard dietro: il viaggiatore s'era voltato su una parte. Ella salut subito il prete, s'incammin alla porta girante e usc.
Per tutto il pomeriggio ella ripos; il silenzio era profondo. Beni-Mora godeva la sua siesta nel caldo. Domina si riebbe in quella quiete; la fatica del viaggio se n'era ora andata, ed ella cominciava a sentirsi stranamente al suo posto in quel luogo. Susanna aveva accomodato fotografie, libri, fiori nel salottino, disposto cuscini in qua e in l, gettato graziosi veli sui divani e sulle poltroncine; la stanza aveva un'aria familiare, raccolta: era una stanza in cui si poteva stare senza tedio, e a Domina piaceva la sua semplicit, il suo nudo pavimento di legno e le bianche pareti. Il sole abbelliva ogni cosa l dentro; se non ci fosse stato il sole.... Ma ella non poteva pensare a Beni-Mora senza sole.
Ella and a leggere sulla veranda e a fantasticare, e le ore le passarono in un momento; nessuno venne a disturbarla: non ud passi, non movimenti di gente per la casa; di tanto in tanto un suono di voci saliva incerto fino a lei dai giardini, confondendosi col particolare rumore secco delle foglie di palma che stormivano alla brezza; oppure ella udiva il lontano galoppo di zampe ferrate. La campana della chiesa squillava le ore, e le faceva ricordare la sera precedente, che gi le sembrava in un passato ben remoto: non le pareva quasi possibile di aver vissuto soltanto ventiquattr'ore in Beni-Mora; sentiva in s come un convincimento che vi rimarrebbe a lungo, che metterebbe radice in quel soleggiato luogo di pace. Ora, nel riudir la squilla, ella pensava all'interno della chiesa e al prete con una curiosa specie di contento familiare, come spesso in Inghilterra la gente pensa alla chiesa del villaggio, che  sempre stata avvezza a frequentar per il culto, e ai pastori che vi ufficiano una domenica dopo l'altra. Tuttavia in certi momenti ella si ricordava del suo intimo grido nel giardino del conte Anteoni: "Oh, che cosa mai mi accadr qui?" E allora le si affacci in mente che Beni-Mora era la casa di molte cose oltrech della pace; essa conteneva influssi battaglieri: un momento la sopiva, ed ella era come un fantolino dondolato in una culla; un altro momento la eccitava, ed ella era una donna sull'orlo di misteriose possibilit. Dovevano esservi molte individualit fra gli spiriti del deserto di cui aveva parlato il conte Anteoni: ora ve n'era con lei una, e le sussurrava; ora un'altra. Ella immaginava il lieve tocco delle loro mani sulle sue, per spingerla delicatamente, come spinge un fanciullo che vuol portarvi a vedere un tesoro: e il loro tesoro era di certo ben discosto, nascosto nella lontananza delle sabbie deserte.
Appena il sole cominci a declinare verso l'occidente, ella si mise il cappello, s'infil nel guanto il biglietto datole dal conte Anteoni e s'incammin sola al vasto albergo. Sotto i portici ella incontr Ad, il quale si offr di accompagnarla, e che era di certo pieno dell'idea traditrice di soppiantare il suo amico Batouch; ma ella gli diede un franco e se ne sbarazz; il franco lo consol un poco, tuttavia ella pot vedere che la sua vanit infantile era offesa: v'era un bagliore malizioso, nei suoi occhi a mandorla, mentre le guardava dietro, ma v'era anche genuina ammirazione. L'arabo s'inchina istintivamente dinanzi a ogni spirito dominatore, e un tale spirito in una donna forestiera splende ai suoi occhi come una viva fiamma; anche la forza fisica ha per lui una particolare attrazione. Ad mand all'indietro il capo, alz il mento, e mormor nella sua bruna strozza alcune parole mentre osservava, sinch pot seguirla con l'occhio, l'elastica grazia con cui la forestiera che lo aveva respinto incedeva; e poi non si era mai voltata a guardarlo, e quella era un'acuta freccia che ella aveva nella sua faretra! Sotto il portico Ad cadde in una profonda fantasticheria, e il suo volto divenne subito il volto di una sfinge.
Intanto Domina lo aveva dimenticato; era svoltata a sinistra, gi per una straduccia in cui certi indiani e certi arabi di maggior conto avevano i bazar; uno di questi ultimi, nel vederla passare, usc dall'ombra dei tappeti e dei ricami appesi, e rivolgendosi a lei in uno strano miscuglio di scorretto francese e d'inglese la preg di andare ad esaminar le sue mercanzie.
Ella scosse il capo, ma lo guard tuttavia con attenzione.
Era l'uomo pi allampanato ch'ella avesse mai veduto, e nel muoversi come nello star fermo sembrava quasi che non avesse le ossa. I suoi lineamenti, al tempo stesso minuti e arcigni, gli davano un aspetto altiero; aveva il viso butterato e solcato da una cicatrice che si stendeva dalla gota sinistra alla fronte e andava a finire proprio sopra il sopracciglio sinistro, segno certo di una vecchia ferita di coltello; la espressione dei suoi occhi era di una intelligenza quasi ributtante: mentre l'affissavano, parve a Domina che il suo corpo fosse una scatola di cristallo in cui tutti i suoi pensieri, sentimenti e desiderii si schierassero per esser passati in esame da quell'uomo; nell'aspetto di lui v'era molto che ripugnava, ma anche qualche cosa che imponeva. Egli aveva le dita oltremodo lunghe, e teneva in mano un sacchetto, quando si piant dinanzi a lei e le sbarr la via.
Madama, venite, venite con me. Entrate, entrate! Ho tante cose.... Vi mostrer.... Ho certe cose straordinarie. Guardate! Osservate!
Sciolse la bocca del sacchettino; Domina vi guard dentro aspettandosi di vedervi forse qualche prezioso gioiello; ma non vi vide che una quantit di rena; allora rise, e si mosse per andarsene: credette che l'arabo fosse uno sfacciato che si prendesse giuoco di lei.
No, no, madama, non ridete! Questa sabbia  del deserto; vi sono delle istorie l dentro; e v' anche la istoria di madama. Venite dentro il bazar. Legger io per madama.... che cosa sar di lei.... che cosa le accadr.... Legger io, e poi le dir.... Ecco.... Affiss gli occhi nel sacchetto e il suo viso divenne a un tratto severo e rigido. Gi vedo certe cose nella vita di madama.... Ah, Dio, Dio!
No, no! disse Domina.
Ella aveva esitato, ma ora era risoluta.
Oggi non ho tempo.
L'uomo le diede una scaltra occhiata, indi si rimise a guardar fisso dentro il sacchetto.
Ah, Dio, Dio! ripet. La vita futura.... la vita futura di madama, io la vedo nel sacchetto.
Il suo viso parve torturato. Domina si spinse innanzi. Quando si fu un po' allontanata, si volt indietro: l'uomo era ancora in mezzo di strada e guardava sempre nel sacchetto; la sua voce giunse fino a lei:
Ah, Dio, Dio! La vedo! Vedo la vita di madama.... Ah, Dio!
V'era nella sua voce un accento di cos tremenda sofferenza, che Domina rabbrivid.
Ella pass all'imbocco della via delle danzatrici. Su un angolo v'era un gran Caff Mauro, e l, su tappeti stesi lungo i lati della strada stavano degli arabi, alcuni sorbendo bicchieri di t, altri giocando a domino, altri ancora conversando o tenendo gli occhi placidamente spalancati nel vuoto, come animali immersi in un sogno letargico. Un ragazzo nero correva sostenendo un elaborato vassoio di bronzo, su cui erano alcune tazzine di porcellana piene di denso caff; a mezza strada esso incontr tre donne non velate, vestite di voluminosi abiti bianchi, e con fazzoletti scarlatti, gialli e porporini avvolti intorno ai capelli neri; allora il ragazzo si ferm e le donne presero le tazze con le dita colorite di enna: due giovani arabi si unirono a loro; vi fu una specie di baruffa, e bianche zollette di zucchero volarono per aria: poi segu una babilonia di voci, un torrente di grida piene di barbara allegria.
Risonavano ancora alle orecchie di Domina, quando ella giunse presso la statua del cardinale Lavigerie, rappresentato in un atteggiamento pi militare che sacerdotale, inalzata su un alto piedistallo di marmo, di fronte alla lunga strada che, andando a confondersi con una via debolmente segnata nel deserto, si spingeva fino a Timbuct. La mitra sul capo del porporato vi pareva calcata come un elmo; il pastorale con la sua doppia croce era brandito come se fosse una spada; sopra la croce pi bassa era stesa la figura di un Cristo in agonia; e il Cardinale, spingendo lo sguardo d'aquila fin nei pianori sterminati di sabbia che senza sentieri si stendevano oltre i palmizi, sembrava, anche con la sola imponenza, gridare alle miriadi di orde umane che il profondo seno del Sahara accoglieva nel suo mistero e nel suo silenzio: "Venite alla Chiesa! Venite a me!"
Egli richiamava gli uomini dal deserto. Domina s'immagin la sua voce echeggiante lungo le sabbie fino a che gli adoratori di Allah e del suo Profeta non la udissero come una tromba in Timbuct.
Quando ella giunse al grande albergo, il sole cominciava a tramontare; ella tolse dal guanto il biglietto del conte Anteoni e son il campanello; dopo un pezzo, un bell'uomo dai lineamenti d'arabo ma con la pelle quasi come quella di un negro, apr la porta.
Posso andare sulla torre a vedere il tramonto? ella domand dandogli il biglietto.
L'uomo fece un profondo inchino, la scort per una lunga sala d'ingresso piena di mobilia tutta incappucciata, poi su per una scala e lungo un corridoio fiancheggiato da numerose camere, quindi per una seconda scala, e fuori su un tetto piano col terrazzo, dal quale si ergeva la torre molto al disopra delle case e i palmizi di Beni-Mora, segnale visibile a una mezza giornata di viaggio nel deserto. Una scaletta a chiocciola dentro la torre conduceva alla sommit.
Ander su da me, disse Domina. Vi rester parecchio e preferisco non trattenervi.
Mise del denaro nella mano dell'arabo, il quale sembr contento, ma rimase un momento dubbioso; poi parve ch'egli bandisse la sua esitazione e, con un sorriso, supplichevole, disse qualche cosa ch'ella non pot capire; ma ella assent come se avesse compreso, tanto per sbarazzarsi di lui. Gi dal tetto ella aveva potuto vedere il panorama fantastico, sfolgorante di colorito e d'incanto; ma era impaziente di ascendere ancora pi in alto nel cielo, di abbassar lo sguardo sul mondo come fa l'aquila; per cui si volse risolutamente e sal la buia scaletta a spirale, sino a che non giunse ad una porta; riusc ad aprirla con qualche difficolt, e usc all'aperto ad un'altezza vertiginosa, chiudendosi dietro a fatica la porta con un energico movimento delle sue forti braccia.
La cima della torre era piccola e quadrata, e vi correva intorno un alto parapetto bianco; nel centro sorgevano le pareti esterne e il soffitto della scaletta, e ci impediva a una persona che si trovasse da un lato della torre di vedere chiunque vi fosse all'opposto lato. Fra il parapetto e il muro della scala, v'era appena spazio sufficiente perch vi passassero due persone con difficolt e via via ritirandosi.
Ma a Domina non potevano importare quelle volgari particolarit, come le avrebbe chiamate se le fosse accaduto di pensarvi; appena ella ebbe chiuso la porticina e si fu sentita sola, sola come un'aquila nel cielo, ella mosse al parapetto, vi appoggi sopra le braccia, spinse lo sguardo e si abbandon all'ardore della contemplazione.
Dapprima ella non pot discernere niuna delle innumerevoli minuzie nella gran visione vespertina a lei sottostante e circostante; si sent soltanto conscia di profondit, altezza, spazio, colore, mistero, calma. Ella non misurava, non differenziava: se ne stava soltanto l, appoggiandosi leggermente al niveo lavoro di stucco, e provava qualche cosa non mai prima provato e nemmeno mai immaginato. Poteva appena dirsi vivido; poich in tutto quello che  vivido sembra esservi qualche cosa di piccolo: il punto in cui le maraviglie convergono, l'intensa scintilla a cui molti fuochi hanno prestato alimento, la goccia che contiene la energia mormorante d'innumerevoli fiumi. Era pi che vivido. Era inestinguibilmente fioco, come il palpito della vita che si ode attraverso e al disopra lo sconquasso di generazioni e di secoli che vanno a cadere a precipizio nell'abisso; quel persistente, durevole battito del cuore, indifferente nella sua mistica regolarit, che ignora e trionfa, e mai si fa pi forte n pi lieve, inesorabilmente calmo, inesorabilmente unito, indefettibile, e, di pi, addirittura indifferente agli innumerevoli milioni di tragedie e di morti.
Molti suoni s'inalzarono dalla lontananza sottostante alla torre, ma dapprima Domina non li ud; ella non era conscia di un immenso silenzio vivente, un silenzio che scorreva sotto, intorno e sopra a lei in mute, invisibili onde. Cerchi di riposo e di pace, freddi e limpidi, si slargavano come cerchi d'acqua in uno stagno verso gl'invisibili confini del mondo soddisfatto, confini sperduti nelle ascose regioni oltre il velato, purpureo incanto in cui cielo e deserto s'incontravano. E a lei parve che il suo cervello, incessantemente attivo fin dalla sua nascita, il suo cuore, irrequieto fino allora in un'agitazione di desiderii, l'anima sua, eterno battito di ali ansiose, appassionate, si ripiegassero delicatamente in se stessi come petali di rose quando la notte estiva scende in un giardino.
Non era nemmen conscia di respirare mentre stava l; le parve che il suo seno cessasse di sollevarsi e abbassarsi; lo stesso suo sangue sonnecchiava nelle sue vene come la luce della sera sonnecchiava nell'azzurro.
Ella conobbe la Grande Pausa che sembra scindere in due alcune vite umane, come il Gran Golfo divideva colui che giace nel seno di Abramo da colui ch'era ammantato del velo di fuoco.
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LIBRO SECONDO.
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LA VOCE ORANTE.
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Capitolo 1.
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La musica delle cose sottostanti sal blandamente a Domina attraverso gli eterei spazi, senza penetrare il suo assopimento; ma a un tratto ella sussult con un senso di pena cos acuta da averne scossa tutta la persona e palpitanti le tempie. Ella alz rapidamente le braccia dal parapetto e volt il capo: aveva udito un piccolo rumore aspro che sembrava essere vicino a lei, chiuso con lei in quell'altezza, nello stretto spazio della torre; per quanto lieve, e breve, poich ora ella non lo udiva gi pi, esso l'aveva in un attimo strappata al Cielo, come se fosse stato un angelo con la spada fiammeggiante. Domina ebbe la certezza che doveva esservi qualche cosa di vivo insieme con lei sulla sommit della torre, qualche cosa che con un improvviso movimento aveva cagionato il piccolo rumore da lei udito. Che cos'era mai? Quando ella volse il capo non pot vedere che il muro esterno della scala, una parte dello stretto spazio bianco che la circondava, un angolo del parapetto, e aria azzurra.
Ella ascolt, rattenendo il respiro, e con tutt'e due le mani aggrappate al parapetto che il sole aveva riscaldato. Ora, riportata alla realt, ella poteva lievemente udire i suoni che salivano da Beni-Mora; ma a lei quei suoni non importavano; anzi ella desiderava di scacciarli dalle sue orecchie; ci che le importava, era di sapere che cosa vi fosse insieme con lei, lass nel cielo. Forse un uccello aveva svolazzato sul parapetto, facendola sussultare, sbezzicandolo? Poteva un topo essersi rintanato nel muro? O v'era l un essere umano, a lei nascosto dalla muratura?
Quell'ultima supposizione per un momento la disturb in modo quasi assurdo; ella avrebbe bramato di andar subito fino all'altro lato della torre; ma qualche cosa di pi forte della sua bramosia, un'imperiosa timidezza, la tenne immobile. Ella era stata portata a tal distanza dal mondo, che si sent incapace di affrontare lo scrutinio di qualsiasi creatura legata al mondo. Essendo stata nella trasparente regione dell'incanto, le sembrava che il suo segreto, il gran segreto dell'assolutamente vero, la nuda personalit nascosta in ogni essere umano, le fiammeggiassero negli occhi come una torcia portata a processione, proprio per quel momento: passato quel momento, ella potrebbe guardare in faccia chiunque senza paura; ma ora no, ancora no.
Mentre stava l, un po' voltata, ella riud il rumore e cap che cosa lo cagionava: un piede aveva strisciato sul pavimento intonacato: v'era dunque qualcun altro a contemplare il deserto. Un'idea le balen in mente: forse era il conte Anteoni; egli sapeva ch'ella sarebbe andata lass, e poteva darsi che avesse pensato di farle di nuovo da cicerone: egli non doveva averla udita salir la scaletta, ed essendo dalla parte opposta della torre, stava di certo a guardare il tramonto, perduto in un sogno come era stata lei.
Domina risolvette, in questo caso, di non disturbarlo. Quando egli avesse fantasticato abbastanza, sarebbe inevitabilmente venuto nel punto dov'era lei per scendere la scaletta; ed ella si farebbe trovar l. Meno turbata adesso, ma in uno stato di spirito molto diverso, si volse, torn ad appoggiarsi al parapetto, e si mise a guardare, questa volta volendo osservare, preparata a notare i particolari che, combinati e velati nella luce vespertina dell'Affrica, formavano l'incanto che l'aveva subito rapita.
Ella abbass lo sguardo sul villaggio, e pot vederne l'estensione, la posizione precisa nel Sahara, in qual relazione stesse esattamente con le catene di montagne, coi boschetti di palmizi e con gli aridi e riarsi segni delle sue vie; dove si concentrasse la sua vita e dove andasse a finire prolungandosi in lembi suburbani, facendo pensare agli strascichi sbrandellati di logori vestiti; dove fosse pigro e frivolo, dove attivo e assiduo. Per la prima volta ella cap che v'erano in Beni-Mora due distinti tenori di vita: la vita delle strade, dei cortili, dei giardini e della piazza del mercato, e sopra ad essa la vita dei tetti; ora ambedue si dispiegavano dinanzi a lei, e quest'ultima, nella sua domestica intimit, attirava la sua attenzione e ve la fermava: sui tetti ella vedeva scherzar dei fanciulli con cagnolini, capre, polli; madri vestite di cenci dai colori vivaci pestar l'orzo per il cuscuss, nettar erbe, pestar caff, far bollir carne, pelar pollastri, curvarsi sopra paiuoli da cui usciva il fumo della minestra; fanciullette sedute in angoli polverosi addipanar la lana su bastoncelli, e fermarsi di tanto in tanto per vociar qualche cosa a lontani membri della cerchia familiare, o odorar fiori che avevano accanto come sollazzo alla loro industria; una vecchia nonna cullava e baciava un fantolino nudo e panciuto; da un ammasso d'immondizie che essa aveva accanto sbuc un grosso topo bigio, attravers ratto ratto lo spazio soleggiato, e scomparve in una fessura; alcuni piccioni, delicati amanti dell'aria, svolazzavano intorno alle attivit domestiche, erravano fra le alte cime dei palmizi, ritornavano e senza timore si posavano sui bruni parapetti di terra, poi vi passeggiavano tutti impettiti facendo il loro perpetuo e caratteristico movimento del capo, un po' d'assenso un po' d'inchino. Alcune ragazze velate camminavano per godere il fresco della sera, tenendo le braccia conserte sotto gli svolazzanti indumenti e ciarlando fra loro con voci che Domina non poteva udire.
Pi prossimi, certi tetti nella via delle danzatrici rivelavano voluttuosi divani su cui dipinte uri si adagiavano in languidi atteggiamenti, o si ergevano sulle ginocchia piegate e incrociate con la rigidit di un idolo; tavolini apparecchiati con tazze da caff, tavolini rotondi attorno a cui si raccoglievano zuavi intenti a giocare a carte, ma sempre pronti a fermarsi per una carezza o un lazzo alle donne accoccolate dietro a loro. Alcuni uomini, vestiti come ragazze, andavano e venivano, servendo le danzatrici di dolci e sigarette, mentre la loro barba fluiva con grottesco effetto sui vestiti di mussolina ricamata e le braccia vellose emergevano dai manicottoli di seta; un ragazzo negro sedeva tenendo fra i ginocchi ignudi un timballo e battendolo con mani agili, e un'ebrea eseguiva la danza del ventre, agitando due fazzoletti di color rosso e porporino, e cantando con una forte e barbara voce di contralto che Domina non poteva udire se non debolmente. I giocatori di carte smisero di giocare e si posero a guardar lei, e Domina a guardar loro. Per la prima volta, e da quella immensa altezza, ella vide quella danza universale dell'oriente: la figurina bambolesca, fantasticamente impiccolita, che agitava le minuscole mani, contorceva il corpo minuto, turbinava come una piccola trottola, s'irrigidiva e si piegava, mentre i soldati, che di lass ella vedeva piccolini come giocattoli tolti da una scatola, si atteggiavano a profonda attenzione, piegandosi sul tavolino delle carte, stendendo le gambe coperte dalle brache sgonfianti.
Domina pens alle reclute, che ora di certo facevano ben altro noviziato; per un momento le parve di vedere i loro visi campagnuoli imbambolati dalla sorpresa, le gote rilassate, i tondi occhi infantili e pur sensuali. Adesso la Madonna della Guardia doveva esser parecchio lontana da loro.
Con quel pensiero ella si affrett a distoglier l'occhio dall'ebrea e dai soldati: ella sentiva un improvviso bisogno di qualche cosa pi prossimamente in relazione col suo intimo; s'irrit con se stessa nell'accorgersi come si fosse momentaneamente fermata su quella scena suggestiva di una licenza che non poteva aver di certo attrazione per lei. Ma quella scena non aveva davvero attrazione? Ella non lo sapeva bene; sapeva bens che aveva acceso in lei una improvvisa e fortissima curiosit, perfino un vago, momentaneo desiderio di esser nata in qualche tenda dell'Uled Nail.... no, questo era impossibile: non aveva provato tal desiderio nemmeno per un momento. Ella guard verso i folti di palme, verso le montagne piene di mutevoli, squisiti colori, verso il deserto; e subito si ripresent il sogno, e le parve che le mani le scivolassero sotto il cuore e lo sollevassero.
Quali profondit e altezze erano in lei, quali profonde, buie vallate, quali vette montuose! E come ella viaggiava in se stessa, con la velocit della luce, con la rapidit del vento! Altro essere umano poteva provare simili terrori?
I colori si facevano dappertutto pi cupi col declinare del giorno. Gli spiriti del deserto erano all'opra. Domina pens di nuovo al conte Anteoni, e risolvette di girare dall'altra parte della torre; mentre si moveva per farlo, ella ud di nuovo lo stropiccio di un piede sull'intonaco del pavimento, poi un passo; di certo ella aveva suscitato in lui una intenzione simile alla sua. Ella prosegu, udendo ancora il passo, svolt all'angolo, e nella forte luce vespertina si trov dinanzi al viaggiatore. I loro corpi quasi si toccarono nello stretto spazio prima che ambedue si fermassero, sussultassero. Per un momento stettero a guardarsi a vicenda, come due persone che gi si fossero parlate, che conoscessero scambievolmente la loro vita, che potessero simpatizzare o non simpatizzare fra loro, desiderare di evitarsi o di avvicinarsi di pi, ma che non si sentivano totalmente estranee, proprio indifferenti l'una all'altra.
Essi s'incontravano nel cielo, quasi come un augello pu sfiorar con l'ala un altro augello; e a Domina, in ogni modo, pareva che la profondit, l'altezza, lo spazio, il colore, il mistero e la calma.... s, perfino la calma, che erano sopra, attorno, e sotto ad essi, fossero stati posti l da mani nascoste quasi a preparare il loro incontro, proprio come il subitaneo spettacolo del giorno precedente, in cui il treno era emerso dal tenebrore della galleria, doveva di certo essere stato creato per cornice al volto ch'ella s'era trovata dinanzi e che la guardava come dal cuore del sole. La pretesa era assurda, irragionevole eppur vitale; ed ella non la combatteva, perch la sentiva troppo potente per esser combattuta dal senso comune. Le pareva altres che anche il forestiero sentisse questo; le sembrava di veder la propria sensazione riflessa nei suoi occhi mentre egli stava fra il parapetto e il muro della scala, sbarrandole, non volendo, il passo. Il momento in cui restarono immobili parve lungo: poi l'uomo si tolse il cappello a cencio, goffamente ma con vera gentilezza, e si ritrasse da una parte contro il parapetto per lasciarla passare. Domina poteva di certo passare strusciandosi a lui, ed ella fece un movimento in quel senso; poi si rattenne e lo guard di nuovo come se aspettasse di sentirsi rivolgere la parola. Egli aveva il cappello ancora in mano, e la brezza del deserto agitava lievemente i suoi corti capelli bruni; senza dire una parola, egli rimase come appiccicato allo stucco del parapetto con una specie di fiera timidit, quasi temesse che la gonna di lei lo sfiorasse nel passare, e cerc di farsi sottile sottile, di raggricchiarsi perch'ella potesse passare liberamente.
Grazie, disse lei in francese.
Ella pass oltre, ma non le fu possibile di non toccarlo; la sua mano sinistra penzolava e la sua destra nuda urt contro il dorso della mano in cui egli teneva il cappello. In quel momento a Domina parve di toccare una fornace, ed ella lo vide lievemente sussultare, come la gente stanchissima sussulta talvolta alla luce. Una straordinaria, quasi materna sensazione di piet scese su lei, senza ch'ella sapesse il perch: l'intenso calore della mano di quell'uomo, il brivido che gli corse la persona, il suo atteggiamento mentre si ritirava con una specie di timida e pur fiera cortesia contro il muro bianco, l'espressione dei suoi occhi quando le loro mani si toccarono, (sguardo ch'ella non poteva analizzare ma che le pareva contenere un misto di ansia e di repulsione, come di un essere che stenda le braccia per invocar soccorso, e nello stesso tempo gridi: "Non vi avvicinate! Lasciatemi a me stesso!") tutto in lui la commoveva. Ella sent di trovarsi dinanzi a un isolamento d'anima quale mai aveva incontrato, a un isolamento che era crudele, che era oppresso dall'ambascia. E appena oltrepassato quell'uomo, e dopo averlo formalmente ringraziato, ella si ferm con la sua solita risolutezza di modi: le era venuto a un tratto in mente di parlargli. Egli stava gi per muoversi e svoltare; ma Domina gli rivolse la parola, in francese.
Non  una maraviglia qui? ella disse, con voce piuttosto alta e acuta per attirar la sua attenzione.
Egli si volt rapidamente, con un po' di riluttanza, tuttavia la guard con ansia, e sembr dubbioso se dovesse o no rispondere.
Dopo un silenzio che, sebbene breve, in tali circostanze parve e fu lungo, egli rispose in francese:
Una vera maraviglia, signora.
Il suono della propria voce parve farlo riscuotere: rimase come se avesse udito un insolito rumore che gli avesse fatto paura, e guard Domina quasi si aspettasse ch'ella condividesse la sua sensazione. Con molta calma e disinvoltura, ella appoggi di nuovo le braccia al parapetto e torn a parlargli.
Sembra che siamo i soli forestieri qui.
Il contegno di quell'uomo divenne un tantino pi calmo; egli parve meno impulsivo, meno frettoloso di andarsene, ma ancora timido, ritroso e affatto scevro di convenzionalismo.
S, signora, non ve ne sono molti qui.
Dopo una pausa, e con accento incerto, egli soggiunse:
Vi chiedo scusa, signora.... d'ieri.
V'era una improvvisa semplicit, quasi come quella di un fanciullo, nel suono della sua voce mentre pronunziava quelle parole. Domina cap subito che egli alludeva all'incidente della stazione di El-Akbara, e che ora cercava di farne ammenda. Il suo modo la commosse stranamente: ella fu per porgergli la mano e dirgli: "Via, via, stringiamoci la mano, e basta!" Ma rispose soltanto:
Fu un caso, lo capisco; non vi pensate pi.
E non lo guard.
Quando si tratta di denaro, gli arabi son molto insistenti, ella continu.
L'uomo pos una delle sue mani brune sulla sponda del parapetto. Domina la guard, e le parve di non aver mai visto il dosso di una mano esprimere tanto carattere, avere un aspetto cos intenso, ardente e malinconico come quella di lui.
S, signora.
Parlava ancora con goffa timidit, quasi ascoltasse la propria favella, come se in qualche strano modo ci fosse per lui un fenomeno. Domina s'immagin ch'egli avesse vissuto in qualche luogo remoto in cui la sua solitudine venisse raramente interrotta, e che fosse stato costretto ad avvezzarsi al silenzio.
Ma sono molto pittoreschi gli arabi; hanno alcun che di simile ad un ordine religioso quando son tutti incappucciati: non vi pare?
Domina vide la mano bruna alzarsi dal parapetto, e ud il piede del suo compagno strisciar sul pavimento della torre; ma questa volta egli non disse nulla. Poich non poteva ora veder la sua mano, ella rivolse di nuovo lo sguardo al panorama della sera, che ogni momento diventava pi intenso, e subito fu conscia di due sentimenti che la riempirono di sorpresa: un senso molto pi forte e pi dolce dell'incanto affricano da lei fino allora sentito, e la certezza che la maggior forza e dolcezza del suo sentimento fossero cagionate dal fatto ch'ella aveva un compagno nella sua contemplazione.
Era una cosa strana: un intenso desiderio di solitudine l'aveva condotta dall'Europa in quel luogo deserto, e un compagno ch'era addirittura un estraneo, dava maggior enfasi al significato, fibra alla bellezza, intensit al mistero di ci che il suo sguardo contemplava. Pareva che il significato della serata affricana fosse a un tratto raddoppiato. Ella pens a chi getta in aria un dado e scuopre un sei, poi ne getta due e scuopre dodici; e rimase silenziosa nella sua sorpresa.
L'uomo se ne stava muto accanto a lei. Col tempo ella pens che durante il silenzio nella torre, qualche essere potente e invisibile fosse misteriosamente giunto, avesse fatto la loro scambievole presentazione e se ne fosse misteriosamente partito.
Si stese la sera sul loro silenzio, e ora il sogno fu pi profondo. Tutto quello che Domina aveva provato nell'avvicinarsi al parapetto, ella lo provava ancor pi stranamente, ed afferrava con visione fisica e mentale non solo l'insieme ma le innumerevoli parti di ci ch'ella stava guardando. Vide con la fantasia allargarsi i cerchi nello stagno della pace, ma vide anche le cose che erano state nascoste nello stagno. La bellezza del buio, la bellezza della luce si davano la mano: l'una e l'altra erano come sorelle per lei. Ella udiva le voci sottostanti che salivano a lei, e di certo anche le voci delle stelle che ora si avvicinavano con la notte, mischiandosi armoniosamente e formando un concento nell'aria. Il cielo splendente e le splendenti montagne erano come suoi compagni, ciascuno partecipe delle commozioni dell'altro; i bagliori nei crepacci delle rocce avevano messaggi per la luna velata, e i palmizi per le nuvolette orlate di fuoco verso l'occaso.
A gran distanza la purpurea caligine del deserto si avanzava a poco a poco come una madre che viene a riparar nelle braccia i propri figli.
L'ebrea danzava ancora sul tetto dinanzi agli zuavi attenti, ma ora v'era qualche cosa di mistico nei suoi tenui movimenti, che non eccitava pi in Domina alcun incerto desiderio non del tutto inerente alla sua indole: v'era qualche cosa di bello in tutto ci che si vedeva da quell'altezza nella maravigliosa luce serale.
Ora, senza rivolgersi al suo compagno, ella disse:
Credete che qualche cosa possa sembrar brutto in Beni-Mora, a quest'ora?
Vi fu di nuovo il silenzio che sembrava caratteristico in quell'uomo prima ch'egli parlasse, come se le parole gli fossero difficili.
Credo di no, signora.
Anche la donna laggi sul tetto sembra graziosa: quella che balla dinanzi ai soldati.
Egli non rispose. Domina lo guard e accenn col dito:
Laggi, vedete?
Ella not ch'egli non seguiva la sua mano e che il suo volto si faceva cupo: teneva gli occhi fissi sugli alberi del giardino delle Gazzelle, presso la statua del cardinale Lavigerie, e rispose:
S, signora.
Il suo contegno le fece pensare ch'egli avesse veduto la danza da vicino e che fosse scandalosa; per un momento si sent inquieta; ma non volendo lasciarlo sotto una falsa impressione, soggiunse con disinvoltura:
Io non ho mai visto le danze dell'Affrica; credo che mi parrebbero assai brutte vedute da vicino; ma da una certa altezza tutto  trasformato.
Questo  vero, signora.
V'era un curioso suono mormorante nella sua voce, che era profonda e probabilmente forte, ma che egli manteneva bassa. A Domina quella voce parve la pi maschia da lei mai udita: pareva piena di vigore, come le mani di lui: eppure non v'era nulla di rozzo n nella voce n nelle mani: tutto in quell'uomo era vitale a tal segno, da esser notevole se non addirittura come non naturale, almeno molto vicino ad esserlo.
Ella lo guard di nuovo: era un uomo vigoroso, ma molto magro. I suoi occhi esperti di donna atletica le dicevano ch'egli era capace di grande e prolungata attivit muscolare; aveva l'ossatura grossa e un largo torace, e doveva esser dotato di forza nervosa oltre che di forza muscolare. La timidit appariva strana in un individuo a quel modo: da che cosa poteva dipendere? Non era quella di una persona vergognosa, la goffaggine di un ragazzone impacciato in compagnia di una signora, ma che pu esser disinvolto e perfino mattacchione fra i compagni: a Domina parve ch'egli dovesse esser timido anche trovandosi con uomini, senza per altro pensare che potesse esser vile, pusillanime; una tal qualit le avrebbe subito fatto provare un certo malessere, ed ella ne avrebbe avuto l'intuito. Egli non si teneva ben eretto sulla persona, ma si piegava un po' e stava a capo basso, come se fosse avvezzo a guardar molto in terra. La idiosincrasia era piuttosto spiacevole, e le dava idea di malinconia, della malinconia di un uomo troppo dedito alla meditazione e impaurito di affrontare la fulgida maraviglia della vita.
Ella si riprese a quell'ultimo pensiero. Ma come? Era lei che pensava con tanta naturalezza che la vita fosse piena di fulgida maraviglia? Era gi cos addirittura trasformata da Beni-Mora? O quel pensiero le era venuto perch ora si trovava accanto a qualcuno i cui dolori erano stati impenetrabilmente pi profondi dei suoi, e che cos le dava, a un tratto, inconsciamente, cognizione che la sua vita non era poi stata addirittura disperata?
Domina torn a guardare il suo compagno: pareva ch'egli avesse deposto il pensiero di andarsene, e le stava tranquillamente accanto, affissando il deserto, col capo lievemente proteso. In una mano egli teneva una mazza piuttosto grossa; si era levato di nuovo il cappello, e il suo contegno pareva ora pi calmo; gi egli sembrava meno impacciato con lei, ed ella ne fu contenta, senza domandarsi perch; ma la intensa bellezza della sera in quella terra e a quell'altezza, le faceva entusiasticamente desiderare che producesse in ciascuno la letizia che produceva in lei. Tale bellezza, con le sue voci, i suoi colori, le sue linee di albero e di foglia, di muro e di balza montana, il suo mistero di forme e di movimenti, di quiete e di fantastica distanza, con la sua atmosfera di lontananze avvicinate, temperate dal viaggiarvi, bella dell'imprevisto, i suoi solenni cambiamenti verso la impenetrabile notte, era una cosa troppo grandiosa e ricca, di troppo delicata e amabile invenzione, per essere adorata egoisticamente. Domina provava la sensazione di poter lietamente sopportare il martirio per esseri umani mai visti, come se il sacrifizio fosse cosa facile se fatto per chi comprendesse una tale bellezza. La fraternit sorse e grid in lei, come di certo cantava nel tramonto, nelle montagne, fra i boschetti di palme e nel deserto. La fiamma sulle colline, i loro profili purpurei, gli alberi piumati, ondeggianti, cupi sotto il rosato splendore dell'occaso, e pi di tutto gl'incommensurabili remoti orizzonti, di momento in momento pi strani e pi eterni, le facevano anelare di render felice quel cupo straniero.
Qui dovrebbe trovarsi la felicit, ella disse semplicemente.
Vide la mano di lui serrarsi intorno al legno della mazza.
Perch? egli disse.
Si volt di repente e la guard con una specie d'ira.
Perch lo supponete? soggiunse, parlando concitatamente, e non pi in modo impacciato e guardingo.
Perch qui c' tanta bellezza e calma.
Calma! disse lui. Qui!
V'era un tal suono di sdegnosa sorpresa nella sua voce, che Domina ne sussult; ella sent che avrebbe dovuto combattere, e aspramente, se non voleva essere schiacciata. Ma quando guard quell'uomo, ella non pot trovar armi; rimase dunque in silenzio, e dopo un momento fu lui che parl di nuovo.
Qui voi trovate la calma, disse lentamente. S, lo vedo.
Abbass di pi il capo e il volto gli s'indur mentre di sulla sponda del parapetto egli guardava il villaggio, il deserto turchino; poi alz gli occhi alle montagne e al cielo chiaro e alla luna velata: ogni elemento nella scena della sera veniva da lui esaminato con fiero, penoso scrutinio, come s'egli fosse risoluto a spremer da ognuno il suo segreto.
Ma gi, s.... egli soggiunse con voce sommessa, sussurrante, piena di atterrita sorpresa, s,  vero, avete ragione.... Vi  calma qui.
Parlava come un uomo che fosse stato convinto a un tratto, senza la possibilit di esser pi oltre incredulo, di qualche cosa ch'egli non avesse mai sospettato, che mai gli fosse passato per la mente; e il convincimento parve essergli amaro, perfino spaventoso.
Ma laggi dev'essere il vero asilo della pace, io credo, disse Domina.
Dove? disse lui prontamente.
Ella addit il mezzogiorno.
Nelle profondit del deserto, rispose Domina. Ben lontano dalla civilt, ben lontano dagli uomini moderni e dalle donne moderne, e da tutte le chiassose fatuit a cui siamo avvezzi.
Egli guard ansiosamente verso il mezzogiorno; in tutto quel che faceva v'era una intensit ardente, come se egli non potesse compiere un gesto comune, o volgere gli occhi su qualsiasi oggetto senza richiamare, nella sua mente o nel suo cuore, una violenza di pensiero o di sentimento.
Voi pensate.... voi credete che vi sia pace laggi lontano nel deserto? disse, mentre il suo volto si rilassava lievemente, come obbedendo a qualche pensiero non interamente triste.
V' da supporlo, ella replic. Ma io credo proprio che debba esservi: di certo la Natura non ha una faccia mendace.
Egli aveva sempre gli occhi fissi verso il mezzogiorno da cui la notte andava lentamente emergendo, viatrice fra la caligine azzurrina: sembrava affascinato dal deserto che si dileguava placidamente, quasi un mistero che si fosse avvicinato alla luce della rivelazione, ma che ora si ritraesse in un sottostante mondo d'incanto. Egli si protese come chi guati a una partenza ch'egli anela di condividere, e Domina cap ch'egli l'aveva dimenticata; cap pure che quell'uomo era ancor pi di lei afferrato dall'influsso del deserto, e ch'egli doveva avere una pi forte immaginazione, una maggiore energia inventiva ch'ella non avesse: dove ella portava un cero egli alzava una torcia fiammeggiante.
Un rullo di tamburi si alz immediatamente di sotto a loro; dal villaggio dei negri emergeva una cenciosa processione di uomini labbruti e di donne che cantavano e sgambettavano ammantate di scialli arancioni e scarlatti, capeggiate da un uomo che ballava avvolto in pelli di sciacallo e adorno di specchietti, teschi di cammello, e catene fatte di denti di animali. Quell'uomo urlava e saltava, roteava gli occhi sporgenti, e metteva fuori la lingua, agitandola: la polvere gli turbinava intorno ai piedi nudi pesticcianti.
Yah-ah-l! Yah-ah-l!
Il coro ululante giunse sotto la torre con un fragore di enormi castagnette e di bastoni battuti ritmicamente insieme.
Yi-yi-yi-yi! proseguivano le stridule voci delle donne.
La nuvola di polvere aument, avvolgendo la parte inferiore della processione, fino a che non emersero da essa, come da una inondazione, soltanto le teste nere e le braccia che si dimenavano. Il rombo dei tamburi dava l'idea del rumore di una cateratta in cui i cantori, disparendo verso il villaggio, sembrava venissero travolti.
L'uomo che stava accanto a Domina si sollev di scatto, e il suo volto apparve di nuovo ritroso e spaurito. Egli si rigir, spinse la porta dietro a s, e si cav il cappello.
Scusatemi, signora, disse. Buona sera!
Vengo anch'io, rispose Domina.
Egli parve inquieto e impacciato; esit, poi, come se spinto a farlo malgrado se stesso, infil la porticina della torre e s'immerse nel buio. Domina aspett un momento, ascoltando il pesante rumore del suo passo sugli scalini di legno. Ella aggrott cos le ciglia, che i suoi folti sopraccigli quasi si ricongiunsero, e gli angoli delle sue labbra si rilassarono; quindi lo segu lentamente.
Quando ella fu sugli scalini, e i passi sotto a lei svanirono, pot raccapezzarsi che per la prima volta in vita sua un uomo l'aveva insultata; allora il viso le avvamp, le labbra le s'inaridirono, ed ella si sent come un bisogno di adoprar la sua forza fisica in un modo punto femminile.
Nell'atrio, tra la mobilia incappucciata, ella incontr il sorridente casiere: allora si ferm.
Quel signore che  andato via ora, vi ha dato il suo biglietto? ella disse bruscamente.
L'arabo atteggi il volto a un'espressione adulatrice, servile.
No, signora; ma  un vero gentiluomo, e io so bene che il signor conte....
Domina gli tagli la parola in bocca.
Di che nazionalit ?
Il signor conte, signora?
No, no.
Il gentiluomo? Io non lo so; ma parla arabo. Oh,  una persona tanto....
Buona sera, disse Domina dandogli un franco.
Quando fu fuori sulla strada dinanzi all'albergo ella vide lo straniero che camminava di passo affrettato in lontananza, dietro alla coda della processione dei negri. La polvere sollevata dalle danze turbinava su lui; parecchi piccoli negri gli saltellavano attorno, di certo con impronte richieste alla sua generosit; ma pareva ch'egli non badasse a loro, e nel guardarlo Domina si ricord della sua ritirata dinanzi all'arabo orante quella stessa mattina nel deserto.
"Ha paura delle donne come ha paura della preghiera?" ella pens, e subito il senso di umiliazione e d'ira la lasci, e fu seguto da una potente curiosit quale ella non aveva mai provata dinanzi a nessuno. Ella sentiva che quella curiosit era sorta in lei quasi fin dal primo momento in cui aveva veduto lo straniero, e che poi era andata sempre aumentando: accresciuta da una circostanza dopo l'altra, s'era poi fatta decisa, concreta. Domina si maravigli di non provar vergogna di un sentimento cos insolito in lei, e certo indegno come una indiscrezione. Di tutta la sua antica indifferenza, quel lato che riguardava la gente era sempre stato il pi risoluto, il pi saldo: senza affettazione, ella era stata una donna assolutamente incurante della vita e dei fatti degli altri, perfino di coloro che ella conosceva meglio e di cui pareva dovesse occuparsi di pi. Ella era stata per indole piuttosto fiacca quanto a socievolezza: le agitazioni, i turbamenti, perfino le passioni degli altri di solito non l'avevano eccitata pi di quel che una lontana vetrina di bambole ecciti una persona che cammini distrattamente per la strada.
In Affrica sembrava che tutto in lei si fosse o violentemente rinnovato, o addirittura cambiato. Ed ella non avrebbe potuto dire perch. Ma quel forte stimolo della curiosit le pareva che sarebbe stato impossibile alla donna ch'ella era soltanto una settimana prima, alla donna che era andata a Marsiglia, intorpidita, ignorante di se stessa, bramosa di cambiamento. Forse, invece di provarne sdegno, ella avrebbe dovuto salutarlo come sintomo della nuova vita a cui anelava.
Quella sera, mentre ella si cambiava il vestito per andare a pranzo, discuteva con se stessa come accogliere il suo vicino di mensa quando lo incontrerebbe nella sala da pranzo: dopo quanto era accaduto, le pareva di dover evitarlo; poi pens che il far cos sarebbe poco dignitoso, e a lui potrebbe far supporre di aver avuto il potere di offenderla. Risolvette dunque di salutarlo col capo quando si trovassero di faccia. Proprio prima di scendere, ella si accorse come era stato veemente il suo interno dibattito, e ne fu sorpresa.
Susanna riponeva qualche cosa in una cassetta stando piegata e con le braccia grassocce stese.
Susanna! disse Domina.
Comandi, signorina!
Quanto tempo  che siete con me?
Tre anni, signorina.
La cameriera chiuse la cassetta e si rigir, fissando i poco profondi occhi azzurrini sulla sua padrona e mettendosi in posa come se aspettasse di esser fotografata.
Vi par proprio ch'io sia oggi la medesima di tre anni fa?
Susanna parve un gatto riscosso da un improvviso rumore.
La medesima, signorina?
S. Vi sembro molto cambiata in tre anni?
Susanna riflett sulla domanda, col capo piegato un po' su una parte.
La signorina  cambiata soltanto da quando  qui, essa replic alla fine.
Qui! disse Domina quasi con impeto. Ma se ci sono da poco pi di ventiquattr'ore!
Eppure questa  la verit; ma qui la signorina pare che abbia un po' di vita, che provi qualche emozione. Mio Dio! La signorina mi perdoner, ma che cos' la donna che non prova emozioni? Un fagotto! Non  vero, signorina?
S; ma che cosa pu commuovere, qui?
Susanna la guard con aria maliziosa.
Chi lo sa, signorina! Oh, Dio! Questo villaggio  uggioso, s, ma  bizzarro. Non c' banda che suoni, non ci sono vetrine dinanzi a cui una ragazza possa fermarsi.... non c' nulla di elegante, fuorch le uniformi degli zuavi; ma non si pu negare che sia bizzarro. Quando la signorina, dianzi, era sulla torre, il signor Helmuth....
Chi  costui?
Il signore che accompagna l'omnibus alla stazione.... Il signor Helmuth  stato tanto gentile di accompagnarmi per il villaggio. Oh, Dio, signorina!... Io ho detto fra me: qui ne possono capitar di tutte!
Di tutte? Che cosa intendete dire?
Ma Susanna non si spieg di pi; soltanto allung un po' il viso, arricci un po' il piccolo mento rotondo, insignificante con la sua fossettina, e ripet:
Chi lo sa, signorina! Questo villaggio  uggioso,  vero, ma bizzarro: non ci si trova tutti i giorni in un posto simile.
Domina rise a quel delfico responso, ma scese pensosamente le scale; conosceva lo spirito pratico di Susanna: fino allora la cameriera non aveva mai dimostrato una grande immaginativa: Beni-Mora incominciava di certo a plasmar la sua indole in forma lievemente diversa; e a Domina parve di vedere un vasaio orientale al lavoro, accoccolato al sole, intento a rifare con le sue lunghe e delicate dita il profilo della statuetta di una donna, qua modificando una curva, l un angolo, finch la creta non cominci a raffigurare un'altra donna, ma per, come se l'ombra della prima si appiattasse dietro alla nuova immagine.
Lo straniero non era nella sala da pranzo; la sua tavola era apparecchiata, e Domina aspettava da un momento all'altro di udire il passo strascicato delle sue scarpe grosse sul pavimento di legno. Nel vedere che non compariva le parve di esserne contenta. Dopo pranzo ella parl un momento col prete, quindi and al piano superiore sulla veranda per prendere il caff; l trov Batouch. Questi non aveva la sua solita aria imponente: il suo sembiante color caff e latte e il suo corpo colossale esprimevano un doloroso abbattimento, quello di una povera creatura paziente, malconcia per essere stata calpestata dal piede crudele di Domina.
Ebbene? disse lei, sedendo presso la tavola di vimini.
Ebbene, signora?
Egli sospir e guard in terra, alz un piede con un calzerotto bianco, si tolse la babbuccia gialla, la scosse e ne fece uscire un sassolino; poi se la rimise, placidamente, con garbo, ma con fare triste. Indi si ritir su con tutt'e due le mani il calzerotto bianco e guard Domina con la coda dell'occhio.
Ma che c'?
La signora non si cura di veder le danze di Beni-Mora, di udir la musica, di ascoltar l'indovino, di entrare nel caff di El-Hadj, dove Achmed canta ai fumatori di kif, n di vedere le belle estasi religiose dei dervis che giungono da Umach: per cui io vengo ad augurare rispettosamente la buonanotte alla signora e mi accomiato da lei.
Gett il burnus sulla spalla sinistra, con un rapido gesto disperato che era pieno di esagerazione. Domina sorrise.
Siete stato molto buono, ella disse.
Io sono sempre buono, signora; son di carattere serio: nessuno osserva il Ramadan come me.
Lo credo; andate gi, e aspettatemi sotto il portico.
Il largo viso di Batouch divenne subito il ritrovo di tutte le allegrie.
La signora esce stasera?
A momenti. State sotto il portico.
Egli si ritir tutto contento, con l'ampia magnificenza di portamento e di movenze che era come un solenne Te Deum.
Susanna! Susanna!
Domina aveva finito il caff.
Signorina! rispose Susanna comparendo.
Avreste piacere di uscir con me stasera?
La signorina va fuori?
S, per vedere il villaggio di notte.
Susanna parve incerta; pusillanime e curiosa al tempo stesso, era combattuta, come ben lo dimostrava l'espressione mutevole del suo volto prima ch'ella rispondesse.
Non ci ammazzeranno, signorina, e ci son cose che meriti proprio il conto di vederle?
Sicuro! Danzatrici, cantatrici, fumatori di kif; ma se avete paura non venite.
Danzatrici, signorina?... Ma gli arabi portano il coltello. E c' anche chi canta, qui?... Mi garba poco che la signorina vada senza me, ma....
Allora venite e proteggetemi dai coltelli; portatemi il mio paltoncino.... uno qualunque; non credo che avr bisogno di mettermelo.
Mentre ella parlava incominciarono in distanza i timballi. Susanna si riscosse nervosamente, e guard Domina con vera apprensione.
Sarebbe meglio che non andaste, signorina; in questi posti c' poca sicurezza fuori: gente che fa un fracasso a questo modo non ci pu rispettar davvero!
A me piace.
Quel suono? Ma  sempre lo stesso, e in quello non c' musica, via!
Forse c' qualche cosa pi che musica. Dov' il paltoncino?
Susanna and pacatamente a cercarlo; la voce sottile dell'obo affricano si alzava sui timballi. La festa della sera era cominciata. Domina sentiva di dover andare quella notte alla lontana musica e imparare a capirne il significato, non soltanto per s, ma per chi la eseguiva e la ballava una notte dopo l'altra; essa eccitava la sua immaginazione e la rendeva innamorata del mistero, e ansiosa finalmente di avanzarsi proprio fin sulla soglia del mondo barbaro. Eccitava forse anche coloro a cui risonava negli orecchi fin da quando erano nudi marmocchietti bronzei che si rotolavano nel caldo sole del Sahara? Poteva ad essi far l'effetto che il freddo rumoreggiare di un armonium produce nei monelli di Whitechapel, o il gemito di un violino nei contadini della Turenna dove era nata Susanna? Ella voleva saperlo. Susanna ritorn col paltoncino: sembrava sempre perplessa, ma si era messa il cappello e infilata una ciocca di geranio nella vita del vestito nero: la curiosit predominava.
Non anderemo mica sole, signorina?
No, no; Batouch ci protegger.
Susanna emise un sospiro furtivo.
Il poeta era sotto il bianco portico con Ad che aveva il viso un po' di cattivo, un po' di disgraziato, e aveva un'aria sgomenta in aperto contrasto con l'ostentazione trionfante di Batouch: a Domina egli fece quasi piet.
Venite anche voi insieme con noi, ella disse.
Ad si eresse e parve subito ravvivato e quasi raggiante; ma poi il suo volto prese un'espressione indecisa.
Dove va la signora?
A vedere il villaggio.
Batouch scocc un'occhiata a Ad e gli sorrise poco benevolmente.
Verr con la signora.
Batouch sorrise ancora.
Andiamo dalle danzatrici, disse con intenzione a Ad.
Io.... io verr.
S'incamminarono. Susanna guardava con simpatia le gambe del poeta e pareva rassicurata.
Vi raccomando Susanna, gli disse Domina.  un po' nervosa nel buio.
La signorina Susanna  come il primo giorno dopo il digiuno del Ramadan, replic maestosamente il poeta. Nessuno le dar noia qui, anche se dovesse andarsene sola a Timbuct.
Quell'idea trasse da Susanna uno strillettino tremolante; Batouch le si mise teneramente a fianco e procederono, Domina tenendo loro dietro con Ad.
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Capitolo 2.
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Il villaggio era pieno dello scialbo presagio della venuta della luna. La notte era quanto mai calma e calda. Nel rasentare i lunghi giardini Domina vide una luce nella casa del prete, e si mise a fantasticare com'egli passasse le sue solitarie serate quando ritornava a casa dall'albergo. Se lo immaginava in qualche stanzetta mobiliata alla buona, con Bubb e pochi libri, a fumar la pipa e a pensar mestamente ai Frati Bianchi dell'Affrica e al suo deluso desiderio di completa rinunzia. A quest'ultimo pensiero si mesceva l'ancor remoto suono dell'obo, il quale suggeriva tutt'altro che rinunzia: misteriosa tristezza consecutiva alle passioni, il grido della bramosia, il richiamo dell'ignoto che trae certi uomini e certe donne a splendide follie e ad ardenti pellegrinaggi il cui pungolo  il miraggio.
Ad parlava piano, ma Domina non lo ascoltava; le pareva vagamente di capire che diceva male di Batouch, chiamandolo bugiardo, proclive al furto, fumatore di kif, immerso, insomma, fino ai capelli nella colpa; ma la luna sorgeva, la lontana musica si faceva pi distinta, e Domina non poteva ascoltare Ad.
Mentre svoltavano nella strada dell'indovino col sacchetto di rena, il primo raggio della luna cadde sulla bianca via; lontano, in fondo alla strada, Domina pot vedere il nero fogliame degli alberi del giardino delle Gazzelle, e al di l, a sinistra, un folto di ombrose palme al limitare del deserto: ma il deserto non si scorgeva.
Due arabi passarono, avvolti nel burnus, incappucciati, senz'altro di visibile che la barba nera; parlavano violentemente e agitavano le braccia. Susanna rabbrivid e si accost di pi al poeta, mentre la faccia pienotta le si contraeva ed ella cercava con supplice sguardo la sua padrona; ma Domina non pensava a lei, n a violenze o a pericoli. Il suono dei timballi e degli obo sembrava ad un tratto molto pi forte ora che la luna cominciava a luccicare rendendo candide le bianche case del villaggio, le bianche vesti degli abitanti, candidissima la bianca via che si stendeva dinanzi a loro; ed ella cominci a pensare che il candore della luna di Beni-Mora era pi appassionato che puro, pi simile allo smorto volto di un'amante, che alla fredda, pallida gota di una vergine: v'era in esso eccitamento, suggestione ancor pi grande della suggestione delle tremende scene piene di colorito della sera che precedeva una notte simile; ed ella medit sul bianco calore e sul suo significato: sul bianco calore del cervello fiammeggiante di pensieri che governano; sul bianco calore del cuore, fiammeggiante di commozioni che fanno sembrar freddi tali pensieri. Ella non aveva mai conosciuto n l'uno n l'altro: era forse incapace di conoscerli? Poteva ella almeno immaginarli finch vi fosse calore fisico nel suo corpo, se era incapace di conoscerli? Susanna e i due arabi furono per lei ombre lontane quando quel primo raggio di luna sfior il suo piede: la passione della notte cominci a bruciarla, ed ella pens che le sarebbe caro di prender la propria anima e tenerla l, esposta alla fiamma bianca.
Mentre passavano dinanzi alla casa dell'indovino, Domina vide la sua spettrale figura sotto la luce gialla delle lanterne pendenti di mezzo alla sua baracca tappezzata dal pavimento al soffitto di tetri ricami rossi e velata dai fumi di un braciere d'incenso; quell'uomo parlava con un ragazzetto, ma senza distoglier l'occhio dalla via; ed usc fuori in fretta, accennando con le lunghe mani, e chiamando sommessamente, con voce quasi sussurrante e pure autorevole.
Avanti, madama! Venite, venite!
Susanna prese Domina per un braccio.
Stasera no! esclam Domina.
S, madama, stasera: la vita di madama  qui nella rena stasera.... La vedo, la vedo!  proprio qui nella rena.
Il lume di luna mise in evidenza la cicatrice del suo viso. Susanna cacci un urlo e si copr gli occhi con le mani. Proseguirono verso gli alberi: Ad camminava senza esitazione.
Come si fa pi forte la musica! gli disse Domina.
Lacerer le orecchie della signora, se si avvicina tanto, disse premurosamente Ad. E le danzatrici non sono per la signora; per gli arabi, s, ma per una gran signora della pudica Albione! La signora farebbe il viso rosso, tanto ne rimarrebbe scandalizzata e sdegnata: la signora ne sarebbe nauseata....
Batouch prese l'aspetto di un idolo sulla cui larga faccia l'artefice avesse scolpito un'espressione di selvaggia ferocia.
La signora  mia cliente, disse con fierezza. La signora si rimette in me.
Ad sogghign.
Colui che fuma il kif  come un dromedario con la lingua enfiata, egli ribatt.
Parve un momento che il poeta volesse scagliarsi sul cugino, ma si limit a un lento e maligno sorriso che strisci come un serpente sulle sue spesse labbra.
Io mostrer alla signora una danzatrice che  modesta e bella, Ad-ben-Ibrahim, disse pacatamente.
Fatma  malata, irruppe subito Ad.
Non parlo di Fatma.
Ad cominci a un tratto a gesticolare con le mani sottili e delicate, ed apparve fieramente eccitato.
Alima  alla Fontana Calda, grid.
Vi sar Keltum.
No davvero; ha male a un piede, non pu ballare: lo so io.
E Irena?  malata anche lei?  forse all'Hammam Salahine?
La spavalderia di Ad si abbass; egli guard di sbieco il cugino, sempre mostrando i denti.
Non ne sapete nulla, Ad-ben-Ibrahim?
Ana ma 'aud ma nek ol lek, gorgogli Ad nella strozza, volendo dire al cugino che non lo beccasse.
Erano giunti in fondo alla straducola. La bianchezza della grande via che si stendeva diritta, attraverso l'oasi, nel deserto, stava dinanzi a loro, con la statua del cardinale Lavigerie che lo affissava nella notte. Svoltando a destra, v'era la via delle danzatrici, stretta, fiancheggiata dalle casette bianche delle almee, barbagliante di luci stellate, ronzante di voci, sussultante della strepitosa musica che si spandeva dai rivali caff mauri, affollata di bianche figure di uomini del deserto, che vi camminavano in su e in gi col passo lento e morbido delle pantere. Il lume di luna andava facendosi pi brillante, come se mani invisibili cominciassero a ventilare la bianca fiamma della passione che accendeva Beni-Mora. Una pattuglia di tiragliatori indigeni perlustrava in uniforme gialla e turchina, turbanti e ghette bianche, con la carabina sulle larghe spalle: il lieve scalpiccio dei piedi che marciavano si udiva appena sulla strada sabbiosa.
Ad pu andare a casa, se ha paura di qualche cosa nella via delle danzatrici, disse Domina un po' maliziosamente. Andiamo dietro ai soldati.
Ad sussult come se fosse stato punto, e guard Domina come se avesse voglia di strozzarla.
Io non ho paura di nulla, disse con alterigia. La signora non conosce Ad-ben-Ibrahim.
Batouch fece una risatina senza suono, scotendo le larghe spalle: si capiva che aveva indovinato il desiderio del cugino di rubargli il posto, e che si affrettava a prendere la sua rivincita. Domina si divertiva, e mentre camminavano lentamente nella scia lasciata dai soldati, ella disse:
Venite spesso qui, di notte, Ad-ben-Ibrahim?
Oh, s, signora, quando son solo; ma con delle signore!...
Veniste qui la notte scorsa, non  vero, col forestiero dell'albergo?
No, signora; quel signore dell'albergo prefer di visitare il caff dei narratori di novelle che  assai pi attraente; se la signora vuol permettermi di condurvela....
Ma quest'ultimo assalto era troppo per la filosofia del poeta: egli butt via a un tratto tutta la maschera di graziosa calma, e assal Ad con un torrente di parole arabe piene di veemenza, accompagnandole con gesti irati che riempirono Susanna di orrore e a cui Domina si divertiva immensamente: le piaceva quel repentino moto di rabbia; in lei s'era sempre annidata un'audacia, una viva bramosia di avventure pi virile che femminea; era giunta a trentadue anni senza appagarla, e anche senza capir nemmeno pienamente quanto si struggesse di appagarla: ma ora incominciava a esserne conscia e a sentir prepotente quella bramosia.
"Ho qualche cosa di barbaro in me," ella pens.
Poi disse bruscamente:
Batouch!
Il poeta si volse a lei sbigottito.
Signora!
Andiamo, portateci alla casa delle danze.
Batouch scocc un'ultima occhiata feroce a Ad, e se ne andarono fra la gente che girellava.
La straducola, brillante per i lumi delle casette, dalle quali sporgevano balconi di legno dipinti ad allegri colori, e per il fulgido irradiamento della luna, era misteriosa nonostante la sua allegria, la sua ovvia destinazione al culto del piacere. Avvivata dagli stridenti suoni della musica, il movimento e il mormorio della umanit del deserto la facevano quasi solenne. Quella folla di ragazzi e di uomini, ammantata dal capo alle calcagna, manteneva una grave grazia nella sua vivacit, faceva pensare, oltre che a una dignitosa barbarie, a un misto di angelo, di monaco, e di spirito notturno; nella lontananza dei raggi lunari, scivolando placidamente sulla via polverosa coi piedi imbabbucciati, v'era qualche cosa di vellutato e di fulgido nella movente bianchezza di quegli arabi; pi da vicino, i loro cappucci a punta li rendevano monastici come una processione uscita lentamente da una fila di celle per andar a cantare una messa di mezzanotte; nell'ombra polverosa dei vialetti laterali, erano come spiriti che vi si aggirassero per cure profane o si avviassero di nuovo al sepolcreto. A qualche balcone stavano affacciate ragazze dipinte che fumavano la sigaretta. Dinanzi a ciascun vano delle porte illuminate da cui usciva lo stridulo rumore della musica, si formavano capannelli di gente intenta a guatare ci che si rappresentasse nell'interno; le vesti degli arabi sfioravano le gonne di Domina e di Susanna, e molti occhi si affissarono su loro da tutte le parti con uno scrutinio non tanto sfacciato quanto seriamente altero.
Signora!
La mano sottile di Ad tirava Domina per la manica.
Che c'?
Questa  la miglior casa delle danze: qui ballano le bambine.
L'alta statura di Domina le permise di affacciarsi al disopra delle spalle di chi si ammassava sulla porta, e nella luminosa distanza di una saletta con le pareti bianche, dipinte con figure di soldati e di capi arabi, ella vide una figurina turbinante fra due file di uomini accoccolati, due manine di bimba che agitavano fazzoletti a colori, due piedini che pestavano vigorosamente sopra un pavimento di terra; per fondo, un divano su cui si pigiavano donne e musicanti che gonfiavan le gote e guardavano in tralice.
Domina si ferm un momento a osservare, poi si rigir con un'espressione di disgusto negli occhi.
No.... non voglio veder bambine, disse.  una cosa troppo....
Diede un'occhiata alla sua scorta e non termin.
Io lo so, disse Batouch. La signora vuol vedere le vere almee.
Egli fece loro strada. Ad seguiva riluttante. Prima di entrare in quella seconda casa delle danze Domina si ferm ancora per veder di fuori com'era; ma non si trattenne che un momento: i suoi occhi brillarono, il suo sguardo parve ansioso.
S, conducetemi qui, disse.
Batouch fece una pacata risatina, e Ad borbott qualche cosa in gola.
Qui la signora vedr Irena, disse Batouch spingendo da parte, senza complimenti, gli arabi.
Domina non rispose: i suoi occhi si erano fermati su un uomo che sedeva in un angolo in fondo alla stanza e stava proteso, affissando senza batter palpebra una donna in atto di avanzarsi sopra un palco adorno di lumi e di mazzolini di fiori in vasi di terra.
Vorrei mettermi a sedere proprio accanto alla porta, ella mormor a Batouch mentre entravano dentro.
Ma  molto meglio....
Fate come vi dico, insist lei. A sinistra della stanza.
Ad parve un po' sollevato. Susanna gli s'era attaccata al braccio. Egli le sorrideva con una certa malizia. Ma quando presero tutti posto in una panca sgombrata per loro, egli fece in modo di mettersi l'ultimo presso la porta, e gett un acuto sguardo al palco dove le ragazze danzatrici addette al caff sedevano in fila, addossate alla nuda parete, aspettando la loro volta per eseguire le danze. Poi, a un tratto, scosse il capo, alz il mento e rise: da tutto il suo volto era sparita l'inquietudine e la paura, per dar luogo a una spavalderia birichina. Mentre rideva guardava Batouch che ordinava al cameriere negro quattro tazze di caff; ma il poeta non vi bad: per il momento era intento ai suoi doveri professionali; ma portato che fu il caff, e posato su uno sgabello rotondo di legno, fra due mazzetti di rose, egli ebbe tempo di osservare la improvvisa allegria di Ad e seppe a che attribuirla. Allora disse qualche cosa sottovoce al negro, e Ad smise subito di ridere: il negro usc lesto lesto e ritorn insieme col proprietario del caff, un tarchiato cabilo con la pelle chiara e gli occhi turchini.
Batouch abbass la voce a un sussurro gutturale e parl in arabo, mentre Ad, rannicchiandosi in fondo alla panca, girava da tutte le parti lo sguardo dei suoi occhi a mandorla. Domina ud il nome "Irena" e indovin che Batouch domandava al cabilo di mandarla a chiamare e far ballar lei. Ella si divert un momento a quella commedia d'intrigo che si compiaceva nella malignit da ambedue le parti, rappresentata da due cugini; ma passato il momento, fu tutta presa, assorbita, non puramente dalla novit di ci che la circondava, dalla stranezza delle donne, dal loro arredo e dalle loro movenze; tutto questo ella guardava, s; ma con pi attenzione, con maggior premura, ella affissava, piuttosto come una spia che come una spettatrice, una persona che guardava quelle donne con una intensit, con un contenuto ardore, con una fiera curiosit e una specie di sorpresa quasi piena di sgomento, quali ella non aveva mai veduto prima, e non avrebbe mai potuto trovare in se stessa dinanzi a qualsiasi maraviglia umana.
Proprio in fondo alla stanza, a destra, il forestiero sedeva in mezzo a una turba di arabi i cui drappeggiamenti svolazzanti quasi nascondevano le sue vesti europee. Sul muro immediatamente dietro a lui un'immagine vivacemente colorita di una grassa almea che dava una tenera occhiata a un soldato francese formava uno sfondo quanto mai bizzarro alla sua persona protesa e al suo volto bruciato dal sole, in cui ora si rispecchiava l'ascetismo insieme con qualche cosa di cos diverso e potente, che era probabile da un momento all'altro scacciasse l'ascetismo per raggiungere quell'espressione d'isolamento dei veri conquistatori. Quella espressione di combattimento ricord a Domina un dipinto da lei veduto una volta, rappresentante un pellegrino incedente per una cupa foresta, accompagnato dal suo angelo e dal suo demonio: l'angelo del pellegrino era una debole e quasi infantile figura, esile, esangue, appena appena luminosa, mentre il demonio era gagliardo e fiero, col corpo muscoloso e sensuale, il volto grifagno che sorrideva astutamente guardando il pellegrino: v'era di certo un demonio in quel viaggiatore intento che scacciava da lui l'angelo. A Domina non era mai parso di capir chiaramente il leggendario combattimento del cuore umano; ma esso non le s'era mai manifestato con tanta audacia nel volto umano.
Dappertutto intorno gli arabi sedevano immoti e in placido atteggiamento dinanzi alla curiosa danza di cui non si stancano mai: danza che ha in s una certa ingenuit, molta sensualit e procacia, ma poca bellezza e poco mistero, se pure, come di tanto in tanto accade, una donna del mezzogiorno che sembri un idolo, con tutto l'enigma del lontano deserto negli occhi cerchiati d'antimonio, non la danzi con la languida opacit di una sfinge per met sveglia e ne faccia una barbara manifestazione della natura che giace nascosta nel cuore del sole, un grido soffocato emesso da un corpo selvaggio nato in terra selvaggia.
Nel caff di Tahar il cabilo, una tal donna ora non v'era; le sue belle ragazze, pigiate sulla loro stretta panca dinanzi a una tavola carica di bicchieri d'acqua e di ramoscelli di fior d'arancio in vasi di terra, sembravano uggiose e cupe nelle loro vesti sgargianti; le loro mani dipinte penzolavano come mani di marionette: quella che ballava ricordava il Dovere avvolto in arredi orientali che si scostasse guardingo da se stesso per darsi alla perversit; i suoi scatti e contorcimenti, bench violenti, non erano umani, ma piuttosto quelli di un complicato congegno, morbosa invenzione di un ingegnere. Dopo averle dato due o tre occhiate Domina si sent seccata dalla sua stessa agilit; ma la sua maraviglia si accrebbe nel guardar di nuovo il viaggiatore.
Perch era quella danza orientale della noia dell'oriente che eccitava in lui quel visibile combattimento, che traeva il suo segreto alla luce delle lampade pendenti e lo dava a una donna che si sentiva tra confusa e vergognosa di possederlo, e che pur non poteva respingerlo.
Se loro due non si fossero parlati o incontrati per un altro mezzo secolo, Domina non avrebbe mai potuto conoscere l'impronta del demonio in quell'uomo, la luce del sorriso sul suo volto.
Anche la danzatrice lo aveva osservato, ed ora incominciava lentamente a volteggiar verso lui, attraverso le file degli arabi, affissandolo e schiudendo le labbra scarlatte a un avido sorriso; mentre ella si inoltrava lo straniero si avvide di esser preso di mira da lei; fino allora era rimasto proteso, ma quando ella si avvicin, agitando le mani rosse, scotendo il petto ricolmo, sospingendo violentemente il ventre, egli balz in piedi e, come se istintivamente cercasse di ritrarsi da lei, si addoss al muro, nascondendo l'immagine dipinta dell'almea e del soldato francese; il volto gli avvamp fino alla radice dei capelli; i suoi occhi erano pieni di ansiet sgomenta e d'imbarazzo, e il suo sguardo andava, come quello di un colpevole, da destra a sinistra, quasi si aspettasse che gli spettatori arabi incappucciati condannassero la sua presenza in quel luogo ora che la danzatrice aveva attirato l'attenzione su lui.
La danzatrice si accorse com'egli fosse confuso, e parve compiacersene, e mosse a pi energiche dimostrazioni della sua arte: alz le braccia sul proprio capo, socchiuse gli occhi, prese un'espressione di languida estasi e sussult lievemente; indi si butt all'indietro, toccando quasi il pavimento, gir su se stessa, sempre piegata a quel modo, ed esib la lunga curva del suo collo nudo al forestiero, mentre le altre ragazze pigiate sulla panca dai musicanti si alzarono a un tratto e unirono le loro voci in uno stridulo e prolungato garrito. Gli arabi non sorrisero, ma la loro attenzione parve accrescersi come l'addensarsi di una nuvola; tutti gli occhi lucenti della stanza si erano affissati nel viso sconvolto dell'uomo le cui spalle si appoggiavano alla orrenda pittura sul muro, e nella sfarzosa sirena curvata quasi ad arco dinanzi a lui. I sonatori diedero di fiato agli obo e percossero pi violentemente i timpani. Domina pens che tutte le cose fossero giunte al colmo: le parve che la stanza, con tutti gli oggetti inanimati e tutte le figure animate in essa contenute, fossero strumenti di un'orchestra, e come se ogni singolo strumento cooperasse a un lento e grande e irresistibile crescendo; il forestiero prendeva la sua parte col restante, ma contro sua voglia e come sotto qualche terribile costrizione.
Il suo viso era adesso scarlatto e i suoi occhi lustri si abbassavano sulla gola e sul seno della ballerina con un misto di bramosia e di orrore. Lentamente quella si rialz, si gir, si protese palpitando e gli present il volto, mentre le donne univano di nuovo le voci stridule in coro; di nuovo egli l'affiss senza batter ciglio. I sonatori di obo prolungarono una nota lamentosa, e i timpani emisero un fiero e cupo brontolio quasi come di un rintocco funebre.
Ella vuol farsi dar del denaro, sussurr Batouch a Domina. Perch quel signore non le d qualche cosa?
Lo straniero non doveva capire che cosa ella desiderava da lui. La musica attacc una sonata ancor pi stridente: la danzatrice si ritrasse, fece qualche altro passo, protese il ventre con impeto, pest i piedi sul pavimento; poi di nuovo sussult lievemente, socchiuse gli occhi, si accost di pi allo straniero, e buttandosi gi a piombo gli pos il capo sulle ginocchia, mentre le donne ricominciavano il loro garrito, e la lunga nota degli obo corse la stanza come uno strido interrogativo.
Domina si fece di fuoco nel veder l'espressione presa dal volto dello straniero quando la donna gli tocc le ginocchia.
Andate a dirgli che vuol denaro! sussurr Domina a Batouch. Andate a dirglielo!
Batouch si alz, ma in quel momento uno scaltrito ragazzo arabo, seduto presso lo straniero, gli parl ridendo e additando la donna. Lo straniero si cacci la mano in tasca, trov una moneta, e, ammaestrato dal birichino, l'appiccic sulla fronte impiastricciata della danzatrice. Subito ella balz in piedi, e le donne garrirono. La musica eruppe in una melodia trionfale, e nella stanza vi fu subito un'eccitazione; quasi tutti vi si movevano simultaneamente: un uomo alz la mano al cappuccio e se lo abbass sulla fronte; un altro si port la sigaretta alle labbra; un altro ancora sollev la tazza del caff: un quarto, che teneva in mano un fiore, lo port al naso e lo annus. Con l'atto dello straniero era stata remossa una costrizione, una tensione mentale a un tratto rilassata, una specie d'incubo dissipato per tutta la stanza, Domina lo sentiva acutamente; gli ultimi pochi momenti erno astati penosi per lei. Ella sospir, sollevata nel veder cessare l'agonia di un altro; poich lo straniero, sia per timidit, sia per qualche altra cagione, era stato in agonia mentre la danzatrice gli teneva il capo sulle ginocchia.
Il suo angelo aveva forse paventato, mentre il suo demonio....
Ma Domina cerc di distoglier risolutamente il pensiero dalla faccia sorridente.
Dopo aver premuto la moneta sulla fronte della ragazza, l'uomo fece un movimento come se volesse andarsene: ma ancora una volta la strana indecisione che gi Domina aveva osservata in lui gli fece per cos dire tagliare il suo atto in due, lasciandolo a mezzo. Mentre la danzatrice, rigiratasi, tornava con lenti contorcimenti al palco, egli si abbotton tutta la giacca con una specie di frettolosa risoluzione, se la tir gi con una stratta, si guard rapidamente intorno, e balz in piedi. Domina gli teneva gli occhi addosso e forse essi attrassero quelli di lui, perch, proprio mentre stava per porre il piede nello stretto passaggio che conduceva alla porta, egli la vide. Allora si rimise subito a sedere, si volt in modo ch'ella potesse scorgere appena una parte del suo viso, si sbotton la giacca, tir fuori alcuni fiammiferi e parve tutto occupato nell'accendere una sigaretta. Domina cap che egli, accortosi di essere osservato, era irritato con lei. Aveva ella veramente in s qualche cosa della spia? Era capace di provare una volgare curiosit per un uomo?
Un improvviso movimento di Ad attrasse la sua attenzione: la faccia del giovane arabo era turbata da un'espressione fra sdegnata e impaurita. Batouch sorrideva seraficamente nel guardar verso il palco; Susanna faceva il bocchino e teneva pudicamente gli occhi bassi: tutto il suo atteggiamento mostrava come non le fosse ignoto che molti occhi scintillanti l'affissavano intensamente. La danza del ventre da lei poco prima veduta l'aveva fatta cos strabiliare, che le pareva d'esser la sola donna rispettabile del mondo e che nessuno dovesse crederlo finch non issasse bandiere bianche come le facciate delle case di Beni-Mora. Ella si prov a farlo, pur gettando di tanto in tanto qualche occhiata di straforo al palco per veder se si preparasse un'altra danza del ventre. Susanna non vedeva l'eccitazione di Ad n la maligna contentezza del poeta, ma, insieme con Domina, scrse una porticina aperta dietro il palco, e vide comparire il vigoroso cabilo seguto da una ragazza vestita di teletta d'oro e adorna di cascate di monetine d'oro.
Domina indovin subito che quella era Irena, l'esule ricomparsa, colei che bramava di uccidere Ad, e fu contenta che un nuovo incidente avesse distolto dallo straniero l'attenzione generale.
Irena doveva essere di certo una favorita del pubblico; appena ella comparve vi fu un gran movimento, una bianca ondulazione, mentre tutte quelle figure ammantate si protendevano lievemente verso di lei. Soltanto Ad si strinse ancor pi addosso il burnus con le dita sottili, abbass il mento, si cal il cappuccio sulla fronte, si rincantucci contro il muro, e seduto a gambe incrociate parve a un tratto immerso nel sonno; ma sotto le brune palpebre e i lunghi cigli neri i suoi occhi seguivano furtivamente ogni movimento della fanciulla con la veste scintillante.
Ella si avanz lenta e languida, con una grave espressione di malessere nel volto magro, quasi emaciato, e dipinto di bianco con le labbra scarlatte e gli occhi e le sopracciglia assai cupi. I suoi lineamenti erano minuti e angolosi; aveva le ossa sottili, il corpo cos esile, il busto cos esiguo, che col suo petto liscio e le sue magre spalle pareva quasi un'asticella che, avvolta in brillanti drappeggiamenti, andasse a finire in un volto umano. I capelli, folti e scuri, erano elaboratamente intrecciati e coperti di un fazzoletto di seta gialla. A Domina ella parve etica, e fu delusa al suo apparire. Chi sa per quale ignota ragione, s'era aspettata di vedere nella donna che voleva uccidere Ad, e che, si capiva bene, gl'ispirava tanta paura, una magnifica e splendida bellezza del deserto! Quella donna poteva esser violenta; ma sembrava stanca, anemica, e come desiderosa di coricarsi. Il disprezzo di Domina per Ad si accrebbe nel guardarla: aver paura di una creatura esile, stanca, addormentata come quella, era una cosa proprio meschina! Ma Ad non sembrava pensarla a quel modo; egli s'era calato ancor pi il cappuccio sulla fronte, e ora sembrava un sacco di cenci nascosto all'ombra di Susanna.
Irena mise piede sul palco, spinse la ragazza seduta in cima alla panca, perch si tirasse pi in l, sed nel posto vuoto, bevve un po' d'acqua dal bicchiere che le era pi vicino, indi rimase perfettamente immobile affissando il pavimento, affatto indifferente agli arabi che la divoravano con gli occhi: di certo gli occhi degli uomini dovevano averla divorata fin da quando aveva ricordo di s: era ovvio che a lei non dicevano nulla, che non disturbavano nemmeno per un momento il corso dei suoi foschi pensieri.
Ora ballava un'altra ragazza, una vigorosa ebrea orientale col naso adunco, le labbra grosse, e due occhi sporgenti che parevano smerigliati di fresco; ella ballava e al tempo stesso cantava, o piuttosto urlava aspramente una straordinaria melodia che dava idea di zuffa, di omicidii, di subitanea morte; incurante degli spettatori, ora ella si grattava il capo e si stropicciava il naso senza interrompere i suoi contorcimenti. Domina indovin che quella era la ragazza da lei veduta ballar sul tetto nell'ora del tramonto; la lontananza e la luce l'avevano davvero trasformata: sotto i lumi, ella era proprio l'incarnazione di ci che pi vi fosse di rozzo e di nauseabondo: perfino la compassionevole magrezza di Irena pareva attraente in paragone agli opulenti vezzi di lei, ch'ella faceva molleggiar di continuo in modo quasi sgomentevole.
Ad  mezzo morto dalla paura, sussurr Batouch mellifluamente.
Domina storse la bocca.
Non pare alla signora che Irena sia pi bella della luna sulle acque dell'Uda-Beni-Mora?
Veramente no, ella replic in modo reciso. E io credo che un uomo impaurito di una donnina piccola a quel modo debba aver paura anche dei bambini della strada.
Piccola? Ma Irena  alta come una palma dell'Urlana!
Alta?
Domina la guard di nuovo pi attentamente, e vide che Batouch diceva la verit: Irena era parecchio alta, ma cos sottile, di ossa tanto minute, aveva un aspetto cos delicato da ingannar l'occhio e farla sembrar piccolina.
Ma davvero, come pu aver paura di lei? Se mi pare che io stessa potrei sollevarla e farle fare un volo!
La signora  forte; la signora  come la leonessa; ma Irena  la ragazza pi terribile di tutto Beni-Mora quando  innamorata o furiosa, la pi terribile di tutto il Sahara.
Domina rise.
La signora non la conosce, disse Batouch imperturbabile, ma la signora pu domandarne agli arabi: tutti gli anni, due o tre danzatrici di Beni-Mora vengono uccise; ma nessuno si attenterebbe a uccidere Irena; non c' un uomo che oserebbe farlo.
Perch uccidono le ballerine? domand subito Domina.
Per carpir loro i gioielli. Di notte, in quelle casettine coi balconi, gi vedute dalla signora,  cosa facile: entrate dentro per dormirvi, chiudete gli occhi, fate il respiro un po' grosso di chi dorme: la donna sente ma non ha paura: dorme, sogna: ha la gola cos, e Batouch, buttandosi all'indietro, mise in mostra il suo collo taurino. Un po' prima dell'alba tirate fuori il coltello dal burnus, vi piegate, e piano piano la sgozzate: prendete i gioielli, il denaro dalla scatola accanto al letto; ve ne andate placidamente, scalzo; per la scala non c' nessuno; levate il paletto.... e l, dinanzi a voi, v' il gran nascondiglio.
Il gran nascondiglio?
Il deserto, signora.
Sorb il suo caff. Domina lo guard, affascinata. Susanna rabbrivid, perch era stata a sentire. Il forte grido di contralto dell'ebrea si alz con la sua suggestione di violenza e di rude indifferenza; e Domina ripet in un sussurro:
Il gran nascondiglio.
Ogni momento passato in Beni-Mora le faceva vedere il deserto pi pieno di significato, di variet, di mistero, di terrore. Era esso dunque tutto? Il giardino di Dio, il gran nascondiglio dell'omicida! Ella lo aveva chiamato, sulla torre, asilo di pace; nella gola di El-Akbara, dove egli pregava, Batouch ne aveva parlato come di un vasto regno di oblio in cui il peso delle memorie scivola dalle stanche spalle e svanisce nel morbido abisso arenoso.
Ma il deserto era dunque tutto? E se era gi tanto per lei, in una notte e in un giorno, che cosa sarebbe quando lo conoscerebbe, che cosa sarebbe per lei dopo parecchie notti e parecchi giorni? Ella cominci a sentire una specie di terrore misto all'attrazione pi straordinaria da lei mai provata.
Ad si rincantucciava al muro; la voce dell'ebrea si spense in un grido; gli obo smisero di sonare: non rimbombarono pi che i timballi.
Ora Ad pu esser contento, osserv Batouch con voce quasi lieta, perch tocca a Irena a ballare. Guardate: il piccolo Milud le porta gli stiletti.
Un ragazzo arabo, bello di volto e con la pelle molto scura, scivol sul palco con due lunghi coltelli aguzzi in mano; egli li pos sulla tavola dinanzi a Irena fra i mazzi di fior d'arancio, salt gi agilmente e scomparve.
Appena i coltelli toccarono la tavola, i sonatori di obo, con grande impeto, diedero di fiato ai loro strumenti; indi, alzando il tono, eruppero in un motivo tremendo e magnifico, in un'aria tintinnante di barbarie, che tuttavia avrebbe potuto essere stata cantata o scritta da un europeo. Domina ne fu subito presa ed eccitata cos da dover trattenere il respiro. Ella si sentiva serpeggiare il fuoco nelle vene ed avvampare il cuore: quella sonata era trionfale come un gran canto di dopo guerra in una terra selvaggia, crudele, vendicatore, ma cos energico e appassionatamente giulivo, che faceva luccicare gli occhi e fervere il sangue, e poneva in tumulto lo spirito nel corpo, eccitandolo a un'aspirazione di libert sconfinata, di azione, di aperta campagna in cui aggirarsi, di lunghe giornate e nottate di gloria e di amore, d'intense ore di commozione, di vita vissuta in esultante disperazione: era una melodia che sembrava porre l'anima del Creato a danzar dinanzi a un'arca. I timpani l'accompagnavano con un irregolare ma ritmico rimbombo che a Domina parve dovesse essere la voce profonda echeggiante da squadre di combattenti.
Irena guard stancamente i coltelli, senza cambiare espressione, e Domina fu sorpresa della sua indifferenza. Ora tutti gli occhi nella stanza erano fissi su lei; perfino Susanna usciva dal suo atteggiamento pudico sotto l'influsso di quel canto trionfale del deserto. Gli occhi di Domina non vagarono pi sul forestiero; per il momento almeno ella lo aveva dimenticato: tutta la sua attenzione si portava adesso sulla creatura magra, dall'aspetto etico, che affissava i due coltelli posti sulla tavola. Quando la sonata ebbe termine e un appassionato rimbombo di timpani annunzi che veniva ripetuta, Irena allung a un tratto le braccia sottili, abbass le mani sui coltelli, li afferr e balz in piedi: era passata dalla indolenza alla vivida energia con una rapidit quasi diabolica, e a un'energia in cui cos l'anima come il corpo parevano fiammeggiare; indi, mentre gli obo facevan risonare la medesima aria, ella sollev i coltelli sul suo capo e ball.
Irena non era una Uled Nail: era una donna cabila, nata nelle montagne del Giurgiura, non lungi dal villaggio di Tamuda; da bambina aveva vissuto in una di quelle capannucce di mota senza camino e senza finestre, col tetto aguzzo di tegoli rossi, che sono cos caratteristica specialit della Grande Cabilia; ella si arrampicava scalza sulle aspre colline, o scendeva nelle gole gialle di ginestre e immergeva i bruni alluci nelle acque del Seb. Come s'era tanto allontanata dalle balze natie e dalla gente coi capelli irti e gli occhi azzurri della sua trib? Probabilmente aveva peccato, come spesso peccano le donne cabile, e aveva fuggito l'ira che si aspettava, e che tutto il suo fiero coraggio non poteva sperar di vincere; o forse nel suo sangue cabilo, pur esso ibrida mescolanza di varie incrociature, greche, romane, non meno che berbere, si univano alcune gocce tratte da sorgenti del deserto, che si erano manifestate fisicamente nei suoi capelli bruni, mentalmente in un istinto nomade che le aveva vietato di starsene tranquilla fra le belle di Ait Uaguennon di cui non possedeva i leggendari vezzi. Sul suo volto v'era lo sguardo dell'esule, una stanchezza forse fantasticatrice di cose lontane; ma ora ch'ella ballava, quell'espressione svaniva e nei suoi occhi v'era il bagliore del fiammeggiante acciaio.
Nell'osservarla, Domina provava vive e svariate impressioni: ora vedeva Giaele e la tenda, e i chiodi conficcati nelle tempie del guerriero dormente; ora Medea un momento prima di fare in pezzi il fratello e gettarne le membra sanguinanti dinanzi ai passi di Aete; il volto di Clitennestra mentre Agamennone scendeva al bagno; Dalila quando Sansone si era addormentato sulle sue ginocchia. Ma tutti quei volti immaginari di donne celebri fuggirono come chicchi di rena al vento del deserto quando incominci la danza e la ricorrente melodia torn, ritorn e ritorn poi, con selvaggia e trionfante persistenza: quei volti erano troppo piccoli, troppo individuali, e non lasciavano adito alla immaginazione. La danza degli stiletti la fece spaziare in un'atmosfera pi vasta, in cui un essere umano era niente, e perfino una dea, o una sirena prodiga d'incanti, erano una piccola cosa non senza un'angusta meschinit di fisonomia.
Ella guard e ascolt fin che non le apparve alla mente un pi grande stuolo, inghirlandato di mistero e di trionfo: la Guerra come simbolo con occhi di donna; la Notte senza papaveri, col suo corteo di astri e tutti i vigorosi sogni che devono avverarsi; Amore di donna che non pu esser messo da parte, ma governer il mondo dall'Eden all'abisso in cui cadono le nazioni allo stendersi delle mani di Dio; Morte come conduttrice di vita, con un bordone da cui spuntano germogli rossi come il cielo all'occaso; Fecondit selvaggia che schiacciava tutte le cose sterili nella polvere del silenzio; e poi il Deserto.
Quello veniva in una pallida nube di sabbia, con una pallida turba di adoratori, coloro che avevano ricevuto doni dalle mani del Deserto e ne richiedevano ancora: Marab ammantati di bianco che avevano trovato Allah nel suo giardino e divenivano guida al fedele per tutto il giro degli anni; uomini micidiali, pervenuti al santuario con gioielli barbarici nelle mani tinte di sangue; gente una volta torturata che aveva gettato via terribili ricordi nelle distese fra le dune e nei brulli pianori porporini e ai quali erano state concesse le dolci oasi dell'oblio per abitarvi; esseri ardenti che avevano lottato invano per rimanersene tranquilli nel mondo delle colline e delle valli, sulle coste lambite dal mare e lungo i fiumi mormoranti, e che erano stati tratti dall'anima irrequieta via via verso le basse pianure in cui girano perennemente le ruote dorate del carro del sole. Ella vide anche i venti, che sono i figli prediletti del Deserto; la Salute con gli occhi fulgidi e la carnagione bronzina; la Passione, met fauno met Ercole, con la fronte aggrottata; e la Libert che a braccia alzate faceva cozzare insieme due dischi d'ottone come mostruose sfere di fuoco.
Ed ella vide palmizi ondeggianti, immensi palmizi nel mezzogiorno; le pareva di scostarsi viaggiando da Beni-Mora quanto si era scostata dall'Inghilterra per giungervi: se ne andava verso il sole, unendosi alla pallida turba degli adoratori del Deserto; e via via che incedeva, ella udiva il cupreo cozzo dei dischi della Libert: sentiva nascere in se stessa la convinzione che il Fato le imponesse di conoscer bene, stranamente bene, il Deserto; che il Deserto aspettasse con calma ch'ella andasse a lui e ricevesse da lui ci che esso aveva da darle; che nel Deserto ella imparerebbe assai pi il significato della vita che non potesse mai impararlo altrove. Le parve a un tratto di capire pi chiaramente di prima in che cosa consistesse l'intensa, la soggiogante e ipnotica attrattiva gi esercitata dal Deserto sul suo temperamento: nel Deserto doveva esservi, v'era, ella lo sentiva, non solo luce per riscaldare il corpo, ma luce per illuminare i cupi recessi dell'anima. Un'idea quasi fatalistica s'impossess di Domina: ella vide una figura, quella di un Messaggero, starsene con lei accanto al cadavere di suo padre e sussurrarle all'orecchio: "Beni-Mora"; condurla dinanzi alla carta geografica e additarle quella parola, empiendole il cervello e il cuore di suggestione, fino a che, come aveva pensato quasi senza ragione, e casualmente, ella non aveva scelto Beni-Mora come il luogo a cui andrebbe in cerca di guarigione, di conoscenza di se stessa. Era stata una cosa prestabilita: era stato inviato il Messaggero; il Messaggero l'aveva guidata.... E ritornerebbe, ritornerebbe al momento propizio e la scorterebbe nel Deserto: lo sentiva, lo sapeva.
Ella guard gli arabi intorno a s: era fatalista come uno di loro; guard lo straniero: e lui com'era?
Di repente, nella sua fantasia sorse una visione: ella si rappresent ancora una volta la turba che si spingeva nel Deserto dopo aver ricevuto doni dalle mani del Deserto, e vide in quella lo straniero.
Le pareva che fosse inginocchiato, con le mani protese, a capo basso, e pregasse; e mentre pregava, la Libert gli stava accanto sorridente, e i suoi fieri dischi parevano le aureole che illuminano i bei volti dei santi.
Per qualche ragione ch'ella non pot capire, il cuore cominci a batterle forte, ed ella prov una sensazione di bruciore sotto gli occhi.
Pens che quella musica straordinaria, che quella danza sorprendente la eccitassero troppo.
Il bianco rinfagottamento accanto a Susanna si scosse: Irena, tenendo gli stiletti al disopra del capo, aveva fatto un balzo dal palco poco elevato e danzava sul pavimento di terra in mezzo agli arabi; il suo corpo esile si scoteva convulsamente secondo il ritmo della musica; ella ne segnava il tempo coi suoi sussulti; l'eccitazione era tanto cresciuta in lei, da farla sembrare in un accesso di febbre che la portava un po' all'esultanza, un po' alla disperazione; nel suo aspetto, nelle sue movenze, nella inflessione della persona piegata all'indietro col viso volto all'ins, il petto e il collo esposti come se ella offrisse la sua stessa vita, il suo stesso amore, e tutti i misteri che erano in lei, a un essere immaginario che dominasse la sua anima selvaggia ed estatica, vi era una vivida rimembranza dei due elementi della Passione: rapimento e mestizia. Nella sua danza ella incarnava la intiera passione recando in s le due met che la compongono. Aveva gli occhi socchiusi, come li socchiude una donna quando ha veduto le labbra dell'uomo amato discendere sulle sue; e la sua bocca sembrava ricevere l'ardente tocco di un'altra bocca. In quel momento Irena era una donna bella perch raffigurava l'eterno femminino; e Domina cap come gli arabi la stimassero pi bella delle altre danzatrici: ella aveva ci che mancava alle altre: genio; e il genio, sotto qualsiasi forma, mostra in certi momenti il volto di Afrodite.
Ella si avvicin lentamente, e chi era presso il palco si volt per seguirla con gli occhi. Il cappuccio di Ad gli nascondeva ora tutta la faccia, ed egli teneva il mento abbassato sul petto. Batouch se ne accorse e ne prov rabbia; ma Domina aveva dimenticato affatto cos la commedia dei due cugini come la tragedia dell'amore d'Irena per Ad: era totalmente presa dal fascino di quella danza e della musica che l'accompagnava. Ora che Irena s'era avvicinata, ella poteva vedere che, senza il suo genio, non vi sarebbe stata alcuna bellezza nel suo volto: era penosamente smunto, penosamente lungo e fosco; la sua vita vi aveva scritto una fatale epigrafe, come sui volti dei poveri fanciulli delle strade la loro vita scrive l'unica parola: Bisogno. Come quei fanciulli avevano troppo poco, quella danzatrice aveva avuto troppo: lo scintillio del suo vestito di teletta d'oro ricoperto di monetine d'oro era abbarbagliante nella luce delle lampade; Domina lo guard, e guard i due affilati coltelli sul capo di lei, i suoi violenti movimenti sussultori; ed ella pure sussult, pensando al racconto fattole da Batouch delle danzatrici assassinate: era pericoloso posseder troppo in Beni-Mora.
Irena era adesso proprio accosto; ella sembrava cos rapita nell'estasi della sua danza, che a Domina sulle prime non venne in mente ch'ella potesse imitare la sua compagna che aveva posato la testa impiastricciata sulle ginocchia dello straniero: l'abbandono della danza eseguita era cos grande, da render difficile di ricordarne il valore monetario a lei e a Tahar, il bel cabilo; soltanto quando Irena fu proprio di faccia a loro e vi rimase, eseguendo sempre la sua danza sobbalzante, tenendo ancora sul capo gli stiletti, Domina cap che quegli occhi socchiusi, affascinati, avevano osservato la forestiera, e che ella doveva aggiungere una monetina al torrente delle altre monete d'oro. Ella tir fuori il borsellino, ma non diede subito il denaro: con lo spietato scrutinio del suo sesso ella pass in rivista tutte le manchevolezze della danzatrice: era giovane, s, ma molto malandata; la bocca era cascante; agli angoli degli occhi scendevano lievissime rughe; la sua fronte presentava ci che Domina avrebbe chiamato in cuor suo un aspetto tormentato. Ci nondimeno la ragazza era fiera e trionfante; il suo corpo esile dava idea di energia, il suo atteggiamento, di divorante passione. Anche cos da vicino, anche mentre si soffermava per il denaro, e mentre i suoi occhi, senza dubbio, leggevano furtivamente Domina, ella spandeva intorno a s una potente atmosfera che eccitava il sangue e faceva balzare il cuore e suscitava la bramosia di cose ignote e violente. Nel guardarla, Domina sentiva che Irena doveva aver vissuto momenti magnifici, che nonostante il suo stato miserando e la permanente stanchezza, messa da parte soltanto un momento per la danza, ella doveva aver conosciuto intense gioie, che finch vivesse avrebbe ancor la possibilit di conoscerle ancora. V'era in lei qualche cosa di ardente che arderebbe fino a che in lei vi fosse vita, una scintilla naturale che era eternamente fiammante: era quella scintilla che la rendeva l'idolo degli arabi e spargeva una luce di bellezza nel suo corpicino sparuto.
Lo spirito fiammeggiava.
Finalmente Domina mise mano al borsellino e ne trasse una moneta d'oro; ella stava per darla a Irena, quando il fagotto bianco che era Ad fece un improvviso bench lieve movimento come se quel che v'era dentro rabbrividisse. Irena lo not coi suoi occhi socchiusi; Domina si protese e porse la moneta, indi si ritrasse sussultando: Irena aveva cambiato a un tratto positura; invece di tener la testa riversa e mettere in evidenza la lunga gola, ella la rialz e la spinse in avanti; il suo magro seno quasi scomparve nel flettersi; le braccia le penzolarono; gli occhi si spalancarono e divennero pieni di un'acuta, tagliente intensit; visioni e sogni si dileguarono da lei: ora ella era soltanto fiera e inquisitrice e tremendamente vivace. Ella guardava il fagotto bianco, il quale palpitava sempre; vi balz sopra, mostrando i denti; lo afferr: con rapido gesto delle mani sottili ella mand indietro il cappuccio, e dal cappuccio venne fuori il capo di Ad e il suo viso livido di terrore. Uno degli stiletti luccic e si punt verso di lui che, balzando in piedi, cominci ad urlare. Susanna fece eco a quel grido. Allora tutta la sala fu un turbinio di bianche vesti e di membra agitate; in un attimo tutti furono in piedi, strillando, afferrando, lottando.
Domina cerc di alzarsi, ma rimase inchiodata sulla panca senza potersi affatto muovere n liberare le braccia, stretta com'era da tutte le parti dalla gente che si accalcava. Per un momento pens che potrebbero farle molto male o soffocarla; non aveva paura, ma si sentiva indignata, come un ragazzo che ha avuto uno schiaffo e anela di ricattarsi. Qualcuno strillava ancora: era Ad. Susanna si era potuta alzare, ma separata dalla sua padrona: il braccio di Batouch le cingeva la vita. Domina punt le mani sulla panca e tent di sollevarsi appoggiando con forza le larghe spalle contro gli arabi che torreggiavano su lei e le coprivano il capo e il viso con le vesti svolazzanti mentre cercavano di veder la lotta fra Ad e la danzatrice. Il caldo quasi l'asfissiava, e un forte odore di muschio, misto a quello della traspirante moltitudine, le dava una gran noia. Ella cominciava a respirare ansimando, quando sent due mani ruvide, ardenti e tenaci, scendere sulle sue, delle ferree dita afferrare le sue, passarvi sotto e tirar su le sue mani. Ella non poteva vedere chi l'agguantava, ma la vita nelle mani che stringevano le sue si mischi con la vita ch'ella aveva nelle proprie, come un fluido si confonde con un altro, e sembr scorrere finch'ella non lo sent nel suo corpo, ed ebbe la strana sensazione che il suo volto fosse stato preso in una morsa, e cos il suo cuore.
Ancora un momento, ed ella fu in piedi e fuori nel viale illuminato dalla luna fra le piccole case bianche. Ella vide le stelle e i balconi dipinti, carichi di donne dipinte che abbassavano lo sguardo sul caff da lei lasciato, ciarlando con voci stridule: vide la pattuglia dei tiragliatori indigeni giungere in marcia affrettata alla porta dentro la quale gli arabi stavano ancora lottando; poi si vide accanto il viaggiatore, e non ne fu sorpresa.
Grazie per avermi tirata fuori, ella disse in tono piuttosto asciutto. Dov' la mia cameriera?
Se n' andata innanzi a noi con la vostra guida, signora.
Egli alz le mani e le affiss ansiosamente, interrogativamente.
Vi siete fatto male? disse lei.
Egli abbass subito le mani.
Oh, no, non era....
Lasci a mezzo la frase e tacque. Domina rimase zitta, trasse un lungo respiro e rise: si sentiva ancora irritata, e rideva per dominarsi. Se non prendeva allegramente quell'episodio, sentiva di esser capace di ritornarsene alla porta del caff e mettersi a menar le mani su quegli uomini che quasi l'avevano soffocata: ogni violenza fatta al suo corpo, fosse pure una spinta casualmente toccatale per la strada, se data con vera forza, sembrava scatenare in lei un diavolo, un tal diavolo che non avrebbe dovuto albergare di certo che dentro un uomo.
Che razza di gente! disse. Che creature selvagge!
Ella rise ancora: ora la pattuglia si faceva largo dentro la porta.
Gli arabi son sempre a questo modo, signora.
Ella lo guard, poi disse a un tratto:
Parlate inglese?
Il suo compagno esit; ella capiva bene che rifletteva se dovesse rispondere s o no. Una simile esitazione in una tal cosa era molto strana. Finalmente egli disse, ma sempre in francese:
S.
E appena lo ebbe detto, ella vide dal suo viso che avrebbe voluto dir di no.
Dal caff gli arabi cominciarono a spandersi per la via: la pattuglia faceva largo; le donne affacciate ai balconi strillavano per sapere il racconto esatto del tumulto, e gli uomini che stavano sotto e alzavano nel lume di luna i volti abbronzati, replicavano con voci violente, gesticolando con veemenza mentre i manicottoli ricadevano loro dalle braccia vellose.
Io sono inglese, disse Domina.
Ma anche lei fu costretta a parlar francese, come se un subitaneo riserbo le suggerisse di far cos. Egli non disse nulla. Ora si trovavano addirittura in mezzo alla calca; ma l'affollamento fu subito allargato, diviso, e comparvero i soldati tenendo Irena. Ad veniva dietro, imprecando come frenetico. V'era del sangue su una delle sue mani e una striscia di sangue nello sparato della camicia floscia che portava sotto il burnus. Egli camminava protendendo le braccia minacciose verso Irena e appellandosi con frenesia agli arabi che lo circondavano. Quando vide le donne ai balconi, sost un momento e si rivolse a loro come un uomo fuori di s. Un tiragliatore lo spinse innanzi. Le donne che si erano chetate per ascoltarlo, uscirono di nuovo in un parossismo di ciarle. Irena pareva addirittura indifferente e camminava a stento: il drappello scomparve nel lume di luna accompagnato dalla folla.
Ha tirato una stilettata a Ad, disse Domina. Batouch sar contento.
Non si sentiva punto addolorata; anzi, le parve piuttosto di esser contenta: se la danzatrice avesse tentato di fare una cosa e non le fosse riuscita, le sarebbe sembrato contraddittorio; e la striscia di sangue allora allora veduta sembr risvegliarla e quietar la sua ira: ella riprese subito il dominio di s.
Grazie di nuovo, disse al suo compagno. Buona notte.
Quasi per la prima volta egli sostenne lo sguardo di lei senza alcuna incertezza, ed ella vide che per quanto fosse stato esitante, inquieto, anche ritroso come quando si era affrettato ad andar dietro alla processione dei negri, poteva essere anche un uomo risoluto.
Io verr con voi, signora, disse.
Perch?
 notte.
Non ho paura.
Io vengo con voi, signora.
Lo ripet bruscamente, e tenne gli occhi su lei, aggrottando la fronte.
E se rifiuto? disse Domina, fantasticando se dovesse rifiutare o no.
Vi verr dietro, signora.
Ella cap dal suo sguardo che anche lui pensava a ci che era avvenuto nel pomeriggio: perch avrebbe ella voluto privarlo della riparazione che era ansioso di fare, ovviamente, ansioso in un modo cos deciso da esser quasi commovente? Sarebbe stato un meschino orgoglio da parte sua, un sentimento piuttosto basso.
Venite pure, ella disse.
Proseguirono insieme.
Gli arabi, eccitati dal fracasso nel caff di Tahar, erano ora irrequieti, e parecchi di loro, raccolti in un capannello, questionavano e imprecavano in fondo alla via presso la statua del Cardinale. La scorta di Domina li vide ed esit.
Io credo, signora, che sar meglio prendere una strada traversa.
Benissimo. Svoltiamo dunque a sinistra; anche quella ci porter all'albergo, perch corre parallela alla casa dell'uomo che indovina nella sabbia.
Il forestiero sussult.
Indovina nella sabbia? disse con voce bassa, energica.
S.
Domina infil un vicolo, ed egli la segu.
Non lo avete veduto quell'uomo magro magro, col sacchetto di sabbia?
No, signora.
Egli legge il passato della gente nella sabbia del deserto, e le presagisce quale sar il suo avvenire.
L'uomo non rispose.
Volete fargli una visita? domand Domina curiosamente.
No, signora; io non me ne curo di tali cose.
Ella si sofferm all'improvviso.
Oh, guardate! disse. Che cosa strana! E ve ne sono altre gi per la via.
Nel vicolo, i balconi delle case dei due lati quasi si toccavano. Nessuno era affacciato ai parapetti; non una voce rompeva il furtivo silenzio che prevaleva in quel quartiere di Beni-Mora. L il lume di luna era pi fioco, oscurato dai fabbricati sporgenti, e in quel momento non vi era a portata d'occhio nessun arabo. Il senso di solitudine e di pace era profondo, e poich le rare finestre delle case, anguste e protette da pesanti graticolati, erano al buio, era sembrato a Domina, dapprima, che tutti gli abitanti fossero a letto e addormentati. Ma, inoltrandosi, ella aveva visto un fioco lumicino; poi un altro; la vaga visione di un'apertura; una figura seduta, scura nel biancore; una seconda apertura, e un'altra figura seduta. Ella si ferm senza parlare. L'uomo rimaneva muto al suo fianco.
Il vicolo era tutto un vicolo di femmine. Ogni casa, da ambedue i lati di esso, presentava un'unica immagine di paziente attesa: una porticina moresca ad arco con l'uscio di legno spalancato, che mostrava una scaletta ripida la quale svoltando andava a finir nel mistero; sullo scalino pi alto, un candeliere ordinario con una candela accesa sgocciolante, e, subito sotto, una ragazza rozzamente dipinta, coperta di barbari gioielli e vestita con sfarzo, con le mani tinte di enna piegate in grembo, gli occhi guatanti sotto le sopracciglia artificiosamente scurite e prolungate sino a farle convergere sopra al naso con piccoli tratti neri; le nude caviglie brune adorne di larghi cerchietti d'oro e d'argento. La candela gettava su ogni donna in attesa una fioca luce che un poco la rivelava, un poco la lasciava nascosta sulla sua scala bianca incorniciata di mura bianche. E nel suo assoluto silenzio, nella sua quiete assoluta, ognuna di quelle donne era piena di mistero mentre non distoglieva lo sguardo dalla via vuota, stretta.
La donna dinanzi alla cui abitazione si era fermata Domina, aveva una torreggiante acconciatura di fazzoletti colorati e di piume, uno scialle color di rosa e argento, una camicetta celeste, velata, cosparsa di fiori d'argento, e una larga cintura d'argento con borchie di corallo rosso. Seduta a gambe incrociate, sul busto eretto, sarebbe parsa addirittura un idolo inalzato per la selvaggia adorazione, se i suoi lunghi occhi non si fossero mossi con un bagliore mentre ella ricambiava lo sguardo di Domina e dell'uomo che un po' pi indietro guardava di sopra la spalla di lei.
Nel fermarsi ed esclamare, Domina non s'era accorta a chi fosse dedicata quella via, perch quelle donne stessero guatando in silenzio, ognuna sola sul suo scalino aspettando nella notte; ma nel guardare e vedere il procace arredo cominci a capire: e ove pur fosse rimasta in dubbio, un incidente subito occorso l'avrebbe certamente illuminata.
Un arabo alto e smilzo, uno dei veri uomini del deserto, con gli zigomi sporgenti, il viso emaciato, i fieri occhi di falco luccicanti come di febbre, le membra ferrigne lunghe e sottili, indossante una ruvida veste bruna di rozzo tessuto e con un turbante legato con funicelle di pelo di cammello, s'insinu piano piano nel vicolo, scivol davanti a Domina e sal fino alla donna, tenendo qualche cosa nella mano rocciosa. Vi fu un breve colloquio; la donna stese la mano sulla scala, prese la candela, la tenne sulla mano aperta dell'uomo e si pieg per contare il denaro steso nella palma: lo cont due volte, attentamente, poi assent, si alz, si rigir tenendo la candela sopra la torreggiante acconciatura e sal lentamente la scala seguita dall'arabo che raccoglieva i suoi rozzi indumenti e li alzava, scoprendo le gambe nude. I due disparvero senza rumore nel buio, lasciando deserta l'entratura, i suoi bianchi scalini, i suoi muri bianchi fiocamente illuminati dalla luna.
La donna non aveva affatto guardato quell'uomo, ma soltanto il denaro nella sua mano rocciosa.
Domina avvamp e si trov a disagio; non sapeva neppur lei perch si fosse fermata a vedere; eppure non aveva potuto farne a meno. Ora, mentre tornava indietro da met del vicolo e camminava con quell'uomo a fianco, fantastic che cosa egli avrebbe pensato di lei. Ella non pot rivolgergli pi la parola; ormai capiva troppo bene tutte quelle scalette illuminate, che si seguivano immediatamente alla loro destra e alla loro sinistra, quelle figure immobili dagli occhi guatanti in cui luccicavano i raggi giallognoli delle candele. Il suo compagno non parlava, ma mentre camminavano gettava qualche occhiata furtiva da una parte e dall'altra, indi affissava la strada bianca. Quando svoltarono a destra sboccando presso i giardini, e Domina vide le folte chiome delle palme, nere sotto la luna, si sent sollevata e pot di nuovo parlare.
Vorrei che sapeste ch'io sono nuova a tutte le cose affricane e a questa gente, ella disse. Per cui  molto facile che io cada in errori in un luogo simile. Ah, ecco l'albergo, e la mia cameriera sulla veranda! Vi ringrazio proprio delle vostre attenzioni.
Erano a pochi passi dalla porta dell'albergo; l'uomo sost, e Domina pure.
Signora.... egli disse con ansia, con una specie di mal contenuta eccitazione, io.... io sono contento; io.... mi vergognavo.... mi vergognavo....
Di che?
Della mia condotta, della mia sgarbatezza; ma voi la perdonerete. Io non sono avvezzo a stare in compagnia di signore.... come voi. Tutto quel che ho fatto, non l'ho fatto per scortesia. Non posso dir altro: non l'ho fatto per scortesia.
Pareva che quasi egli tremasse dall'agitazione.
Lo so, lo so, disse lei. E poi, non  stato niente.
No, no,  una cosa sconvenientissima, lo capisco; io non sono tanto rozzo da non capirlo.
Domina sent subito che considerar la cosa sotto l'aspetto con cui egli la vedeva, per quanto esagerato potesse essere, sarebbe la cosa migliore, anche la pi delicata.
S, foste rude con me; ella disse, ma da ora in poi non voglio ricordarlo pi.
Gli porse la mano, egli l'afferr, e di nuovo parve a Domina che una fornace spandesse su lei il suo ardente calore.
Buona notte.
Buona notte, signora. Grazie.
Ella si avviava alla porta dell'albergo, ma si sofferm.
Io mi chiamo Domina Enfilden, disse in inglese.
L'uomo rimase fermo a guardarla; ella aspettava: credeva ch'egli le dicesse il suo nome. Segu un silenzio; alla fine egli disse con esitazione, in inglese, con un lievissimo accento straniero.
Io mi chiamo Boris.... Boris Androvsky.
Batouch mi aveva detto che eravate inglese, replic Domina.
Mia madre era inglese, ma mio padre era russo, di Tiflis. Il mio nome  quello.
V'era un suono nella sua voce, quasi egli insistesse come chi asserisce una cosa non facilmente credibile.
Buona notte, disse di nuovo Domina.
E se ne and lentamente, lasciandolo fermo nella strada illuminata dalla luna.
Egli non vi rimase a lungo, n la segu nell'albergo; dopo ch'ella fu scomparsa, rimase un momento con gli occhi alzati alla veranda deserta su cui cadeva la luna; poi si volse e guard verso il villaggio, esit, e alla fine mosse lentamente al vicolo appartato in cui sulle strette scale sedevano le ragazze dipinte, come in agguato, nella notte.
...
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Capitolo 3.
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La mattina dopo Batouch arriv con un bel cavallo arabo grigio perch Domina lo provasse. Egli era molto contrito della notte precedente; ma Domina gli aveva con facilit perdonato di aver fatto passare in prima linea Susanna, che di certo doveva aver prodotto una grande impressione sul suo carattere suscettibile. Ad non era stato che lievemente ferito da Irena, ma non comparve all'albergo per una ragione spiegabilissima: tanto la ballerina che lui erano per il momento ben custoditi, fin che i giudici di Beni-Mora non avessero ponderato su chi ricadesse la responsabilit del subbuglio della notte precedente. Che il vero colpevole fosse il sorridente poeta non era facile lo immaginassero, ed egli non ne sembrava affatto turbato. Quando Domina chiese di Ad, Batouch dimostr un'olimpica indifferenza, e quando ella accenn alla sua parte astuta come causa della tragedia, egli replic calmo calmo:
Ad-ben-Ibrahim da qui avanti sapr se il dromedario con la lingua enfiata pu mordere.
Poi, saltando sul cavallo di cui aveva in mano la briglia, lo fece impennare, caracollare, sbizzarrire dinanzi a Domina; prov dinanzi a lei tutti i suoi passi, cavalcandolo superbamente e scoccando occhiate assassine a Susanna che stava affacciata al parapetto della veranda con una espressione di rapimento sul volto.
Domina ammir il cavallo, ma desider di montarlo ella stessa prima di venire ad una conclusione qualsiasi sull'animale. Aveva portato con s la sua sella, e ordin a Batouch di porla sull'animale; intanto ella risal in camera per cambiarsi il vestito. Quando usc sulla veranda vi trov Boris Androvsky che se ne stava a testa nuda al sole con gli occhi abbassati su Batouch e il cavallo. Egli si volse prontamente, salut Domina con un profondo inchino, indi ne esamin l'abbigliamento con gli occhi spalancati pieni di sorpresa.
Vado a provare quel cavallo, disse lei in tono amichevole, per vedere se posso comprarlo: v'intendete di cavalli?
Non molto, temo, signora.
Ella aveva parlato in inglese, e lui rispondeva nella medesima lingua; ora ella stava a caposcala, tenendo blandamente il frustino nella destra. Il vestito severo che le stava a pennello modellava perfettamente il suo personale stupendo, ed ella vide di esser guardata da lui con una strana espressione degli occhi, con un'ammirazione quasi ardente e al tempo stesso rispettosa e pura: era come lo sguardo di un focoso scolaretto, tra la puerizia e la giovent, i cui naturali istinti siano svegli ma il temperamento del quale sia ancora incontaminato dal vizio: uno sguardo che era un caloroso tributo, e che diceva una intera storia di sensualit e di certo di calda, investigatrice inconsapevolezza, uno di quegli strani sguardi di un uomo non pi tuttavia giovanissimo, che fece balzare e fremere qualche cosa in lei; ella ne fu sorpresa e anche un po' irritata, non per contro gli occhi che le avevano cagionato quel perturbamento.
Arrivederci, ella disse in francese, voltandosi per scendere.
Posso.... posso stare a vedervi salir su? disse Androvsky.
Salir su? fece lei.
A cavallo?
Ella sorrise di quel suo modo d'esprimere l'atto di montare a cavallo. Non doveva intendersi molto di esercizi fisici, nonostante la sua forza muscolare.
Sicuro, se vi fa piacere. Venite.
Senza avvedersene, gli parlava quasi come a uno scolaretto, non con superiorit, ma con quella specie di gravit che le persone pi attempate adoprano talvolta benevolmente coi giovani. Egli non ne parve offeso, e la segu sotto il portico.
La sella da donna era al suo posto e il poeta teneva il leardo per la briglia. Alcuni ragazzi arabi si erano riuniti sotto il portico per vedere che cosa accadeva; il cameriere arabo si traccheggiava sulla porta, con la nappa del fez dondolante contro la pallida gota. Il cavallo s'imbizzarr e, inquieto, diede una strappata alle redini, sollevando dal suolo i piedi delicati, battendo la lunga coda sulle strette natiche, e guardando in tralice coi suoi occhi scuri e brillanti, che erano vivaci di una nervosa intelligenza quasi febbrile. Domina si avvicin e lo carezz con la mano; l'animale s'impenn e sbuff: tutto il suo corpo sembrava fremer del desiderio di galoppare furiosamente, lontano, solo, in qualche luogo remoto.
Androvsky si mise presso al cameriere, guardando Domina e il cavallo, con gli occhi pieni di maraviglia e di timore.
L'animale, irritato dalla inazione, cominci violentemente a dar del capo innanzi e a girar su se stesso.
Qua le redini, disse Domina al poeta. Benissimo. Ora fatemi montatoio con la mano.
Batouch obbed: il piede di lei tocc appena la mano, ed ella fu in sella.
Androvsky usc con impeto sul selciato; i suoi occhi rilucevano di ansiet: Domina se ne accorse e rise allegramente.
Oh, non  cattivo! disse. Non sbalza di sella, e questa in un cavallo  la cosa pi pericolosa. La sua bocca  perfetta, ma  un animale nervoso e ha bisogno di muoversi: ora lo porter un poco per i giardini e torner indietro.
Ella lo aveva fino allora raffrenato; adesso lo lasciava andare e galoppar pei vialetti diritti, fra le palme, verso la stazione. Il prete era uscito fuori nel suo giardinetto con Bubb e si appoggiava alla siepe di eriche per guardar Domina. Bubb abbaiava in contralto; i ragazzi arabi saltellavano sugli alluci nudi, e uno di loro, che era lustrascarpe, agitava la cassetta sulla sua testa rapata; il cameriere arabo sorrideva come soddisfatto nell'essere spettatore di tanta bravura; ma Androvsky rimase immobile, affissando nella strada polverosa le forme sempre decrescenti del cavallo e della cavalcatrice, e quando scomparvero lasciandosi dietro una lucente nuvola di pulviscolo sabbioso turbinante nel sole, egli emise un profondo sospiro e il mento gli ricadde sul petto come se fosse stanco.
Posso procurare un cavallo anche al signore: vorrebbe un cavallo anche il signore?
Era la voce insinuante e allettatrice del poeta: Androvsky si riscosse.
Io non cavalco, disse in tono asciutto.
Insegner io al signore; io sono il miglior cavallerizzo di Beni-Mora: in tre lezioni....
Io non cavalco, vi ho detto.
Androvsky pareva irritato e s'inoltr per la via. Bubb, che stava ora osservando la Natura dal cancello del giardino del prete, emerse con un certo brio e gli and incontro salterellando evidentemente con l'intenzione di far conoscenza con lui. Accostatosi, il canino alz il capo e fece un'abbaiatina, scotendo al tempo stesso la coda in modo bonario, bench non pieno di effusione. Androvsky abbass la testa, si pieg rapidamente e gli diede qualche colpettino come suol fare soltanto chi vuol veramente bene agli animali ed  avvezzo a far loro quelle moine. Bubb, tutto contento, cominci a dimenarsi per dimostrare il suo affetto. Il prete dal giardino sorrideva; Androvsky non lo aveva veduto, e seguitava a scherzare col cane, il quale ora meditava di buttarsi disteso sul dorso riccioluto in mezzo di strada con la speranza che quel signore gli facesse il solletico, metodo che era una sua specialit. Sempre sorridendo, e con uno sguardo amichevole sul volto, il prete usc dal giardino e si avvicin ai due compagni di giuoco.
Buon giorno, signore, disse cortesemente, sberrettandosi. Vedo che volete bene ai cani.
Androvsky si rialz, lasciando Bubb in atteggiamento supplichevole, con le zampine alzate piamente al cielo. Quando vide che chi si rivolgeva a lui era il prete, il suo viso cambi, s'indur fino a divenire arcigno, e le labbra gli tremarono lievemente.
 il mio canino, continu il prete con voce gentile. Ha una gran simpatia per voi, a quanto pare.
Batouch, che aspettava Androvsky sotto il portico, not l'improvviso cambiamento della sua fisonomia.
Io.... io non sapevo che fosse il vostro cane, signore, altrimenti non gli avrei dato retta, disse Androvsky.
Bubb gli saltell ancora alle gambe; ma egli lo respinse piuttosto rudemente, e ritorn sotto il portico. Il prete parve imbarazzato e lievemente offeso. In quel momento l'elastico rimbalzo di un cavallo si ud sulla via: Domina, al piccolo galoppo, ritornava all'albergo. Gli occhi le brillavano, il suo volto era raggiante; ella salut il prete chinando il capo e fren il cavallo dinanzi alla porta dell'albergo dove stava ritto Androvsky.
Lo comprer, disse a Batouch, tutto ringalluzzito al pensiero della mediazione. E intanto ander subito a fare una lunga cavalcata.... fuori.... nel deserto.
Non andrete mica sola, signora?
Era la voce del prete. Ella gli sorrise allegramente.
Mi porteranno forse via i nomadi, reverendo?
Non  prudenza per una signora, credetemi.
Batouch si fece innanzi per rassicurare il prete.
Ci sono io a guida della signora, disse. Ho un cavallo pronto, gi sellato, per accompagnar la signora: ho gi mandato a prenderlo, signor curato.
Difatti si vedeva gi uno dei ragazzetti arabi correre con quanta lena aveva per la via Berta. Il volto di Domina si rannuvol subito: la presenza della guida le guasterebbe tutto il piacere che nella breve galoppata allora fatta ella aveva gi assaporato quanto fosse acuto: ferveva in lei il desiderio di esser felice.
Io non ho bisogno di voi, Batouch, disse.
Ma il poeta fu inesorabile, tanto pi che era secondato dal prete.
 mio dovere di accompagnar la signora; son responsabile io della sua sicurezza.
Voi non potete proprio andar sola nel deserto, disse il prete.
Domina diede un'occhiata ad Androvsky che stava silenziosamente un po' indietro sotto il portico, con aspetto alquanto imbarazzato e conscio di s; ella si ramment del proprio pensiero sulla torre mentre vedeva i giocolieri, e di quanto la presenza dello straniero le avesse fatto parer raddoppiato il suo piacere. Di fondo alla via Berta veniva il rumore del galoppo di un cavallo; il lustrascarpe se ne ritornava come il vento spronando con le gambe nude ambedue i fianchi di un fiero baio lucente, con la coda e la criniera svolazzanti.
Signor Androvsky, ella disse.
Egli sussult.
Signora?
Volete venire con me a fare una cavalcata nel deserto?
Il volto di lui s'imporpor, ed egli fece un passo innanzi, alzando lo sguardo su lei.
Io?... disse con accento d'infinita sorpresa.
S: volete venire?
Il baio giungeva con gran rumore, ma con una strappata fu fermato sulle zampe di dietro. Androvsky gli diede una guardata di traverso ed esit.
Domina s'immagin che rifiutasse e si pent di averlo invitato; se ne pent amaramente.
Non importa, disse quasi brutalmente nella sua irritazione contro se stessa.
Batouch!
Il poeta stava per saltar sul cavallo quando Androvsky lo prese per il braccio.
Vado io, disse.
Batouch s'imbronci.
Ma il signore mi aveva detto che....
Si ferm: la mano sul suo braccio lo aveva stretto come in una morsa. Androvsky si avvicin al baio.
Oh! Ha la sella araba, disse Domina.
Non importa, signora.
Era serio.
Siete avvezzo a quelle selle?
Per me  lo stesso.
Prese le redini e pose il piede nell'alta staffa, ma cos goffamente, che spinse il cavallo per parte; l'animale abbass il collo.
Badate, disse Domina.
Androvsky si aggrapp e riusc a porsi in sella, piantandovisi pesantemente, con un rimbalzo. Il cavallo si riscosse, abbass il collo in modo irrequieto, e cominci a sferrar calci con le zampe di dietro. Androvsky fu sbalzato in avanti, contro l'alto pomo rosseggiante della sella, e con le mani sul collo dell'animale. Vi fu una lotta. Egli tirava fortemente le redini; il cavallo arretr, s'impenn, butt il capo da una parte all'altra, all'indietro, come se volesse drizzarsi; Androvsky fu sbalzato di sella, e cadde pesantemente sulla spalla destra. Batouch prese il cavallo mentre Androvsky si alzava, tutto bianco di polvere: v'era la polvere perfino sul suo viso e sui suoi capelli corti. Egli sembrava irritato.
Vedete bene, cominci Batouch, parlando a Domina, che il signore non pu....
Datemi le redini, disse Androvsky.
Vi era un suono quasi terribile nella sua voce profonda. Egli non guardava Domina ma il prete, che stava un po' in disparte con un'espressione di ansia sul volto. Bubb abbai, eccitato da quella lotta. Androvsky prese le redini, e con una specie di furiosa risoluzione salt in sella e strinse le gambe contro i fianchi del cavallo; il cavallo s'impenn; il prete indietreggi sotto i palmizi, i ragazzi arabi si sparpagliarono; Batouch cerc il riparo del portico, e il cavallo, con un breve lamentoso nitrito che fu come un grido di rabbia, si slanci fra i tronchi degli alberi anelando il deserto, e scomparve in un lampo.
Non la scamper, disse il prete.
Bubb abbai disperatamente.
Colpa sua! fece il poeta. Mi aveva detto or ora da s che non sapeva stare a cavallo.
Perch non avvertirmi, allora? esclam Domina.
Signora....
Ma ella se n'era andata, seguendo Androvsky al trotto, per non spaventare il cavallo di lui galoppandogli dietro. Ella usc dall'ombra delle palme al sole: il deserto si stendeva dinanzi a lei; ella cerc avidamente con gli occhi, e vide il cavallo di Androvsky assai lontano, nel letto del fiume, spingersi, sempre a galoppo, verso mezzogiorno, verso la regione in cui, ella gli aveva detto, sulla torre, doveva albergare la pace. Pareva ch'egli avesse ascoltato cecamente le sue parole e fosse andato con frenesia alla caccia della pace. Ed ella lo insegu nel sole sfolgorante. Finalmente era fuori, nel deserto, oltre l'ultima cinta di verdura, oltre l'ultima fila di palmizi! Il vento del deserto le lambiva le gote e i capelli; la immensit del deserto le si stendeva intorno. Sotto gli zoccoli del suo cavallo giacevano i cristalli scintillanti sulla terra rugosa, riarsa. Le rocce rosse, sparse di sfumature di colori che ricordavano i fuochi primitivi e la inflessibile azione del calore, si ammassavano intorno a lei.
Ma gli occhi di Domina si affissavano sul lontano punto mobile che era il cavallo trasportante pazzamente Androvsky verso il mezzogiorno. La luce e il fuoco, l'aere sconfinato, quel senso di caccia la inebriavano; ella stimol il cavallo col frustino: l'animale salt, come se si districasse da un inceppamento, si abbass lievemente, indi si spinse innanzi nei fulgidi misteri a un furioso galoppo. Il punto nero ingross; Domina guadagnava terreno. Il ripido e scosceso margine del fiume presentava alla sua sinistra un'incavatura in cui un sentiero appena accennato s'inalzava aspramente sul piano circostante. Ella vi spinse il cavallo e s'inoltr fra le asperit su cui crescevano l'alfa e ciuffi di tamarisco. Una pallida sabbia volava di sotto le zampe del cavallo. Androvsky era pi in basso di lei, sul suolo scabroso in cui gi era straripata l'acqua. Ella guadagnava sempre terreno, fino a che si trov parallela a lui e pot vedere il suo dorso piegato, le braccia che si stringevano al pomo della sella rossa, le gambe spinte innanzi, quasi al disopra dei garetti del cavallo, dalle corte staffe con le loro lastre metalliche. Ora il cavallo era gi sbizzarrito, ella lo vedeva bene; nella sua corsa non c'era paura. Mentre ella guardava, vide Androvsky sollevar le braccia dal pomo della sella, stringer le redini lenteggiate, tirarle, buttarsi un po' all'indietro sulla sella, raffrenando il cavallo con tutta la forza: l'animale si ferm e rimase immobile.
"Deve avere una forza prodigiosa", pens Domina con ammirazione stupefatta.
Anche lei tir le redini del suo cavallo, e di sul ciglione emise un grido di richiamo. Androvsky volt il capo, la vide, e diresse lui pure il cavallo verso il ciglione, in quel punto ripido e senza alcun incavo.
Voi non potete salirvi, ella url.
Per tutta risposta Androvsky prem i fianchi del cavallo coi tacchi delle sue scarpe pesanti, e prosegu spietatamente. Ella pens che il cavallo sarebbe restio o cercherebbe d'impennarsi e di sbalzar di sella il cavaliere; ma invece l'animale prese lo slancio e sal il ciglione come un gatto selvatico. Si ud un rumore di sassi cadenti, uno sgretolio di terra smottata, indi egli le fu accanto, bianco di polvere, grondante di sudore, ansimante come se l'affannoso respiro gli dovesse spezzare il petto, con la schiuma del cavallo sulla fronte, e un selvaggio e pur esultante fulgore negli occhi.
Si guardarono scambievolmente in silenzio, mentre i due cavalli, fermi e quieti, abbassavano la testa sottile, graziosa, e accostavano il naso insieme come a scrutarsi delicatamente. Allora ella disse:
Io credevo quasi....
Poi si ferm.
S? disse lui, traendo un affannoso respiro che parve un singhiozzo.
.... che vi foste gi allontanato fino al centro della terra; oppure.... non lo so nemmeno io che cosa credevo. Non vi siete fatto male?
No.
Egli non poteva parlare che a monosillabi come prima. Domina guard attentamente il cavallo che egli montava.
Ora non vi far pi confondere. Dobbiamo tornare indietro?
Cos dicendo spingeva lo sguardo anelante nelle lontananze del deserto, fino a che non scrse una linea verde cupa che indicava i palmizi lontani di un'oasi.
Androvsky scosse il capo.
Ma voi.... ella esit, forse non siete avvezzo ai cavalli, specialmente con codesta sella....
Egli scosse di nuovo il capo, trasse un tremendo respiro e disse:
Non me ne curo; voglio andare avanti, non tornare indietro.
Sollev una mano, si deterse la fronte grondante, e disse di nuovo, fieramente:
Non voglio tornare indietro.
Il suo volto era straordinario di espressione risoluta, appassionata, che traluceva fra la polvere e il sudore. A lei parve il volto di un uomo che avesse combattuto strenuamente con la morte. Domina fu lieta delle sue ultime parole e le piacque il ferreo suono della sua voce.
Allora venite.
E cominciarono a cavalcare verso la cupa linea verde dell'oasi, lentamente sullo scabro terreno sabbioso fra le rotonde gibbosit dove cresceva il polveroso intrico di cespugli.
Non vi siete fatto male nella caduta? ella disse.  stata pericolosa.
Non lo so davvero; non me ne curo di quel che  stato.
Parlava quasi ruvidamente.
M'invitaste a cavalcar con voi, soggiunse, e io voglio cavalcare con voi.
Domina si ricord di quanto aveva detto Batouch: v'era energia in quell'uomo, un'energia che affiorava dall'impacciato contegno, dalla esitazione, dall'insipienza e la rudezza di lui, come uno scoglio nero dal mare. Ella non rispose, e continuarono a cavalcare, sempre lentamente. Il cavallo di Androvsky, sbizzarrito ora che ne aveva sentito la forza dopo la incapacit, procedeva quieto, bench sempre con l'andatura ondeggiante, leggera, elastica, blanda, particolare ai purosangue arabi, andatura per cui sembrano calcare il ponte di una nave pi che la salda terra. E ora quell'uomo pareva trovarsi meno a disagio sull'animale, bench sedesse goffamente sulla sella a seggiolino, e stringesse le redini quasi come chi sta per affogare si attacca a quel che gli capita. Domina cavalcava senza guardarlo, perch a lui non venisse in mente ch'ella potesse criticare il suo portamento. Nel vederlo rotolar nella polvere, ella si era accorta di aver provato un'acuta sensazione di disprezzo; gli uomini di sua conoscenza cavalcavano, cacciavano, si davano a tutti gli esercizi come cosa che naturalmente dovessero fare; lei stessa era atleta, e come quasi tutte le donne atletiche, era piuttosto proclive a guardar con compassione qualunque uomo che non fosse forte e agile al pari di lei. Ma quell'uomo, con la sua disperata risoluzione di non esser vinto, aveva subito ucciso in lei il disprezzo; ella sapeva, dallo sguardo sorpreso allora allora nei suoi occhi, che se cavalcar con lei quel giorno avesse voluto dir morte, egli non vi si sarebbe sottratto.
Alla femminilit di Domina piacque pi il tributo che l'atto stesso.
Ora il vostro cavallo va meglio, ella disse finalmente per rompere il silenzio.
Davvero? fece lui.
Non vi pare?
Signora, io non me ne intendo di cavalli e di cavalcature: da ventitr anni non ero montato a cavallo.
Ella rimase maravigliata.
Allora bisogna tornare indietro! esclam.
Perch? Gli altri cavalcano.... voglio cavalcare anch'io. Io lo fo malamente: scusatemi.
Scusarvi! disse lei. Ma anzi, ammiro il vostro coraggio. Ma perch non cavalcaste mai per tanti anni?
Dopo una pausa egli rispose:
Io.... io non.... non n'ebbi mai occasione.
La sua voce si era subito turbata. Ella non continu nell'argomento, ma diede qualche colpettino sul collo al proprio cavallo e volse lo sguardo alla cupa linea verde dell'orizzonte. Ora che si trovava veramente in pieno deserto ella si sentiva quasi stordita, e le pareva d'intenderlo meno di quando lo guardava dal giardino del conte Anteoni. Le migliaia e migliaia di gibbosit sabbiose, ciascuna coronata dal suo nano ciuffo polveroso, ciascuna identica all'altra, l'agitavano come se ella si trovasse al cospetto di una immensa turba di popolo. Ella aveva bisogno di qualche punto che impedisse ai suoi occhi di vagare; ma non pot trovarlo, ed era mentalmente agitata come il nuotatore che, spintosi troppo in mare, incalzato dalle onde, vede dinanzi a s la incessante spuma di quelle che si spingono all'orizzonte. Verso qual luogo cavalcava? Poteva per qualcuno esservi una meta in quell'immensit? Ella sent un prepotente bisogno di averne una, e guard di nuovo la linea verde.
Credete che possiamo spingerci fin l? domand ad Androvsky, accennando col frustino.
S, signora.
Quella dev'essere un'oasi: non pare anche a voi?
S; posso affrettarmi anche di pi.
Tenete le redini pi molleggianti; non date strappi alla bocca del cavallo. Non dovete avervi per male se ve ne avverto: io sono stata tutta la vita coi cavalli.
Grazie, rispose lui.
E tenete pi in fuori i calcagni: cos  molto meglio. Sono sicura che voi potete insegnare a me una infinit di cose; permettetemi dunque d'insegnarvi questa.
Io non ho niente da insegnare, disse lui.
Misero i cavalli di galoppo, e col moto pi veloce Domina sent accrescersi la calma. Le pareva di avere il cervello stranamente leggero, quasi che i pensieri ne sfuggissero come piume da un sacco; la facolt di concentrarli l'abbandonava, ed ella era pervasa da una sensazione d'indolenza, di certo zingaresca. Il suo corpo, immerso nell'aria asciutta e fine come in un limpido bagno fresco, non soffriva dei cocenti dardi del sole, ma si sentiva fra soddisfatto e neghittoso. Essi andavano, andavano in silenzio, come due intimi amici avrebbero potuto cavalcare insieme, isolati dal mondo e contenti di essere in compagnia, tanto contenti da non aver bisogno di parlare. Nemmeno una volta balen in niente a Domina che fosse una stranezza andar cos lontano nel deserto con un uomo di cui ella non sapeva nulla, ma nel quale aveva notato alcune eccentricit; ella era intrepida per natura, ma ci aveva poco che fare con la sua condotta: senza esserselo detto, ella sentiva di potersi fidare di quell'uomo.
La cupa linea verde si mostrava pi chiara attraverso la luce solare in fondo alla distesa splendente; era ora possibile vedervi alcune piccole irregolarit, come in un confuso bozzetto buttato gi sulla tela da una mano incerta; ma era impossibile distinguervi i palmizi. L'aria luccicava come se fosse piena di un pulviscolo luminoso, e presso al suolo pareva tremolasse una reticella di fulgidi punti saltellanti. Dappertutto v'era solitudine, dappertutto un movimento incessante di cose minute e vitali, d'incanti solari appena visibili, eternamente scherzanti.
E Domina sentiva accrescere in s la sensazione di neghittosit; ella non aveva mai provato una indifferenza cos deliziosa: testa e cuore erano in lei leggeri, privi di pensiero e di amore. Le cose tristi non avevano qui significato, e le cose gravi non avevano ragione d'esistere; perch il sangue era pieno di raggi solari fatti danzare dalla cetra di Apollo. Nulla importava in quel luogo; perfino la Morte indossava una veste d'oro e incedeva con passo lieve. Ah, s! Da quella regione di luce palpitante e di calore gli arabi traevano la loro facile e placida rassegnazione. In quel luogo si era nelle mani di un Dio che di certo cantava mentre creava e non aveva creato la paura.
Passarono parecchi momenti, ma Domina era incurante del tempo come di tutto il resto. La linea verde si spezzava in ciuffi piumati, si allargava in una ancor pi lontana cupezza di palme.
Acqua!
La voce di Androvsky parl, mentre egli sussultava. Domina si eresse. I loro cavalli si toccavano, e subito, col cessare del moto, l'incanto del deserto scese su loro, e cos la maraviglia del suo silenzio; e parve ch'essi fossero l, assorti in un sogno prodigioso, in qualche cosa di fantastico, insieme coi loro cavalli.
Acqua! disse di nuovo Androvsky.
Egli accenn, e lungo il limitare dell'oasi Domina vide a mano destra acque calme e grige. I palmizi si spingevano fino a quelle e ne erano dolcemente bagnati, e sul loro specchio si ergevano di tanto in tanto minuscole isolette scure. S, v'era acqua, eppure.... Il suo mistero era un mistero per lei pi inscandagliabile di quello di un bianco mare nordico in un'ora crepuscolare dell'inverno, era pi profondo del mistero della veneta laguna quando le campane dell'Angelus squillano al tramonto ed ogni barca lontana, ogni curvo gondoliero, ogni paziente pescatore, diviene una maraviglia, una cosa arcana nell'oro.
 un miraggio? gli disse Domina quasi in sussurro.
E a un tratto rabbrivid.
S,  un miraggio; dev'essere proprio un miraggio, ella riprese.
Androvsky non rispose; la sua mano sinistra che teneva le redini cadde sul pomo della sella, e, con gli occhi spalancati nel vuoto, egli si protese e mosse le labbra. Domina lo guard e dimentic anche il miraggio in una improvvisa bramosia di capire esattamente ci che egli provasse. Il mistero di lui, il mistero di quel che  umano e che stende perennemente le braccia, era come il fluente mistero del miraggio, e sembrava in quel momento confondersi col mistero ch'ella sapeva racchiuso in se stessa. Il miraggio era in loro com'era lontano da loro nel deserto, quieto, grigio, pieno sicuramente d'indistinto moto e fors'anche di suoni ch'essi non potevano udire.
Finalmente Androvsky si volt e guard Domina.
S, dev'esser miraggio, egli disse. Il nulla che pare esser tanto. Un uomo si spinge nel deserto e vi trova il miraggio. Viaggia, viaggia, ecco a quel che arriva!... E nemmeno egli pu toccarlo, ma vederlo da lontano. Ed  tutto. E questo  ci che un uomo trova quando esce nel mondo?
Era la prima volta ch'egli le parlava senza traccia di riserbo, poich, anche sulla torre, bench la sua voce fosse stata agitata e le sue parole avessero la fierezza di una strana passione, i suoi modi mostravano un'intima lotta, quasi la forza del sentimento lo spingesse a parlare, nonostante qualche cosa che lo costringeva al silenzio. Ora egli le parlava come a una persona di sua conoscenza e con la quale avesse discorso di parecchie cose.
Voi dovete saper codesto meglio di me, disse lei.
Io?
S; voi siete un uomo, e siete stato nel mondo, e dovete sapere quel che pu dare.... se ci sia solo miraggio, o altro che pu essere afferrato, e sentito, e vissuto, e....
S, io sono un uomo e dovrei saperlo, egli replic. Ebbene, io non lo so, ma intendo saperlo.
V'era un aspro suono nella sua voce.
Anche a me piacerebbe saperlo, disse Domina con calma. E a me pare che debba insegnarmelo il deserto.
Il deserto?... Come?
Non lo so.
Egli addit di nuovo il miraggio.
Ma ecco quel che v' nel deserto.
Questo.... e non altro?
V' qualche altra cosa?
Forse vi  tutto, rispose Domina. Io sono come voi: ho bisogno di sapere.
Egli la guard con sguardo diretto negli occhi, e vi era qualche cosa di dominatore nella sua espressione.
Voi credete che il deserto possa insegnarvi se il mondo contiene qualche altra cosa oltre un miraggio, disse lentamente. Ebbene, io credo che a me non possa insegnarmelo il deserto.
Ella non replic, ma lasci andare il cavallo e si rimise in cammino. Androvsky la segu, e mentre cavalcava goffamente, ma audacemente, premendo le lunghe gambe contro i fianchi dell'animale, e protendendo la persona sottile, egli guard, con ardente invidia negli occhi, il busto eretto di Domina e la sua splendida grazia flessibile che secondava i movimenti del suo cavallo come l'onda seconda il vento.
Non parlarono fino a che i grandi giardini di palme dell'oasi da loro veduti da lontano non furono pi presso a loro; dal deserto sembravano insieme trasandati e superbi, come se qualche milionario avesse profuso il suo denaro per crear l un paradiso, e, prima di vederlo terminato, si fosse a un tratto pentito del suo capriccio, e non avesse voluto spendervi pi. Le migliaia e migliaia di rigogliosi alberi erano recinte da lunghi e irregolari muri di ruvida terra, coronati da un intrico di frasche spinose. Quei muri, col loro rozzo e meschino aspetto, erano in aspro contrasto con l'esotico mistero che custodivano; pure, nella fiera vampa del sole, la loro meschinit non riusciva sgradita, e nemmeno a Domina dispiacque: le sembrava che il deserto avesse fatto mareggiar le sue onde per impedire a quell'audace oasi di stender pi oltre la sua verde gloria come una sfida in faccia al Sahara. Una larga striscia di terreno, sparsa di sassi e piena di profondi solchi, buche e protuberanze, serpeggiava dal deserto fra le mura di terra e si disperdeva nel cuore dell'oasi; essi la seguirono.
Domina era piena di una specie di curiosit romantica. Quel remoto rigoglio di palme in mezzo alla desolazione, evidentemente non coltivato da mani umane (perch nessuna figura vi si moveva framezzo, come nessuno era sulla strada) dava idea di qualche occulto proposito e di qualche celata attivit di un personaggio nascosto, un conte Anteoni dell'Oriente, la cui dimora doveva esser sicuramente pi oltre. Come ella aveva sentito il richiamo del deserto, sentiva ora il richiamo dell'oasi. In quella terra vibrava eternamente un comando di spingersi pi oltre, di vedere, di penetrare, di essere un appassionato pellegrino; Domina fantastic se il suo compagno di viaggio lo sentisse lui pure.
Non so perch, ella disse, ma in questa solitudine io mi sento ognora in attesa: mi par sempre che stia per accadermi qualche cosa di prodigioso.
Ella non aggiunse: "E voi?" Ma lo guard come s'egli dovesse replicare.
S, signora, disse lui.
M'immagino che sia perch son nuova all'Affrica:  la prima volta che ci vengo; non sono come voi; non so parlar l'arabo.
A un tratto ella fantastic se il deserto fosse nuovo a lui come a lei. Aveva arguito di s; pure, siccome egli parlava arabo, era quasi certa ch'egli fosse stato un pezzo in Affrica.
Non lo parlo bene, rispose lui.
E volse lo sguardo ai folti boschetti di palme. Il sentiero andava ristringendosi, e a un certo punto gli alberi che lo fiancheggiavano convergendo le loro cime vi gettarono mobili ombreggiamenti, approfondendone il silenzioso mistero. Fin dove poteva spingersi l'occhio, il fogliame piumato e folto ondeggiava al venticello. Il deserto era sparito, ma mandava dietro a loro il messaggio della sua anima, il maraviglioso alito di cui Domina aveva imbevuto i suoi polmoni appena vi era giunta dinanzi. Quell'alito  come una viva presenza: esso alberga in tutte le oasi. Gli alti muri di terra nascondevano i giardini. Domina anelava di vederli per sapere che cosa contenessero, se vi fosse qualche abitazione in quei cupi e silenziosi recessi, qualche scaturigine, fiori o praticelli erbosi.
Il suo cavallo nitr.
Qualche cosa si avvicina, ella disse.
Svoltarono a un angolo e si trovarono a un tratto in un villaggio. Una turba di ragazzi seminudi si sparpagli intorno alle zampe dei loro cavalli; degli uomini seduti in fila, con le vesti bianche o color terra, li guardarono con occhi imbambolati, all'ombra di alte case di terra senza finestre; alcuni cani bianchi scorrazzarono sui tetti piani, protendendo i musi infuriati, mostrando i denti e abbaiando rabbiosamente. Una quantit di galline svolazz in grande orgasmo da una parte all'altra; un mulo bigio, legato con una fune a una porta di legno di palma e carico di fastelli, cominci a scalciare verso un negro che subito si mise a percuoterlo furiosamente con un palo; indi Domina e il suo compagno si trovarono dinanzi una fila di cammelli dal tacito passo, i quali voltarono i colli serpentini di qua e di l mentre si avanzarono con pacata e sonnolenta inflessibilit. In lontananza vi era l'abbagliante veduta della piazza di un mercato affollata di forme moventi e ronzante di rumori.
Il contrasto fra la misteriosa pace e quella vita intensa e concentrata era sorprendente.
Essi evitarono con difficolt l'ingombro dei cammelli, spingendo i cavalli fra gli uomini che sonnecchiavano contro i muri e che si ritrassero e s'inerpicarono al sicuro, per poi balzar loro innanzi e circondarli, affissandoli con uno sguardo pieno di terribile attenzione e scrutando i cavalli con occhio esperto; i ragazzi saltellavano e cominciarono a chieder l'elemosina, e un uomo colossale, col naso schiacciato e i denti neri che parevano zanne, pos una mano gigantesca sulla briglia di Domina e disse in un atroce francese:
Son io la guida, son io la guida! Guardate i miei certificati. Non prendete altri. Qui la gente  ladra: io sono il solo uomo onesto. Io far veder tutto alla signora; io porter la signora all'albergo. Ecco i miei certificati! Leggeteli. Leggete che cosa dice di me il lord inglese. Io solo qui sono onesto! Io sono l'onesto Mustaf!
Le cacci fra le mani un rotolo di fogli scoloriti e di sudici biglietti da visita. Ella se ne sbarazz, ridendo, e i preziosi documenti si sparpagliarono sul collo del suo cavallo. L'uomo sobbalz freneticamente per riacchiapparli, aiutato da quelli ch'egli chiamava ladri. Comparve una seconda carovana di cammelli, preceduta da uomini sudici e cenciosi, che gridavano perch fosse fatto loro largo. L'uomo colossale, brandendo il rotolo dei suoi fogli ricuperati, si precipit loro incontro, strillando in arabo, li ricacci indietro a pedate, colp i cammelli con un bastone fino a che quelli pi innanzi retrocedettero su quelli indietro e la strada fu sbarrata da bestie agitate ed echeggi delle aspre voci degli animali, del cozzo degli orci di legno fra loro, e delle disperate proteste dei cammellieri, uno dei quali era stato fatto rotolare su un mucchio d'immondizie perdendo perfino il turbante.
L'albergo! Codesto  l'albergo! La signora scender qui. La signora manger in giardino. Signor Alfonso! Signor Alfonso! Ci sono degli avventori per il djeuner: li ho portati io. Non date retta a Mohammed.... Sono stato io che.... Ora aiuter la signora a scendere.
Domina si trov in una piccola osteria dinanzi a una fila di bottiglie d'assenzio, ridendo, quasi senza fiato; ella non si raccapezzava nemmeno come vi fosse giunta. Nel voltarsi indietro, vide Androvsky ancora a cavallo in mezzo alla turba clamorosa. Ella and sulla porticina bassa, ma Mustaf le sbarr il passo.
Questo  Sidi-Zerzur. La signora manger in giardino:  stanca, si sente male. Manger, e poi vedr la gran moschea di Zerzur.
Sidi-Zerzur! esclam lei. Signor Androvsky, lo sapete dove siamo? Questo  il famoso Sidi-Zerzur, dove  sepolto il gran guerriero e dove gli arabi vengono in pellegrinaggio ad adorar la sua tomba.
S, signora.
Egli rispose a voce bassa.
Poich siamo qui andremo a vederla, riprese lei. Sapete? Io credo che ci converr cedere all'onesto Mustaf e far colazione in giardino. Sono le dodici, e io ho fame. Poi potremo visitar la moschea e cavalcar verso casa nel pomeriggio.
Androvsky rimaneva appollaiato sul cavallo e la guardava con muta esitazione mentre gli arabi stavano intorno a loro, affissandoli.
Preferite di non farlo?
Domina parlava placidamente: egli si sbarazz i piedi dalle staffe: una quantit di braccia e mani brune si protesero per aiutarlo. Ella rientr nell'osteria e ud subito fuori una confusione di voci, il nitrito e lo scalpitio di un cavallo, ma non si guard intorno. Dopo tre minuti Androvsky venne a unirsi a lei: egli zoppicava lievemente ed era un po' pi curvo del solito. Dietro al banco su cui stava la bottiglia dell'assenzio v'era uno specchio appannato, ed ella vide ch'egli vi gett una rapida e furtiva occhiata, alz le mani e cerc di togliersi un po' di polvere dai capelli e dalle spalle.
Lasciate fare a me, disse subito lei. Rigiratevi.
Egli obbed senza una parola, voltandole la schiena. Con tutt'e due le mani coperte di morbidi e comodi guanti scamosciati, ella tolse la polvere dal suo vestito. Quando ebbe finito ella disse:
Ecco: ora va meglio.
La sua voce era spigliata. Egli non si mosse e non fiat.
Ho fatto quel che potevo, signor Androvsky.
Allora egli si rigir lentamente, ed ella vide con sorpresa che i suoi occhi erano pieni di lacrime. Egli non la ringrazi n disse una parola.
Un francese piccolo, rachitico, con le palpebre rosse e i baffi spioventi fin sul labbro inferiore sporgente, pregava ora la signora di seguirlo attraverso una porticina oltre la quale erano visibili tre gazzelle ammazzate di fresco stese in una striscia di sole, presso un reticolato per i polli. Domina gli and dietro con Androvsky e l'onesto Mustaf, che, in retroguardia, non rifiniva di proclamar le sue virt, e giunsero tutti nel pi curioso giardino che ella avesse mai veduto.
Era lungo, stretto e arruffato, senza erba n fiori, col suolo scabroso di nuda terra cotta dal isole, indurita come mattone, in cui si alternavano protuberanze e avvallamenti. Subito dietro all'osteria, dove le gazzelle morte coi loro grandi occhi vitrei giacevano presso il reticolato, un rozzo pergolato di legno in cui si attorcevano tralci di vite faceva ombra. Al di l v'era un intrico di aranci, palmizi, alberi da gomma e fichi, che crescevano a loro beneplacito e gettavano chiazze di ombra profonda sulla terra, in strano contrasto con l'intensa luce solare gialla che le contornava appena finiva il fogliame. V'era stato un tentativo di far veri viottoli e vere aiuole conficcando dei giunchi nei buchi di cui era forato il terreno; ma i sentieri erano venuti a zig-zag come l'andatura di un ubriaco, e le aiuole rotonde o oblunghe non contenevano traccia di piante. Da ambo i lati s'inalzavano scabri muri di terra pi alti di un uomo e coronati di frasche spinose, e vi si affacciavano palmizi. In fondo al giardino scorreva un lento ruscello di acqua motosa in un alveo coi ciglioni scoscesi calcati da molti piedi. Dietro a quello v'era un altro muro di terra pi basso, poi un altro laberinto di palme. Il caldo e il silenzio strisciavano in quel luogo come rettili sulla calda mota di un fiume tropicale in una giungla. V'era un grande scorrazzio di lucertole che sbucavano e rientravano negl'innumerevoli crepacci dei muri, un gran ronzio di mosche sotto le foglie frastagliate dei fichi, e un gran formicolio d'insetti nei roventi spacchi del terreno.
L'oste propose di mettere una tavola sotto la pergola, presso il muro dell'osteria, ma Domina lo preg di porla invece in fondo al giardino presso la corrente. Col valido aiuto dell'onesto Mustaf egli ve la port e l'apparecchi alla svelta sotto l'ombra di un fico, mentre Domina e Androvsky aspettavano in silenzio su due seggiole impagliate.
L'atmosfera del giardino era ostile al conversare: il pigro corso d'acqua motosa, gli alberi quasi immoti, il caldo rinchiuso fra tutti quei muri che lo circondavano, il monotono ronzio delle mosche, intorpidivano la mente. Tuttavia la lunga cavalcata e l'aria ardente del deserto rendevano pieno di volutt quel riposo.
Il viso di Androvsky perdette la sua espressione agitata mentre egli guardava con occhio quasi atono l'acqua bruna scorrer lentamente fra i margini bruni, e i bruni muri a cui si affacciavano i palmizi. Le sue membra dolenti si riposavano; le mani gli pendevano fra le ginocchia. E Domina socchiuse gli occhi. Una strana pace discendeva su lei: avvolta nel caldo e nel silenzio, per il momento non sentiva bisogno di niente; il lieve ronzio delle mosche le risonava negli orecchi e sembrava perfino pi silenzioso che il silenzio su cui richiamava l'attenzione. Non le era mai accaduto, nemmeno nel giardino del conte Anteoni, di sentirsi pi totalmente ritirata dal mondo. Le piumate chiome dei palmizi erano come mani di sentinelle che la preservassero dal contatto con tutto ci ch'ella aveva conosciuto; e al di l di loro si stendeva il deserto, la vuota solitudine accesa dal sole. Domina chiuse gli occhi e mormor fra s: "Mi sono spinta lontano. Mi sono spinta lontano." E le mosche lo dicevano monotonamente nei suoi orecchi, e le lucertole lo sussurravano insinuandosi nei crepacci dei muri e sbucandone fuori. Ella ud Androvsky che si moveva e dischiuse lentamente le labbra. E le mosche e le lucertole continuavano il ritornello. Ma ella disse allora:
Ci siamo spinti lontano.
L'onesto Mustaf si fece innanzi col suo passo rimbombante di basci-buzuk; la colazione era pronta. Domina sospir. Essi presero i loro posti sotto il fico, uno per parte della tavola d'abete coperta di una rozza tovaglia bianca, e Mustaf, con gesti tremendi e impostature gigantesche che ricordavano l'indomito discendente di legioni di uomini nati da libera gente, imbevuti di sole, serv loro pesci vermigli, frittata, costolette di gazzella, formaggio, arance e datteri, insieme a vino bianco e acqua di Vals.
Androvsky parlava appena; ora che era seduto a mensa con Domina, era visibilmente impacciato; sorvegliava ogni suo movimento, sembrava si peritasse a mangiare, e rifiut la gazzella, provocando la turbolenta sorpresa di Mustaf e le sue prolungate spiegazioni sul delizioso sapore di quella carne del deserto; ma Androvsky rifiut ancora, e parve inquietamente impacciato.
 proprio squisita, disse Domina che la mangiava. Ma forse voi non fate uso di carne.
Ella parlava con indifferenza, e fu sorpresa di vedere ch'egli la guard con improvviso sospetto, indi prese anche lui la gazzella.
Quell'uomo sferzava di continuo la sua curiosit per tenerla desta; eppure ella si trovava stranamente bene con lui; sembrava, per cos dire, ch'egli facesse parte della impressione da lei avuta del deserto, e ora, mentre sedevano a mensa sotto il fico tra le alte mura di terra, e al fresco nel silenzio non interrotto (poich dopo la sua ultima osservazione Androvsky era rimasto con gli occhi sul piatto, e non diceva parola), Domina cercava d'immaginarsi il deserto senza di lui.
Ella pens alla gola di El-Akbara, al freddo, al buio, e poi al sole e al paese azzurro: il sole e l'azzurro avevano allora incorniciato il volto di quell'uomo. Ella pens alla notte silenziosa in cui s'era spenta la voce dell'obo affricano: il passo di lui aveva rotto il silenzio. Ella pens al giardino del conte Anteoni, e a se stessa inginocchiata sulla calda sabbia, con le braccia sul parapetto bianco e lo sguardo fisso nelle regioni del sole, al proprio sogno sulla torre, alla sua visione quando Irena danzava. E dappertutto v'era lui, come se facesse parte del meriggio, come se facesse parte del crepuscolo, come se fosse sicuramente a capo degli adoratori che sfilavano nella pallida processione di coloro che ricevevano doni dalle mani del deserto. Ella non poteva ormai pi immaginare il deserto senza lui. Il sentimento quasi penoso che era sorto in lei nel giardino, quello cio del potere umano che distraeva la sua attenzione dal potere del deserto, stava per svanire, forse era gi totalmente svanito; di certo un altro sentimento veniva ora a sostituirlo: quello che Androvsky appartenesse al deserto ancor pi degli arabi, che gli spiriti del deserto gli si stringessero intorno, gli afferrassero le mani, gli sussurrassero negli orecchi, e imponessero le loro mani invisibili sul suo cuore. Ma....
La colazione era ormai finita. Domina si accomod di nuovo con la seggiola di faccia al pigro ruscello, mentre l'onesto Mustaf si precipit, con movimenti che ricordavano quelli di una formosa pantera, a prendere il caff. Androvsky segu Domina dopo un momento di esitazione.
Fumate, ella disse.
Egli accese un piccolo sigaro con difficolt; ella cercava di non guardarlo, tuttavia una volta o due gli di un'occhiata, convincendosi sempre pi che non era avvezzo a fumare. Ella accese la sigaretta, e si accorse di esser da lui guardata con una sorpresa piena di orrore che si cambi in fissa attenzione. In quell'uomo v'era pi del ragazzo, pi del fanciullo di quanto ella non avesse mai veduto in altri; eppure in certi momenti le pareva ch'egli fosse penetrato pi profondamente degli altri uomini di sua conoscenza nelle cupe e tortuose valli dell'esperienza.
Signor Androvsky, ella disse, guardando l'acqua lenta del ruscello scorrer verso i giardini nascosti, siete nuovo del deserto?
Ella anelava di saperlo.
S, signora.
Io pensavo che forse.... fantasticavo che vi aveste gi un po' viaggiato.
No, signora. Io lo vidi ieri l'altro per la prima volta.
Come me!
S.
Vi erano dunque entrati insieme per la prima volta. Ella rimase zitta, seguendo con lo sguardo la pallida spira di fumo nell'ombra, poi nella luce del sole, le lucertole che strisciavano sulla terra arroventata, le mosche turbinanti sotto i muri bassi, i palmizi che si affacciavano in quel giardino dai giardini circostanti, appartenenti a gente orientale, nata l e che probabilmente vi morirebbe e si ridurrebbe in polvere fra le radici delle palme.
Sul ciglione di terra dall'altra parte del ruscello apparve, mentre ella guardava, una brillante figura, uscita di certo a un tratto, tacitamente, scalza, da un ascoso giardino: era un'alta fanciulla non velata, la quale indossava una veste svolazzante di color magenta acceso e che recava nelle brune mani squisitamente modellate una quantit di fazzoletti: scarlatti, arancioni, verdi, gialli e carnicini. Ella non volse lo sguardo nel giardino dell'albergo, ma raccolse in un fascio con una mano gli svolazzi della veste, mettendo in evidenza le gambe snelle sin parecchio sopra il ginocchio, scese nel ruscello, e piegandosi tuff i fazzoletti nell'acqua.
La corrente li prese; essi si stesero sulla torbida superficie del ruscello e si spinsero innanzi come se, improvvisamente dotati di vita, lottassero per sfuggire alla mano che li teneva.
Il volto della fanciulla era bello, con lineamenti minuti e regolari e occhi lucenti, teneri. Il suo personale non ancora pienamente sviluppato era perfetto di forme e sembrava vibrar soavemente dello spirito della giovent. La sua carnagione bronzina faceva pensare a qualche cosa di scultorio, e ogni nuovo atteggiamento ch'ella prendeva, mentre l'acqua le mulinava intorno, rafforzava quel pensiero. Nella luce dorata che la inondava, fra i bruni margini, le brune acque, i bruni muri che facevano ancor pi risaltare il crudo color magenta della veste ora raccolta e i vivaci colori dei fazzoletti che cercavano di sfuggirle di mano, coi piumati palmizi di fianco, il limpido cielo azzurro sul capo, ella aveva un aspetto cos stranamente affricano e tanto grazioso, che Domina la guardava quasi trattenendo il fiato.
La fanciulla tolse i fazzoletti dal ruscello, risal il ciglione, e li stese ad uno ad uno sul muro basso di terra ad asciugare, lasciando ricader la veste. Quando ebbe finito di accomodarli si rigir, e non pi intenta alla sua occupazione, abbass le lunghe ciglia nel giardino di faccia e vide Domina e il suo compagno. Ella non si mostr sorpresa, ma rimase ferma un momento, indi scomparve dalla parte per dove era venuta: non restarono che quei quadrati di vivaci colori sul muro ad accennare ch'ella era stata l e che ritornerebbe. Domina sospir.
Che leggiadra creatura! ella disse, pi fra s che a Androvsky.
Egli non parl, e il suo silenzio le fece consciamente domandare s'egli assentiva in quell'ammirazione.
Vedeste mai nulla di pi bello e di pi caratteristico dell'Affrica? domand.
Signora, egli disse con voce lenta, rigida, io non l'ho guardata, quella donna.
Domina parve punta.
E perch? ribatt.
Il viso di Androvsky s'era rabbuiato e diveniva quasi crudele.
Queste indigene non m'interessano, disse. Non vedo nulla di attraente in loro.
Domina capiva ch'egli le diceva una bugia: non l'aveva ella veduto contemplare le danzatrici nel caff di Tahar? Ella si sent irritata e volle attribuire quella irritazione allo sdegno per l'ipocrisia di un uomo; poi cap di essere in collera perch Androvsky le aveva detto una bugia.
Duro fatica a crederlo, ella rispose seccamente.
Si guardarono a vicenda.
Perch no, signora? E se vi dico che  cos?
Ella esit; in quel momento comprendeva con sua sorpresa che in quell'uomo v'era qualche cosa che poteva farle quasi paura, che poteva impedirle perfino, forse, di fare una cosa ch'ella fosse risoluta di fare. Subito ella si sent ostile a lui, e cap che, in quel momento, egli era ostile a lei.
Se mi dite che  cos, naturalmente sono obbligata a credere alla vostra parola, ella disse freddamente.
Egli avvamp e abbass lo sguardo; la rigida disfida con cui s'era posto dinanzi a lei era sparita dal suo viso.
L'onesto Mustaf irruppe rumorosamente col caff. Domina lo serv a Androvsky; ella dovette fare un grande sforzo per compiere quella semplice azione con contegno calmo e in apparenza indifferente.
Grazie, signora.
La voce di lui sonava umile, ma ella si sentiva dura e come se vi fosse il ghiaccio in tutte le sue vene. Ella sorb il caff, guardando diritto dinanzi a s il ruscello. Il vestito color magenta comparve ancora una volta dal muro bruno; segu una veste gialla, poi una scarlatta e una purpurea. La fanciulla, accompagnata da tre curiose compagne giovinette, stava nel sole esaminando i forestieri con sguardo fermo, senza batter palpebra. Domina sorrise beffardamente; la sorte le offriva un'occasione. Ella fece un cenno alle fanciulle, le quali si guardarono l'una con l'altra ma non si mossero; allora sollev una moneta d'argento in modo che il sole vi battesse sopra, e fece loro un altro cenno. Il vestito magenta si alz fin sopra ai ginocchi graziosi che aveva coperto; si alzarono anche il vestito giallo, e lo scarlatto e il purpureo facendo le loro particolari rivelazioni; e le quattro fanciulle, affissando tutte la moneta d'argento, guadarono il torbido ruscello e vennero a porsi dinanzi a Domina e a Androvsky, velando la scintillante luce solare con le loro forme giovanili. I volti sorridenti erano ora avidi e fiduciosi, ed esse stesero le mani delicate, nella speranza del denaro. Domina signific loro che dovessero aspettare un momento.
Ella si sentiva piena di malizia.
Le ragazze portavano molti ornamenti; ella cominci a bella posta a esaminarli adagio adagio: i pesanti orecchini d'oro grandi quanto i piccoli orecchi che li sostenevano, i braccialetti e i cerchi delle caviglie, gli spilloni triangolari che fermavano la veste svolazzante sul lieve rigonfiamento del seno, le strette cinture lavorate di filo d'oro con incastri di corallo, che stringevano la vita sottile, flessuosa. Il suo inventario procedeva lento, e fin che dur, Androvsky rimase seduto sulla sua bassa sedia impagliata, con quella muraglia di giovanile femminilit dinanzi a s, di giovanile femminilit non pi conscia di s e timida, ma avida, ardita, naturale, calda di sole e umida delle stillanti gocce d'acqua. I vivaci svolazzamenti dei vestiti lo sfioravano, e ora una piccola mano s'insinuava furtivamente nel suo petto, afferrava la catena d'argento che lo attraversava e traeva fuori dal suo nascondiglio.... una croce di legno.
Domina la vide balenare, ud un'esclamazione sommessa, fiera, vide il braccio di Androvsky respingere ruvidamente la graziosa mano, e poi una cosa che era strana.
Egli balz di scatto di sulla seggiola con la croce che gli pendeva sul petto; indi se ne impossess, fece in due pezzi la catena, gett la croce rabbiosamente nel ruscello e si mise a camminar per il giardino. Le quattro fanciulle, con un garrulo grido di eccitazione si slanciarono nell'acqua, senza badare agli svolazzamenti delle vesti, si piegarono, s'inginocchiarono e cominciarono a raspare freneticamente nella mota per cercarvi l'ornamento sparito. Domina s'era alzata e le guardava. Androvsky non ritornava indietro. Passarono alcuni istanti, poi dal ruscello usc una esclamazione di trionfo: la fanciulla col vestito color magenta teneva la croce stillante col pezzetto della catena d'argento nelle sue dita bagnate. Domina gett un rapido sguardo dietro a s: Androvsky era scomparso. Poich ella indossava l'amazzone non portava altri ornamenti che gli orecchini di grandi e belle turchine: ella se li sfil lesta lesta dagli orecchi e li porse alla fanciulla, significando coi gesti che li barattava con la crocellina e la catena. La fanciulla esit, ma il bel colore delle turchine lusing il suo sguardo. Ella cedette: afferr avidamente gli orecchini e restitu la croce e la catena con mano riluttante. Le dita di Domina si chiusero intorno al legno bagnato; ella gett alcune monete sul ciglione opposto e volse le spalle alle fanciulle mettendosi in seno la croce.
E in quel momento le parve di aver salvato da un oltraggio una cosa sacra.
Alla porta dell'osteria ella trov Androvsky di nuovo attorniato dagli arabi che l'onesto Mustaf si adoprava di allontanare. Egli si volse nell'udirla, con gli occhi ancor pieni di una luce che rivelava intensit di agitazione mentale, ed ella vide la sua penzolante mano sinistra tremare al suo fianco; ma egli riusc a padroneggiar la voce mentre domandava:
Desiderate di visitare il villaggio, signora?
S: ma non vorrei seccarvi, se preferite....
Vengo anch'io; desidero venire.
Ella non lo cred: sent che quell'uomo soffriva molto, cos nel corpo come nell'anima; nel cadere si era fatto male: lo vedeva dal modo con cui egli moveva il braccio destro; inoltre, l'insolito esercizio lo aveva irrigidito. Certo il malessere fisico ch'egli sopportava tacitamente agiva come irritante sul suo spirito: ella si ricord come esso fosse cagionato dalla risoluzione di esserle compagno, e il ghiaccio si sciolse in lei, che desider di renderlo pi calmo, pi contento. Senza parlare, Domina tocc la croce che s'era nascosta in seno.... Egli l'aveva buttata via con rabbia; ebbene, un giorno o l'altro, forse, ella potrebbe aver piacere di rendergliela: poich gi l'aveva portata, doveva premergli, anche per ci che poteva ricordargli.
Dovremmo visitar la moschea, credo, ella disse.
S, signora.
L'assenso parve risoluto e tuttavia riluttante. Domina capiva che tutto era contro la volont di quell'uomo. Mustaf li prese in custodia, ed essi uscirono nella straducola accompagnati da una piccola turba; attraversarono l'abbarbagliante piazza del mercato, con le sue baracche di carne rossa resa nera dalle mosche, i suoi ammassi d'immondizie, le sue file di piccoli e squallidi casotti in cui sedevano uomini gravi circondati dalla loro mercanzia. Qui il rumore era addirittura tremendo: ognuno pareva urlasse, e il frastuono dei vari mestieri, il clangore dei martelli su lastre di metallo, i colpi secchi del calzolaio sulle suola delle innumerevoli babbucce, il rimbombo del pestello sui chicchi di caff e il sordo grugnito con cui era accompagnato ogni colpo battuto, si mesceva con l'incessante mugolio dei cammelli e pareva reso pi assordante e intollerabile dalla fiera vampa del sole e dagli innumerevoli odori che si spandevano nell'aria. Domina mise a dura prova i suoi nervi, e non le parve vero quando si ritrovarono di nuovo nelle viuzze che correvano dappertutto fra le case brune e cieche: in esse v'era ombra, silenzio e mistero. Mustaf faceva strada; Domina e Androvsky lo seguivano, e dietro a loro veniva il muto e intento stuolo dei mendicanti scalzi in camicioni lunghi, che speravano in qualche eventuale sparpagliamento di monetine fatto dai ricchi viaggiatori.
Il tumulto dalla piazza del mercato finalmente si calm, e Domina avvert un curioso mormorio lontano. Sulle prime fu cos debole, ch'ella dur fatica ad accorgersene, e sent soltanto il placido influsso della sua unita monotonia; ma mentre camminavano crebbe, rafforz: era come il suono d'innumerevoli sciami di api ronzanti nel meriggio tra i fiori, placidamente, incessantemente. Ella si sforz di ascoltare, stando sotto una bassa arcata di terra; e mentre ascoltava, rimanendo muta, ella fu presa come da un sacro terrore, e cap che non aveva mai udito un suono che le facesse un cos strano effetto, che la suggestionasse cos.
Che cosa c'? ella disse.
E guard Androvsky.
Non lo so, signora; dev'esser gente.
Ma che cosa pu fare?
Prega nella moschea dove  sepolto Sidi-Zerzur, disse Mustaf.
Domina si ricord del venditore di profumi: quello era il suono da lei udito nella sua tana, ora infinitamente moltiplicato. Andarono ancora innanzi, lentamente. Mustaf aveva perduto alquanto il suo modo burbanzoso, e il suo portamento era pi dimesso: camminava con una specie di pacata precauzione, come chi si avvicini a una terra consacrata. E Domina fu commossa dalla sua improvvisa reverenza, che faceva veramente effetto in un pezzo di diavolo fiero e baldanzoso a quel modo. Tutte le vuote e cupe straducole che circondavano la invisibile moschea erano vive di quel suono, come se la terra di cui erano fatte le case, le travi di legno di palma, le sbarre di ferro delle finestrucole serrate, gli stessi pruni delle frasche sui tetti pregassero incessantemente e con raccoglimento in un segreto sussurro. Quello era un mondo intenso di preghiera come una fiamma  intensa di calore, di preghiera penetrante e costringente, incalzante nella sua persistenza, potente nella sua profonda e fervida concentrazione, e tuttavia quasi opprimente, quasi terribile nella sua monotonia.
Allah-Akbar! Allah-Akbar! era il mormorio del deserto e il mormorio del sole; era il bisbiglio del miraggio e dei venticelli che spiravano fra i palmizi; era il perpetuo palpito del cuore di quel mondo in cui Domina s'ingolfava, di quel mondo che l'attirava verso il suo caldo e splendente seno, con dolce e tirannica intenzione.
Allah! Allah! Allah! Di certo Iddio doveva esser molto vicino e piegarsi a un grido cos incessante. Non mai per l'innanzi, nemmeno quando sonava il campanello alla elevazione dell'Ostia consacrata, Domina aveva sentito la prossimit di Dio al Suo mondo, l'assoluta certezza di un Creatore che ascoltasse le Sue creature, le vigilasse, le custodisse, intendesse un giorno di riunirle a S, come ella lo sentiva ora nel calcare le straducole squallide, andando verso quegli innumerevoli uomini che pregavano.
Androvsky camminava a passo lento, come a disagio.
Vi fa forse male la spalla? essa mormor.
Quel lungo suono di preghiera la commoveva nell'anima, la rendeva piena di compassione per tutti gli uomini e per tutte le cose, le faceva riguardar la preghiera quasi come un vincolo che legasse il mondo tutto insieme. Androvsky scosse tacitamente il capo; ella lo guard e cap che anche lui era commosso; ma non avrebbe potuto dire se lo era quanto lei: il suo volto esprimeva un sacro terrore. Mustaf si volse a loro; il mormorio incessante era adesso tanto vicino da sembrare che lo avessero in s, come se essi pure pregassero alla tomba di Zerzur.
Seguitemi nel cortile, signora, disse Mustaf, e restate alla porta mentre io vo a prendere le babbucce.
Svoltarono a un angolo, e giunsero a uno spazio aperto dinanzi a un porticato che conduceva nel primo dei cortili intorno alla moschea; sotto il porticato stavano diversi arabi silenziosi, come immersi in profonde meditazioni: essi non si mossero, ma affissarono gli stranieri, e a Domina parve che nei loro occhi vi fosse ostilit. Al di l di loro, sopra un terreno disunito circondato da muri bassi, erano radunati parecchi arabi inginocchiati, col capo piegato al suolo, i quali borbottavano incessantemente alcune parole con voci profonde, quasi ringhiose; le loro dita snocciolavano i chicchi delle corone che portavano al collo, e Domina pens al suo rosario. Alcuni pregavano per conto loro, rincantucciati nel buio, coi visi voltati al muro; altri si raggruppavano in capannelli; ma ognuno era intento alle proprie devozioni, immerso in una strana solitudine interna, penetrato da un invisibile raggio di sacra luce. V'erano fanciulletti oranti, e uomini vecchi, rugosi, aquile del deserto, coi fieri occhi che non si addolcivano mentre essi gridavano la grandezza di Allah, la grandezza del suo Profeta, ma scintillavano come se la loro fede fosse una cosa di fiamma o di bronzo. I ragazzi si scambiavano talvolta delle occhiate mentre pregavano, e dopo ogni occhiata piegavan la schiena con grande violenza e si prostravano con pi appassionata umiliazione: la visione della preghiera li sospingeva a un giovanile eccesso di ardore; lo spirito della emulazione aleggiava fra loro e volgeva in conflitto il loro culto.
In un secondo e pi piccolo cortile dinanzi al portale della moschea vi erano uomini che imparavano il Corano; vestiti di bianco, sedevano in cerchi tenendo tavolette di una materia che sembrava cartone, coperte di minuti caratteri arabi, (graziose, simmetriche curve e lineette, freghi e cassature). I maestri, seduti in terra a gambe incrociate, esponevano il sacro testo con voce nasale, con una rapidit e vivacit che sembravano pugnaci. In quei cortili v'era violenza: Domina poteva immaginarsi gli adoratori inginocchiati scattare in piedi per fare a pezzi un intruso cane di miscredente, genuflettersi di nuovo mentre il sangue grondava sul terreno riarso e il corpo inanime rimaneva l a marcire e ad attrarre le mosche.
Allah! Allah! Allah!
V'era qualche cosa d'imperioso in una adorazione cos ardente, raccolta e instancabile, una implorazione che di certo non poteva esser disprezzata o respinta. La sommissione, la placidit della preghiera occidentale e della lode occidentale qui non avevano luogo; qui la preghiera era calda come la luce del sole, la lode era un fuoco che s'inalzava. L'alito di quell'incenso umano era come l'alito di una fornace che effondesse il suo fuoco alle porte del Paradiso di Allah. Essa dava a Domina un concetto addirittura nuovo della religione, della relazione tra Creatore e creato. L'orgoglio individuale che, come il sangue in un corpo, scorre per tutte le vene dello spirito del Maomettismo, quella smisurata alterigia che pone l'anima di un sultano nelle ossa contorte di un mendicante al canto di una via, e rende imponente, quasi maestoso, il lercio marab, tremante per il parletico e divorato dal male, che siede a gambe incrociate sotto un sacro riparo di frasche in cui si affollano i cenci scoloriti del fedele, non si sentiva avvilito dinanzi al tabernacolo del guerriero Zerzur, non provava timidit nell'atto dell'adorazione. Quegli arabi si umiliavano nel corpo; la loro fronte toccava le pietre; dall'atteggiamento pareva che si volessero mettere allo stesso pari della terra, insinuarsi nello spazio occupato da un granello di sabbia; eppure erano alteri al cospetto di Allah, come se la fermezza della loro fede in lui e nella sua equit, la forza del loro disprezzo e del loro odio per coloro che non guardavano verso la Mecca n osservavano il Ramadan, desse loro un diploma di nobilt. Nonostante le loro genuflessioni, erano tutti come uomini che sanno, e mai dimenticheranno, che a loro fu conferito il diritto di tenere il capo coperto alla presenza del loro Re. Con gli occhi chiusi, essi guardavano Dio in piena faccia. Il loro cupo mormorio, bench quasi un grugnito, aveva la maest del tuono rombante nel cielo.
Mustaf era scomparso dentro la moschea, lasciando per quel momento Domina e Androvsky soli fra gli adoratori. Dall'interno in penombra usciva un incessante suono di preghiera che si univa alla preghiera di fuori. V'era uno stretto sedile di pietra presso la porta della moschea e Domina vi si mise a sedere: si sentiva a un tratto stanca, come si sente stanca una persona ipnotizzata quando il corpo e lo spirito cominciano a cedere all'influsso dell'ipnotizzatore. Androvsky rimaneva in piedi, con gli occhi fissi in terra; e a lei parve che il suo viso fosse quasi spettrale, che il sangue fosse sfuggito dal corpo di lui, lasciandolo bianco sotto l'abbronzatura del sole. Egli non si moveva affatto; la cupa ombra gettata dalla torreggiante moschea lo copriva, e la sua immobilit dava a Domina l'idea di abissi d'infinita malinconia. Ella sospir come oppressa.
Di faccia a loro un vecchio stava pregando sul limitare della porta, e aveva il viso rivolto verso l'interno; egli era allampanato, quasi scheletrito, avvolto in cenci che non coprivano interamente il suo corpo color di rame e aguzzo di ossa appena rivestite; e aveva una barbetta rada, irsuta, sulla punta del mento sporgente. Il suo viso, logorato dagli stenti e tutto incartapecorito dal tempo e dall'azione del sole, era pieno di veleno senile; e la sua bocca sdentata, con le labbra rientrate, era in moto continuo, quasi cercasse di mordere. Con ritmica regolarit, al pari di chi obbedisca a un capo, egli protendeva le braccia verso la moschea, come se volesse percuoterla, le ritraeva, si fermava, indi le protendeva di nuovo; e nel protender le braccia emetteva un grido prolungato e tremolante pieno di debole ma intenso furore.
Di certo egli scagliava quel grido a Dio, denunziava a Dio tutti i mali che avevano tormentato la sua vita ormai presso al termine. Povero, orrendo vecchio! Androvsky gli era pi vicino che non gli fosse Domina, ma non pareva badare a lui, mentre ella, da quando lo aveva visto, non poteva pi levargli gli occhi da dosso. Il suo perpetuo gesto, il suo perpetuo grido, le divenivano odiosi fra i corpi piegati e le voci mormoranti la preghiera. Tutte le volte ch'egli faceva l'atto di percuoter la moschea e cacciava il suo urlo stridente, le pareva di udire un'imprecazione vibrante in un santuario; ella anelava di farlo tacere: quell'unico bestemmiatore cominciava a distruggerle la mistica atmosfera creata dalla moltitudine degli adoratori, e alla fine ella non pot pi sopportare la sua ostinata acrimonia.
Ella tocc il braccio di Androvsky, il quale si riscosse e la guard.
Ah, quel vecchio! ella bisbigli. Non potreste dirgli qualche cosa?
Androvsky volse lo sguardo su lui per la prima volta.
Dirgli qualche cosa, signora? E perch?
.... .... orrendo.
Ella sent un'improvvisa ripugnanza a dire a Androvsky in che senso quel vecchio era orrendo.
Che cosa vorreste che gli dicessi?
Credevo che forse vi riuscirebbe d'impedirgli di comportarsi a quel modo.
Androvsky si pieg e parl in arabo al vecchio.
Esso protese le braccia e ripet il suo grido tremolante, il quale fend il suono della preghiera come il lampo fende la nube.
Domina si alz prontamente.
Non posso sopportarlo, disse, sempre in un bisbiglio. Pare ch'egli maledica Dio.
Androvsky guard di nuovo il vecchio, questa volta con profonda attenzione.
Non  vero? ella disse. Non pare che maledica Dio mentre tutti lo adorano? E quell'unico grido d'odio sembra pi forte che le lodi di tutti gli altri.
Non possiamo impedirglielo.
Qualche cosa nella voce di lui fece s ch'ella domandasse di repente:
Vorreste impedirglielo?
Egli non rispose. Il vecchio ripet il gesto di percuotere la moschea e strill.
Domina rabbrivid.
Non posso rimaner qui, ella disse.
In quel momento comparve Mustaf, seguto dal guardiano della moschea che portava due paia di logore babbucce.
Il signore e la signora devono levarsi le scarpe; e poi io far veder loro la moschea.
Domina s'infil in fretta le babbucce senza aspettar di vedere se Androvsky la seguiva; e il furioso grido del vecchio la perseguit attraverso la porta. Nell'interno v'era ampiezza e buio; anche il buio sembrava pregare; ma ne emergevano le arcate di un bianco giallognolo, cos di faccia come a destra e a sinistra. Sul pavimento, coperto di stuoie, una moltitudine di figure ammantate s'inginocchiavano e si risollevavano, balzavano in piedi a un tratto, s'inginocchiavano di nuovo, piegavano fino a terra la fronte.
Preceduta da Mustaf e dal guardiano, che camminavano con le sole calze, Domina riusc a spingersi lentamente innanzi, seguendo un piccolo andito serpeggiante, passando in mezzo a uomini in orazione. Per impedire che le babbucce le scivolassero ella doveva strisciare i piedi in terra senza alzarli. Con la regolarit del battito di un polso, il grido del vecchio, ora pi debole, giungeva ancora a Domina; ma adesso, mentre ella s'inoltrava nella moschea, quel grido era assorbito dal suono della preghiera. Pareva che nessuno la vedesse o sapesse ch'ella era l dentro; ella sfiorava le bianche vesti degli adoratori, e nel farlo le pareva di toccare il lembo della veste del mistero, e con le mani raccoglieva pi strettamente intorno a s il suo abito per non richiamare l dentro nemmeno uno di quei cuori che di certo dovevano esserne ben lontani.
Mustaf e il guardiano stavano fermi e guardavano Domina con viso solenne. L'espressione di avida ansia era sparita dallo sguardo di Mustaf; ora il pensiero del denaro aveva dato luogo nella sua mente a qualche pi grave preoccupazione. Ella vide nella penombra due porte di legno framezzo a delle colonne: erano dipinte di verde e di rosso e chiuse con spranghe e serrature di rame battuto che sembravano enormemente vecchie. Contro quelle porte erano inchiodate due immagini di cavalli alati con teste umane, e altre due pitture rappresentanti una fantastica citt di case orientali e minareti d'oro su fondo rosso. Globi di vetro porporino e giallo e lumiere di cristallo pendevano dall'alto soffitto al disopra di quelle porte, insieme con molte lampade antiche; e due logore e polverose bandiere di seta rossa sbiadita e bianca, frangiate d'oro, e cosparse di un disegno a fiorellini d'oro, erano legate alle colonne con funicine di pelle di cammello.
Questa  la tomba di Sidi-Zerzur, sussurr Mustaf.  aperta una volta l'anno.
Il guardiano della moschea cadde in ginocchio dinanzi alla tomba.
Quella  la Mecca.
Mustaf addit la veduta della citt; poi anche lui si prostr e abbass la fronte fino alla stuoia. Domina gir lo sguardo per cercare Androvsky, ma egli non c'era; si trovava sola dinanzi alla tomba di Zerzur, ed era il solo essere umano che non adorasse nel grande, cupo edificio.
Ella prov un terribile isolamento, come se fosse scomunicata, come se non osasse pregare, per un momento quasi come se il Dio verso cui scorreva quel torrente di adorazione fosse ostile a lei sola.
Aveva mai suo padre sentito un tal senso d'inesprimibile solitudine?
Ma fu cosa momentanea: e, ritta sotto le lampade votive, preg anche lei, silenziosamente. Ella chiuse gli occhi, e si raffigur una chiesa della propria religione.... la chiesetta di Beni-Mora; cerc d'immaginare la voce di preghiera intorno a lei come la voce della gran Chiesa Cattolica; ma ci non era possibile: anche quando non vedeva nulla, e ripiegava l'anima sua in se stessa, e cercava di raccapezzarsi in quel nuovo mondo in cui si era tanto spinta, ella udiva nel lungo mormorio che lo riempiva un suono che di certo sorgeva dalla sabbia, dal cuore e dallo spirito delle plaghe deserte, e che saliva nella oscurit della moschea e fluttuava sotto le arcate attraverso il vano della porta, al disopra delle palme e delle case col tetto piano, e che spingeva il suo fiero volo, come un'aquila del deserto, verso il sole.
La mano di Mustaf era sul suo braccio. Anche il guardiano s'era alzato di ginocchioni, aveva raccolto la veste e acceso una candela. Ella giunse a una porticina, la infil e cominci a salire una scala a chiocciola. Il suono della preghiera saliva con lei dalla moschea, e quando ella fu fuori sullo spianato in vetta al minareto, lo ud ancora, e moltiplicato, perch tutte le voci dai cortili esterni vi si univano, insieme con molte voci dai tetti delle case circostanti.
Anche gli uomini pregavano, pregavano nel fulgore del sole, alla sommit delle loro case; ella li vedeva dal minareto, e vedeva la citt sorta attorno alla tomba del santo, e tutte le palme dell'oasi, e al di l, incommensurabili distese di deserto.
Allah-Akhar! Allah-Akbar!
Ora ella soprastava al grido eterno; era salita verso il sole come una preghiera, come un'alitante, pulsante preghiera, come l'anima della preghiera. Spinse lo sguardo nella lontananza del deserto e vide la preghiera nel suo viaggio, l'anima della preghiera nel suo viaggio. Dove s'indirizzava? Dov'era la fine? Dov'era il luogo di sosta, finalmente, con la tenda drizzata, i fuochi dell'accampamento, e il lungo, lungo riposo?
Quando ridiscese e giunse nel cortile ella trov ancora il vecchio col suo gesto di percossa verso la moschea, col suo grido di tremolante imprecazione; e trov ancora Androvsky ritto accanto a lui, con gli occhi abbacinati.
Ella era ascesa con la voce della preghiera nello splendore del sole; di certo si era avvicinata un tantino a Dio. Androvsky era rimasto nella cupa ombra insieme con una maledizione.
Sar forse stata una follia, una fantastica idea femminile, ma ella avrebbe desiderato ch'egli fosse asceso con lei.
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Fine Parte 1.